
Una delle parole d'ordine della
mia ditta è "choice", scelta. Il mio lavoro consisterebbe, infatti, nel permettere ai miei clienti (cioè i disabili) di fare il numero più alto possibile di scelte indipendenti. L'idea mi piace molto, fa tanto Amartya Sen ed pare pure molto sensata. Solitamente, "l'abile" è svelto a decidere al posto del disabile, abusando così del proprio presunto vantaggio intellettivo: il tipo di sandwich, il gusto delle patatine, quanti soldi spendere e come e dove andare e come: alla fine è sempre l'educatore che sceglie, se non altro perchè si fa prima che a chiedere e comunque l'educatore sa sempre sempre cosa è meglio fare. L'educatore è un po' come Dio.
Ma, dicevo appunto, noi siamo diversi e promuoviamo la libertà di scelta del disabile. Poi, però, affianco alla parola d'ordine "choice", ne affianchiamo un'altra, "duty of care", l'obbligo di cura. E' una parola d'ordine bastarda perchè si può allargare all'infinito. Si parte dal comprensibile fatto che se un disabile vuole buttarsi dalla finestra è mio compito tentare di impedirglielo (se non altro perchè dopo nei casini ci finisco io). Si arriva però fino alla scelta delle scarpe da tennis, che devono essere appropriate all'età e al genere. Le scarpe rosa di sailor moon il disabile, maschio trentenne, se le può tranquillamente scordare. E pure i soldi bisogna saperli maneggiare e non si può spendere un salario in taxi. Il disabile, certo, è incoraggiato a fare tutte le scelte del mondo, baste che queste siano socialmente rispettabili e ragionevoli. Il disabile, in altre parole, non può sbagliare ed è il dovere di cura dell'educatore impedirglielo. E l'educatore ritorna Dio.
Anzi, più di Dio, perchè Dio, alla fin fine, ci lascia tutta la choice che ci pare, anche di buttarmi giù dalla finestra e persino di prendere a bazookate il mio vicino di casa. Ci ha lasciati liberi di andare contro le norme sociali, di sbagliare e di continuare a farlo. Ma, ovviamente, noi, per fortuna, non siamo mica disabili.