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martedì 14 aprile 2009

Dagli al mendicante!

Ormai da settimane l'attenzione del quotidiano locale è dedicata ad un nuovo nemico pubblico numero uno: i mendicanti. Titoli sparati, primi piani degni di pericolosi criminali ricercati dall'interpol, interviste agli esperti delle associazioni di volontariato che ci invitano a starne ben alla larga (e loro stanno bene alla larga dal proporre un piano per risolvere quella che più che un'emergenza di sicurezza è un'emergenza sociale) e al questore (che invece di fare il proprio lavoro, impiega il suo tempo a spiegare al sindaco come dovrebbe fare il suo).

Ci spiegano che fanno parte di networks criminali, che arrivano in treno da verona (scacciati dal decreto del coraggioso sindaco Tosi), che in tasca hanno il cellulare. Ci spiegano anche che con le vecchiette fanno i prepotenti e che, altrimenti, cercano subdolamente di ispirare pena e compassione, con ipocrite facce sofferenti. Sono truffatori, certo, ma anche sfaticati, perchè sono giovani, e se volessero, potrebbero anche lavorare (come se un rifugiato politico o un clandestino potessero legalmente lavorare). Ecco, quindi, che è meglio non dare l'elemosina, noi correremo il rischio di pulirci la coscienza e loro di venire viziati all'accattonaggio.

Nulla di sorprendente. La solita criminalizzazione delle vittime. Lo scontato paternalismo con cui i ricchi spiegano ai poveri come comportarsi. Quello che mi colpisce è che, tra i tanti coraggiosi reporters che hanno sfidato il pericolo per andare a fotografare i minacciosi mendicanti, a nessuno sia venuto in mente di dare loro la parola, di chiedere loro come siano venuti qui, di verificare se siano schiavi di organizzazioni crimali (ed eventualmente sollecitare una loro liberazione, non un'ordinanza che li scacciasse dalla nostra vista), di domandarsi quanto sia umilliante per un giovane dover vivere della carità degli altri.

Tutto questo manca dalla meticolosa copertura giornalistica del nostro quotidiano. In fin dei conti non si tratta di persone. Si tratta solo di accattoni.

ps. In questo contesto il comportamento elettoralmente suicida del Sindaco, che si rifiuta di firmare l'ordinanza scaccia-mendicanti, non può che suscitare la mia incondizionata simpatia.
pps. E anche la lettera al giornale scritta da Fabio Visentin, un vecchio esponente di Rifonda, che oggi fa pubblica ammissione di colpa (ha dato un euro in carità), mi ha fatto molto piacere.

pps. sullo stesso tema, sentieri interrotti. Da sfogliare anche larepubblica.parma.

martedì 29 gennaio 2008

Disabilità politica

1. Democrazia e mercato si basano su un fondamento comune: un principio che chiamo qui di responsabilità personale secondo il quale ognuno è la persona più adatta a giudicare quale sia il proprio benessere e come ottenerlo. Questo è l'esatto contrario del paternalismo. Infatti, nessuno meglio di noi stessi sa quale partito ci saprà rappresentare in parlamento o quale prodotto vogliamo comprare al supermercato.

2. L'estensione della responsabilità personale è potenzialmente universale. Ci sono però delle eccezioni. Si tratta dei disabili politici. A questa categoria appartengono tutte quelle persone che non sono in grado di prendere decisioni di carattere politico ed economico. Disabili politici sono sicuramente tutti coloro che soffrono di disabilità mentali o gravissime disabilità fisiche e forse anche coloro che vivono in situazioni di estrema deprivazione economica. L'aspetto caratterizzante di ogni disabile politico è la propria dipendenza da altre persone per la propria sopravvivenza. Non è raro che diverse forme di dipendenza (mentale, fisica, economica) si sovrappongano. In altri termini, i disabili politici sono coloro che non sono in grado di emanciparsi dal principio paternalistico.

3. La figura del disabile politico non è pensabile al di fuori di mercato e democrazia. Al tempo stesso ne rappresenta una contraddizione. Nel contesto di una società liberaldemocratica, l'assistenza ai disabili politici entra, per così dire, nel pallone. Attraverso stato e mercato ogni tipo di servizio (pubblico o privato) viene fornito a fronte di una capacità di far valore i propri interessi (politicamente o economicamente). Il disabile politico, per definizione, è proprio colui che è incapace di far valere questi interessi. La contraddizione risiede nel fatto che, mentre il servizio è ufficialmente diretto al disabile politico, esso in realtà è strutturato per venire incontro ad interessi differenti da quelli del disabile. Il disabile politico è, per così dire, un errore di sistema.

4. Un esempio. Prendiamo il caso del disabile mentale. Sarebbe possibile organizzare la sua assistenza attraverso il mercato? Con un sistema a voucher, per esempio? La risposta è no, perchè il disabile non è in grado di comprare l'assistenza. Ha bisogno di qualcuno che ne faccia le veci, che compri per lui e valuti per lui la soddisfazione dell'acquisto. Rimane da chiedersi se quello che il vicario privilegerà è la comodità sua (in termini di tempo libero, ad esempio) o quella del disabile. Lo stesso discorso è valido in un sistema di assistenza pubblica, dove a votare i policy makers sarà il vicario,con il forte sospetto che, siccome il voto è uno, non privilegi i propri interessi rispetto a quelli del disabile.

5. Se la disabilità politica è l'impossibilità di prescindere dal paternalismo anche in una società di democrazia e mercato, essa diventa un problema acuto nel momento in cui anche la più solida delle istituzioni paternalistiche, al famiglia, si assottiglia. E' sempre più difficile trovare vicari, persone che si sentano responsabili per il disabile. I disabili vivono più a lungo, sopravvivono ai genitori, che comunque non sarebbero in grado di tenerli in casa propria e li affidano a strutture extra-familiari. La risposta correntemente data a questo problema è ambigua. Da un lato, governo e associazioni, incoraggiano l'indipendenza e l'autonomia del disabile politico e questo significa anche recidere i legami di responsabilità che altri (la famiglia, la comunità) hanno verso di lui. Dall'altro, promuovono la creazione di figure alternative che facciano le i vicari dei vicari tradizionali, come l'advocate o famiglie affidatarie. L'advocate è, forse, la figura più interessante, perchè è terza rispetto al disabile e al fornitore (pubblico o privato) del servizio sociale. E' un persona che nel tempo libero si dedica a dare voce a chi non ha voce. Essa rappresenta l'essenza del vicario.

6. E' possibile uscire dal dilemma? Magari producendo un principio di responsabilità reciproca? O sono immaginabili solo soluzioni provvisorie, come quella dell'advocate?