
A giugno il Cardinal Martino rilasciò
un'intervista ad un giornale americano invitando i cattolici a ritirare il proprio sostegno ad Amnesty International per via della campagna di AI a favore del diritto di aborto in caso di stupro.
La replica di AI è affidata ad un
comunicato stampa denso di contenuti, alcuni dei quali meritano un'attenta riflessione, sullo sfondo, magari, delle tesi sostenute da Ignatieff nella sua
apologia dei diritti umani. In sintesi AI spiega:
a) di non voler promuovere il diritto all'aborto in quanto tale,
b) che in alcuni casi l'aborto è necessario per permettere alla donna di poter godere della pienezza dei suoi diritti sociali e alla salute.
Il comunicato è interessante perchè evidenzia come il godimento di diritti di terza generazione (civili, ambientali o altro) possa essere una precondizione per il godimento dei diritti di seconda e prima generazione (sociali e politici), esattamente come i diritti sociali vennero promossi come precondizione per un effettivo godimento di quelli politici.
AI ingaggia così una nuova battaglia per l'ampliamento dello spettro dei diritti, oltre a quella per i diritti già riconosciuti. Di più, sostiene che queste due battaglie sono inestricabilmente legate. Questa posizione è perfettamente comprensibile, comporta però alcune difficoltà.
Il più grande capitale nelle mani di AI è il riconoscimento internazionale ottenuto grazie ad una imparziale ed inflessibile difesa dei diritti umani riconosciuti dalla principali convenzioni internazionali. Il tentativo di estendere il campo di battaglia, specialmente sulla questione molto delicata e dibattuta dell'aborto, rischia di screditare AI come strumento di imperialismo culturale occidentale soprattutto di fronte a quelle popolazioni in cui la difesa dei diritti umani è più urgente. In altre parole, l'allargamento dei diritti rischia di rendere meno efficacie la difesa dei diritti già esistenti: quanto più AI si presenta come soggetto politico, tanto meno forte sarà la sua legittimazione.
AI ha considerato questo rischio? Se sì perchè lo ha considerato non rilevante?
Una seconda serie di perplessità nasce dai dubbi che la difesa dei diritti sociali e sanitari delle donne debba necessariamente passare attraverso la difesa del diritti all'aborto, anche in situazioni drammatiche come lo stupro. Se una donna, in seguito ad evento così drammatico, viene esclusa dalla sua comunità, promuovere l'aborto come diritto non è forse un darla vinta alla comunità che la esclude? Non ha forse più valore una campagna per difendere la dignità della donna anche e soprattutto quando essa è vittima, piuttosto che aggiungere violenza a violenza? Lo stesso si può dire delle cure sanitarie, che devono valere indipendentemente dal fatto che la donna porti in grembo un figlio concepito con la violenza. Insomma, l'aborto non annulla lo stupro ed è difficile capire come un aborto possa effettivamente restituire alla donna i propri diritti umani. La connessione tra diritto all'aborto e altri diritti mi pare molto labile, non convincente, almeno non al punto da ridurre il rischio di delegittimazione a cui accennavo prima.
Cosa dovrebbe fare, quindi, AI? Limitarsi alla difesa dei diritti politici, fiduciosa che l'affermazione di questi permetta ad individui e popoli di conquistare altri diritti di cui sentono il bisogno, proprio come suggerisce Ignatieff? Oppure dovrebbe lanciarsi nella corsa ad aumentare l'elenco dei diritti umani, rischiando di lasciare il mondo reale troppo indietro, di creare false speranze, di apparire come una organizzazione di parte, ideologicamente motivata?
O forse si può pensare che la difesa dei diritti umani già acquisiti e il loro ampliamento possano essere perseguiti più efficacemente attraverso organizzazioni differenti per organico, statuto, struttura, strumenti, modalità operative e, ovviamente, fini sociali?