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martedì 29 gennaio 2008

Disabilità politica

1. Democrazia e mercato si basano su un fondamento comune: un principio che chiamo qui di responsabilità personale secondo il quale ognuno è la persona più adatta a giudicare quale sia il proprio benessere e come ottenerlo. Questo è l'esatto contrario del paternalismo. Infatti, nessuno meglio di noi stessi sa quale partito ci saprà rappresentare in parlamento o quale prodotto vogliamo comprare al supermercato.

2. L'estensione della responsabilità personale è potenzialmente universale. Ci sono però delle eccezioni. Si tratta dei disabili politici. A questa categoria appartengono tutte quelle persone che non sono in grado di prendere decisioni di carattere politico ed economico. Disabili politici sono sicuramente tutti coloro che soffrono di disabilità mentali o gravissime disabilità fisiche e forse anche coloro che vivono in situazioni di estrema deprivazione economica. L'aspetto caratterizzante di ogni disabile politico è la propria dipendenza da altre persone per la propria sopravvivenza. Non è raro che diverse forme di dipendenza (mentale, fisica, economica) si sovrappongano. In altri termini, i disabili politici sono coloro che non sono in grado di emanciparsi dal principio paternalistico.

3. La figura del disabile politico non è pensabile al di fuori di mercato e democrazia. Al tempo stesso ne rappresenta una contraddizione. Nel contesto di una società liberaldemocratica, l'assistenza ai disabili politici entra, per così dire, nel pallone. Attraverso stato e mercato ogni tipo di servizio (pubblico o privato) viene fornito a fronte di una capacità di far valore i propri interessi (politicamente o economicamente). Il disabile politico, per definizione, è proprio colui che è incapace di far valere questi interessi. La contraddizione risiede nel fatto che, mentre il servizio è ufficialmente diretto al disabile politico, esso in realtà è strutturato per venire incontro ad interessi differenti da quelli del disabile. Il disabile politico è, per così dire, un errore di sistema.

4. Un esempio. Prendiamo il caso del disabile mentale. Sarebbe possibile organizzare la sua assistenza attraverso il mercato? Con un sistema a voucher, per esempio? La risposta è no, perchè il disabile non è in grado di comprare l'assistenza. Ha bisogno di qualcuno che ne faccia le veci, che compri per lui e valuti per lui la soddisfazione dell'acquisto. Rimane da chiedersi se quello che il vicario privilegerà è la comodità sua (in termini di tempo libero, ad esempio) o quella del disabile. Lo stesso discorso è valido in un sistema di assistenza pubblica, dove a votare i policy makers sarà il vicario,con il forte sospetto che, siccome il voto è uno, non privilegi i propri interessi rispetto a quelli del disabile.

5. Se la disabilità politica è l'impossibilità di prescindere dal paternalismo anche in una società di democrazia e mercato, essa diventa un problema acuto nel momento in cui anche la più solida delle istituzioni paternalistiche, al famiglia, si assottiglia. E' sempre più difficile trovare vicari, persone che si sentano responsabili per il disabile. I disabili vivono più a lungo, sopravvivono ai genitori, che comunque non sarebbero in grado di tenerli in casa propria e li affidano a strutture extra-familiari. La risposta correntemente data a questo problema è ambigua. Da un lato, governo e associazioni, incoraggiano l'indipendenza e l'autonomia del disabile politico e questo significa anche recidere i legami di responsabilità che altri (la famiglia, la comunità) hanno verso di lui. Dall'altro, promuovono la creazione di figure alternative che facciano le i vicari dei vicari tradizionali, come l'advocate o famiglie affidatarie. L'advocate è, forse, la figura più interessante, perchè è terza rispetto al disabile e al fornitore (pubblico o privato) del servizio sociale. E' un persona che nel tempo libero si dedica a dare voce a chi non ha voce. Essa rappresenta l'essenza del vicario.

6. E' possibile uscire dal dilemma? Magari producendo un principio di responsabilità reciproca? O sono immaginabili solo soluzioni provvisorie, come quella dell'advocate?

martedì 13 novembre 2007

Il sesso non consentito

F. ha 32 anni, è alta 1m e 50 ed ha la sindrome di Down. Lo psicologo ha stabilito dopo un colloquio di qualche minuto che F. ha un'età mentale di 4 anni e ha anche deciso che non è in grado di consentire a rapporti di natura sessuale.

