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venerdì 4 gennaio 2008

In Kenya NON è in corso un genocidio

Gli sviluppi.
La manifestazione annunciata dall'opposizione kenyota è stata un fiasco. La polizia ha tenuto i manifestanti sotto controllo ieri, e oggi nessuno è andato in piazza. 1-0 per il presidente Kibaki. Come reagirà Odinga, quante cartucce gli sono rimaste da sparare? Non resta che aspettare e vedere, però l'abbozzo di ottimismo a cui accennavo il 2 gennaio sta diventando qualcosa di più sostanzioso.

I protagonisti.
Kibaki è sempre stato al governo, come ministro o vicepresidente, sin dai tempi dell'indipendenza. Quando è diventato presidente, però, ha permesso lo sviluppo di uno spazio pubblico di dibattito sconosciuto in precedenza. E' vero che ci sono stati degli episodi di intimidazione verso la stampa, che però è rimasta indipendente per tutti i 5 anni della sua presidenza, e l'opposizione ha sempre potuto esprimere le loro opinioni senza timore di torture. Ha addirittura incassato con signorilità la sconfitta al referendum costituzionale. Qui come ne parla il maggiore poeta kenyota. Gli ultimi sviluppi sono così una sorpresa.
Odinga invece è il figlio di uno degli eroi dell'indipendenza. Doveva divenire il vicepresidente 5 anni fa, ma Kibaki gli ha preferito un altro. Da allora gliel'ha giurata. Ce la farà?

Le leggende.
Gli osservatori stranieri sono ossessionati dal genocidio. Sempre che questo ancestrale conflitto tribale tra Kikuyu e Luo non aspettasse altro che esplodere e che ora l'unica speranza sono i caschi blu (sic). Questo conflitto tribale è il frutto dei nostri pregiudizi sui bingobongo. Esiste una reale conflittualità nella Rift Valley, riguarda il controllo della terra e non ha nulla a che fare con i Luo. Quello che è vero è che la campagna elettorale è stata in parte giocata su temi etnici e che sia Kibaki che Odinga hanno usato la parola genocidio (per invitare a non farlo). E' anche vero che in Kenya muore un sacco di gente, tutti i giorni, in modo violento. Nella piccola baraccopoli dove ho avuto la fortuna di passare qualche mese della mia vita, c'era una vittima di mob justice al mese (prendevano un ladro, lo infilavano in dei copertoni e li davano fuoco). Ciò non ha nulla a che fare con violenza di carattere etnico. Quindi, quando vedete uno che smanazza un coltellaccio sulla schiena di qualcun'altro, ricordatevi che sono cose che in Kenya non succedono da ieri. E quando la televisione dice che sono morti in 8, ricordatevi che in realtà ne sono morti molti di più e che difficilmente queste morti hanno a che fare con differenze di tipo etnico.

Altro mito è che il Kenya fosse un'oasi di stabilità e democrazia. Ci sono sempre stati dei brogli alle elezioni, e fino a 5 anni fa il paese era sotto un regime autocratico che torturava gli oppositori. Scontri e violenze, come detto, sono sempre stati all'ordine del giorno.

La blogosfera.
La crisi kenyota è stata vissuta in diretta da tutto il mondo grazie al contributo dalla vivace blogosfera locale. Quando le tv locali sono state censurate, e quelle internazionali non sapevano quel che dicevano, i blogger kenyoti hanno reso un grande servizio a tutto il mondo. Gli ultimi interessanti contributi sono di Kumekucha, Bankelele e Thinker's Room.

mercoledì 2 gennaio 2008

Kenya: scenari politici

Guardando le immagini che vengono dal Kenya, molti si chiedono se siamo di fronte ai prodromi di una guerra etnica o, peggio, di un vero e proprio genocidio di proporzioni rwandesi. I conflitti etnici, però, non nascono dal nulla, ma sono il prodotto dell'interagire di una complessa rete di vettori, che differiscono per durata temporale, efficacia e direzione causale. Proviamo, quindi, a tratteggiare un'analisi per capire quanto sia probabile la degenerazione dei disordini kenyoti.

