Con la scusa dei buoni sentimenti il terzo settore serve a ridurre lo stato sociale. Cooperative, associazioni e dame della carità hanno creato un mercato per l'offerta di assistenza sociale.
Il mercato - meno costi, più efficienza - non ha, di per sè, nulla che non va. Ma il mercato del sociale è un mercato particolare. Funziona così:
1. Gli amministratori pubblici riducono la spesa sociale pubblicando bandi con criteri solo monetari.
2. Gli enti no profit offrono servizi al ribasso tagliando l'unica cosa che possono tagliare: il costo della manodopera.
3. Vengono assunti giovani sottoccupati, precari e al minimo salariale con un unico obiettivo: andarsene.
4. Con un personale non motivato ed in continuo turn-over, la qualità del servizio peggiora e chi ne porta il costo sono gli utenti, troppo vulnerabili per protestare.
Vale la pena notare che in questo modo l'amministrazione compra il servizio, ma è un altro (l'utente) ad usufruirne. All'amministrazione interessa la riduzione dei costi in bilancio, ma non il peggioramento del servizio, che viene sopportato non da essa (il cliente) ma dall'utenza. Comprando il servizio sociale, l'amministrazione pubblica può, per giunta, scaricare la responsabilità del peggioramento della qualità del servizio sull'ente no-profit (che non è mai abbastanza efficiente). A questo vantaggio se ne aggiunge un secondo. L'ente no-profit, sotto il costante ricatto degli appalti, deve rinunciare al suo ruolo di advocacy, di difesa degli interessi degli strati della popolazione più vulnerabili.
L'ente no-profit per cui lavoro e che era stato fondato per la difesa e il sostegno dei disabili e che, in passato, aveva promosso con successo i loro diritti, ora si vede costretto a promuovere, con il sorriso sulle labbra, un nettissimo taglio dei fondi a loro destinati, soprannominato ipocritamente "miglioramento della qualità". Naturalmente nessuna voce critica si alza contro il governo, anzi: applausi e via a firmare il prossimo appalto. In compenso non si risparmiano critiche al servizio sanitario nazionale: è un posto infernale dove avvengono i peggiori abusi, molto meglio chiudere baracca e subappaltare tutto... al terzo settore.
La difesa del terzo settore in nome del principio della sussidiarietà è neoliberalismo sotto mentite spoglie. La sussidiarietà vorrebbe che si rimettesse ogni compito al livello sociale più basso in cui esso può essere assolto. Il livello più basso, nel nostro caso, non è la "comunità", ma è il mercato. Gli enti no-profit non sono enti di volontariato e beneficenza, ma organizzazioni che sono no-profit solo perchè operano in un un mercato con un acquirente e tanti offerenti (il monopsonio), dove è impossibile fare profitti. Ad assolvere il compito di assistere i più deboli non ci sono volontari che agiscono per amore del prossimo, ma professionisti che lavorano per un salario. Anzi, l'amore per il prossimo è una pericolosa deviazione professionale (mai affezionarsi all'utenza! mantenere il distacco!), mentre i volontari sono, per definizione dei dilettanti.
Il processo di polverizzazione dello stato sociale è, così, in pieno corso e ci vede (quasi) tutti a battere le mani entusiasti e a fare il tifo per la Caritas. C'è un solo modo per fermarsi prima che sia troppo tardi: chiudere il terzo settore. E se qualcuno ci tiene proprio, la faccia al partito democratico.