Il fatto che non sia in grado di consentire a rapporti sessuali, non significa affatto che F. non abbia pulsioni di natura sessuale. Anzi. F. ha un "boyfriend" che frequenta nel centro diurno e, sopratutto, una relazione affettiva molto intensa con la sua "Amica"e coinquilina T.

Il sospetto che F. possa avere una relazione di carattere omosessuale proprio in casa ha gettato nel panico i miei colleghi. E' stata avviata una procedura per verificare se ci fosse stato un abuso (anche se non si è ancora capito bene chi sia l'abusato e chi l'abusante), sono stati avvertiti con urgenza i servizi sociali e sono state adottate procedure per controlla la sessualità deviante di F.

Io sono state bonariamente rimproverato per non aver scritto un rapporto dopo aver scoperto che F. e T. avevano dormito (vestite e ben separate) sullo stesso letto (matrimoniale). A nulla è valso far notare che i bambini spesso desiderano dormire vicini (e, si badi bene, F. è un adulto di 4 anni mentali) e che pure nel mio letto hanno dormito uomini, donne e bestie senza che succedesse alcunchè di piccante. Trattamento simile è capitato ad una mia ingenua collega che non ha visto nulla di male nel fatto che F. lavasse la schiena a T. nella vasca da bagno.

Alla fine i servizi sociali si sono visti costretti a inviare in missione speciale una giovane e intrepida psicologa. Questa dopo alcuni colloqui di qualche minuto e lunghe consultazioni di natura legale e scientifica con il proprio capo è giunta alle seguenti conclusioni:

1. A F. piace frequentare T.
2. Non ci sono prove per pensare che F. vada oltre a qualche carezza con T., ma anche se fosse...
3. non esiste legge che regolamenti i rapporti di tipo lesbico concernenti adulti vulnerabili.

In conclusione, abbiamo una persona a cui è stata attribuita, una volta per sempre, l'età di 4 anni, ma che viene ipocritamente chiamata adulta; abbiamo un approccio interno alla sessualità di tipo proibizionistico privo di ogni aspirazione a promuovere una sessualità consapevole (nonostante "choice" sia una delle parole d'ordine "aziendali"); abbiamo una legislazione in materia che ignora le problematiche connesse al rispetto del corpo, ma ossessionata dalla penetrazione (omo ed etero).

Che dietro il libertinismo di facciata della società inglese, non si nascondano sostanziosi residui di moralismo vittoriano?

domenica 4 novembre 2007

I malvagi

Non ho mai creduto all'esistenza dei malvagi. Del male sì, e pure del diavolo. Ciascuno di noi può commettere azioni orrende. Qualcuno di noi lo fa raramente, altri molto spesso. Dietro però ad ogni azione cattiva ci deve essere una ragione. Magari un dramma sepolto nella memoria, una passione travolgente, una situazione di disperato bisogno. Ma anche la voglia di vendetta per un'ingiustizia subita, l'inappagabile desiderio di denaro, potere o celebrità. Semplice egoismo o banali viziose abitudini. Ma l'esistenza di persone intrinsecamente malvagie mi è sempre sembrata una cosa impensabile. Chi puoi mai fare qualcosa di male solo per il gusto di farlo?

Il male non è (quasi) mai giustificabile, però nel momento in cui diventa comprensibile è anche possibile immaginare il suo superamento e aprire degli spiragli per una conversione. Il male fine a se stesso, invece, è assolutamente incomprensibile. Non ha spiegazioni e non comprende possibilità di conversione. Come può solo pensare di pentirsi una persona assolutamente malvagia? No, i malvagi non esistono.

Poi, giorno dopo giorno, un dubbio si è insinuato in quella che era una incrollabile certezza. Il dubbio ha la forma di una donna bella, sorridente, disponibile e molto professionale. Un giorno spariscono 20 sterline dalla cassa. Chi è stato? O io o lei. Lei impossibile, avrò sbagliato io a dare il resto della spesa. Eppure avevo controllato bene e il mio portafoglio alla fine della giornata era vuoto. Vabè, sarò stato io comunque. Due mesi dopo spariscono 60 sterline. Stavolta è chiaro: io non c'entro. C'è una inchiesta interna ed un mare di bugie: c'è chi si difende tentando di nascondere le piccole inadempienze commesse, c'è una che cerca di incolpare la collega. Non passa nemmeno una settimana e compare un messaggio sul libro delle comunicazioni: da oggi le chiavi della cassa e delle medicine devono essere portate dalla stessa persona che avrà piena responsabilità per ogni discrepanza. Lei scrive il messaggio, io il primo a prendere le chiavi e, guarda a caso, mancano già due medicine. L'obiettivo è chiaro: mettere nei casini i colleghi.