1. Fattori strutturali: il Kenya è un paese povero. La maggioranza dei suoi cittadini vivono in situazione di forte deprivazione economica e sanitaria. La povertà, però, attraversa orizzontalmente le differenze etniche della popolazione africana (bianchi e indiani fanno eccezione). Non esistono forme sistematiche e diffuse di discriminazione etnica o religiosa. Il portato conflittuale dei fattori strutturali è, a mio avviso, debole. Essi, però, possono essere rinforzati, e a loro volta rinforzare, fattori conflittuali generando una pericolosa spirale.

2. Acceleratori: gli elementi maggioritari della democrazia kenyota, innestati in un sistema di relazioni politiche clientelari, i livelli di violenza quotidiana e la grande disponibilità di armi sono fattori che possono contribuire a far precipitare la situazione.

a) il sistema politico: Il presidente viene eletto direttamente e contestualmente al parlamento, che ha il potere di sfiduciarlo. In caso di sfiducia, il parlamento viene sciolto e si indicono elezioni sia per la presidenza che per il parlamento. Il presidente può sciogliere il parlamento in qualunque momento. Anche in questo caso si torna alle elezioni. Il presidente ha libertà di nominare i suoi ministri e di ritirarne la nomina.
Le elezioni contestuali di presidente e parlamento generano una dinamica maggioritaria e un gioco a somma zero (si vince o si perde, non ci sono vie di mezzo), rafforzato dal fatto che il presidente può assegnare ministeri (e quindi risorse politiche ed economiche) a piacimento. Queste risorse diventano fondamentali per mantenere le proprie clientele e parte del relativo benessere dei kenyoti dipende dall'accesso del patrono a queste risorse. Questi elementi maggioritari e clientelari del sistema politico kenyota hanno sicuramente influenzato una campagna elettorale lunghissima, accentuandone i toni etno-nazionalistici (Kikuyu, la principale etnia a cui appartiene Kibaki, contro tutti gli altri).
b) il Kenya è un paese decisamente violento. Le armi, provenienti dalla Somalia, sono facilmente ottenibili. La criminalità è difficilmente contrastabile dalle forze dalla polizia, così che tragici episodi di giustizia popolare sono quotidiani. Ad essa si aggiungono scontri tribali in periferia per il controllo della terra.

3. I deceleratori: la violenza, seppure diffusa, non è organizzata. Gli scontri a cui stiamo assistendo ora sono qualitativamente (oltre che quantitativamente) differenti dal Rwanda, o dalla Bosnia, o dai progrom indiani.

a) il Kenya non ha un passato di genocidio o forte conflittualità. Gli scontri tribali in periferia sono marginali e non coinvolgono le principali etnie. La criminalità diffusa non ha mai assunto un carattere etnico.
b) Uno scontro etnico richiede anni di preparazione. E' chiaro che i politici kenyoti, pur giocano con tematiche etniche, non puntano evidentemente ad uno scontro totale: non sono imprenditori politici votati al genocidio. Dopo le elezioni non ci sono state dichiarazioni incendiarie contro una o più delle etnie, e si sono succeduti gli appelli alla calma. La stampa mantiene una posizione indipendente e non suscettibile di propaganda etnica.

4. La scintilla: domani è stata annunciata una manifestazione dell'opposizione. Il governo l'ha dichiarata illegale. Come andrà sarà cruciale per capire il proseguimento della crisi. L'elemento fondamentale è il comportamento delle forze dell'ordine, polizia ed esercito. Voci vogliono che i militari siano divisi. E' vero? Quanto profonda è la frattura? E come si comporteranno con i manifestanti? E quanti andranno alla manifestazione? Se le forze armate rimangono unite dubito che la crisi kenyota esploderà. Più probabili sono scenari di forti proteste e manifestazioni con violenze sporadiche da parte dei manifestanti. Ai livelli di violenza contribuirà, ovviamente, anche un atteggiamento più o meno tollerante da parte di polizia ed esercito. Le ultime notizie sono molto incoraggianti, con i militari che si propongono addirittura come peacemakers.

