domenica 26 maggio 2013

Il capitolo

La vita del frate conosce molti momenti di penitenza e mortificazione, il principale dei quali è il capitolo degli studenti.

Il capitolo è la riunione in cui i frati decidono le questioni più rilevanti per la vita della loro comunità. C'è il capitolo di convento, quello di provincia e quello generale, in cui si riuniscono i rappresentanti di tutti i frati di tutto l'ordine da ogni regione del mondo.

E c'è anche quello dei frati studenti. Non che il capitolo degli studenti abbia un qualche potere decisionale (quello l'ha tutto il maestro), è un capitolo più per modo di dire che in realtà. Però, è una prima importante palestra per quello che diventerà uno dei momenti qualificanti della vita domenicana.


Di solito ci riuniamo la sera, l'unico momenti buco della giornata. Noi student,i poi, nutriamo sempre una malcelata speranza che il sonno e l'ora tarda possano porre un limite alle nostre interminabili discussioni. La sala in cui ci riuniamo è enorme. Ci stanno tre tavoli (uno lungo, uno corto e uno rotondo), un frigorifero, un biliardo anni '50, due armadi cinti da vasi cinesi, tre librerie ripiene di romanzi d'appendice, bibbie, summe e trattati di spiritualità. A metà della sala, assediati a sinistra da una parete, a destra dal biliardo, avanti e dietro dai tavoli, sono stati sistemati a quadrato quattro divani rossi sfondati da frati dalla corporatura importante. Marca il centro del quadrato un tappeto sovrastato da un tavolino da thè.


Si esordisce con una preghiera. Si invoca lo Spirito Santo. Poi ci sediamo, chi con un quaderno per gli appunti, chi con un'agenda in mano, io con una tazza di camomilla. I punti all'ordine del giorno sono tre o quattro e non importa quali, tanto al capitolo si suona sempre più o meno la stessa melodia e, sebbene non si cantino sempre gli stessi versi, si pensano sempre gli stessi pensieri e schiumano sempre gli stessi sentimenti.

C'è la monizione del maestro, che ci riprende per le tante piccole e grandi imperfezioni della nostra vita religiosa. Ci sono gli avvisi del mese. Poi viene il lungo elenco delle lamentele personali sulla pulizia dei gabinetti e dei corridoi, sull'uso e il consumo delle auto, sui rumori e la musica, sulle prove di canto, sulle lezioni di filosofia, sugli esami di teologia... Tante piccole, e forse banalissime cose, che vengono trasformate in affari di capitale importanza, in sgarri personali, in guanti gettati, in sfide all'OK-Corral, in assalti all'arma bianca, in crisi cubane sull'orlo della guerra nucleare.

Al termine di queste peculiari "disfide di Barletta su divani rossi", mi viene una gran nostalgia dei capitoli regolari. Ci si accusava vicendevolmente delle mancanze verso la regola, ma lo si faceva in un contesto di preghiera. L'accusa era accompagnata dalla promessa di misericordia e compresa come una tappa, importante e dolorosa, della correzione fraterna. Al termine dei nostri capitoli, invece, mi rimane spesso in bocca una grande amarezza per la durezza dei nostri cuori.

Si chiude con una preghiera e una benedizione. La sala si svuota, le luci vengono spente.

Quatti quatti, quasi per caso, senza esserci messi d'accordo o essere stati invitati a farlo, ci ritroviamo in cappella. Sentiamo il bisogno di svuotare il cuore dal peso accumulato durante il capitolo, dai rancori, dalla rabbia, dai risentimenti. In ginocchio, ai piedi della croce, non c'è riconciliazione più bella che vedere il proprio confratello, quello con cui ci si era azzuffati pochi istanti prima, pregare nel silenzio e nella penombra.


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