Poi uno ci pensa e mette insieme piccole cose a cui prima non aveva fatto caso: i soldi per pagare il taxi non restituiti; la promessa fatta al manager di scusarsi per una risposta maleducata verso di me mai mantenuta; i guanti di lattice di scorta nascosti; il parlare alle spalle; lo scaricare la colpa sempre verso i colleghi. Sono tutte piccole cose, banali, stupide, grette, non necessarie, ma tanto più superflue sono, tanto più incomprensibili e malvagie.

Perchè fare del male quando non se ne trae beneficio alcuno, se non la soddisfazione di avere fatto del male? Non hai dimostrato di essere più forte, nè più intelligente. Non ti sei arricchita e hai rubato a dei disabili. Nessuno ti stimerà di più. Tutte le tue azioni rimangono nascoste, oscure, non te ne puoi nemmeno vantare con le amiche.

No, i malvagi non esistono. Però qualcuno mi deve spiegare il perchè.

sabato 1 settembre 2007

Sfruttamento No-Profit

Se il plusvalore è tutto ciò che dei ricavi non finisce in salari e ammortamenti, e se il plusvalore dà la misura dello sfruttamento dei lavoratori di un'impresa, allora, a rigore, i dipendenti di un ente no-profit dovrebbero essere meno sfruttati degli altri. Forse è questa impressione che rende il no-profit tanto popolare negli ambienti della sinistra post-industriale. Ma è un'impressione sbagliata.

Prendiamo un caso a caso, il mio. La mia ditta è rigorosamente no-profit e si (pre)occupa del benessere dei disabili fornendo una serie di servizi, come la gestione di strutture residenziali, attività ricreative, di consulenza, ricerca etc etc. La mia ditta, cioè, non offre cose, ma il lavoro di migliaia di persone. Il 75% del bilancio della mia ditta (che è molto ma molto grande) finisce in buste paga. Siccome essere no-profit, non significa affatto essere pro-debit, a tali uscite devono corrispondere tali entrate. E da dove vengono fuori queste entrate? Donazioni? Suvvia! Vengono da fondi pubblici: ogni comune appalta i servizi che decide di offrire ai propri cittadini. Lo fa con aste molto competitive: una marea di nobilissimi enti no-profit, housing associations e charities, prende parte a questa lotta all'ultimo sangue per vincere un appalto. Da che mercato è mercato, vince chi offre il prezzo migliore.

Con tre quarti di bilancio spesi in personale, naturalmente la voce su cui tagliare è una: lo stipendio, con annessi e connessi. Quest'anno, per esempio, lo scatto automatico di salario (stiamo parlando di una sciocchezza come il 2%, manco l'inflazione) è stato posticipato di sei mesi. Comunicazione via lettera, senza discussioni. Il "semaforo" è stato escogitato per ridurre i periodi di malattia: con due settimane a casa in un anno finisci rosso e sei a rischio licenziamento. E se mi rompo una gamba sono cavoli miei. Ovviamente le pause sigarette vengono recuperate a fine turno. A me, che non fumo più, casca la mascella sentendo dei miei amici, molto più pagati di me, tutti rigorosamente profit, che impiegano una parte consistente delle loro giornate lavorative con blogs e facebook.

Il mio datore di lavoro è, infatti, molto interessante a spremermi valore. Siccome è no-profit, però, questo valore non se lo incamera sotto forma di profitti o investimenti, ma lo trasferisce, bello impacchettato e infiocchettato, allo stato. In altre parole, il mio sfruttatore, il mio nemico di classe non è un avaro lardoso capitalista in sigaro e tuba, ma una sfilza di amministratori pubblici che hanno "altre priorità" (tipo catturare terroristi islamici).

E' proprio il caso di dirlo: governo ladro!