5. Le soluzioni: Si è sentito di tutto: ricontare i voti, rifare le elezioni, fare un governo di unità nazionale.

A leggere la costituzione viene spontaneo chiedersi perchè l'opposizione, che però è quasi sicuramente maggioranza in parlamento, non voti la sfiducia e faccia ripartire il processo elettorale da zero. La risposta è semplice: il presidente è in grado di cooptare un numero sufficiente di deputati dell'opposizione (in pieno stile italiano, direi). Inoltre la campagna elettorale costa e fatico ad immaginare gli eletti che rinuncino alla poltrona così facilmente. Ricontare i voti o affidarsi alla giustizia è pure un'opzione poco appetibile per l'opposizione. Se il governo è riuscito a rubare le elezioni, riuscirà pure a influenzare il ricontaggio dei voti o il verdetto della corte suprema.

Gli scenari più probabili sono, a mio avviso, i seguenti: se Odinga riesce a ottenere un alto consenso popolare visibile attraverso manifestazioni e proteste, si andrà ad un governo di unità nazionale in cui si divideranno le spoglie del potere. Le ultime dichiarazioni dei principali protagonisti sono, infatti, abbastanza concilianti.
Se non c'è una forte partecipazione popolare a dare man forte all'opposizione, Kibaki coopterà un buon numero di parlamentari e Odinga si troverà con un pugno di mosche in mano.

La comunità internazionale cosa dovrebbe fare? Questa è la domanda più facile: non giocare ai talebani della democrazia e spingere per un governo delle larghe intese, possibilmente balneare (tanto in Kenya l'estate dura tutto l'anno).

6. I link: la crisi kenyota è stata raccontata e analizzata da un sacco di blogger. Alcuni link li avevo già dati. Li ridò. Chris Blattman e Global Voices riassumono il dibattito della blogosfera segnalando gli interventi più interessanti. Io mi permetto di segnalare Kumekucha e Kenyanpundit.

domenica 30 dicembre 2007

Kenya in Caos

I fatti:
  • Mwai Kibaki, presidente in carica del Kenya, e' stato proclamato vincitore delle elezioni che si sono sostenute venerdi' scorso. Oggi ha prestato giuramento.
  • La differenza tra lui e l'altro principale candidato, Raila Odinga, al computo finale, e' di 230.00 voti.Ci sono molti dubbi sulla regolarita' delle votazioni. Il risultato e' stato annunciato con notevole ritardo. Gli osservatori internazionali hanno confermato che sono avvenuti dei brogli.
  • L'opposizione non ha riconosciuto la sconfitta e ha annunciato una cerimonia di giuramento alternativa nel parco principale di Nairobi.
  • Scontri e violenze vengono registrate in tutto il paese.
  • Il governo ha proibito ogni trasmissione televisiva.
  • Voci non confermate vogliono Odinga sotto arresto o rifugiato nell'ambasciata americana.

Chris Blattman sta aggiornato il suo blog "live" sulla situazione, segnalando i post della blogosfera kenyota e messaggi che gli arrivano da amici in Kenya. Seguite i link che vi segnala lui, se volete approfondire.

La stampa kenyota non e' cosi' aggiornata, comunque qui i link ai due principali quotidiani: Daily Nation e the Standard.

Questo e' un post che non avrei mai voluto scrivere. A sangue freddo provero' a buttare giu' qualche analisi.

giovedì 1 novembre 2007

Cortina, Sudtirolo

Cortina vuole passare al Sudtirolo. La cosa non sorprende e "l'irridentismo al contrario" mi sta assai simpatico, soprattutto perchè puzza di nostalgie austroungariche e qui alla Sissi e Cecco Beppe si è sempre voluto bene. Che poi ci siano dietro questioni di soldi non fa che confermare qualche oggettiva verità sociologica riguardo ai ladini.

Quello che stupisce è che la SVP abbia detto di sì senza tanti problemi.

Ora però bisogna capire alcune cose importanti. I cortinesi quanti sono? come si dichiareranno al prossimo censimento etnico-linguistico? e, soprattutto, per chi votano? sta a vedere che alle prossime provinciali facciamo addirittura una terna (o sarà il Kaiser a fare bingo?)...