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sabato 28 febbraio 2009

Refused

Quando lavoravo a Londra come assistente in una struttura residenziale per disabili, ogni mattina e ogni sera dovevo distribuire le medicine: pillole, sciroppi e pomate. C'era un orario preciso per farlo, una procedura standard e un registro. La dose per ogni medicina era contenuta in un box con la foto dell'utente in bella evidenza. Impossibile sbagliarsi.

Gli utenti aspettavano le medicine e le prendevano con non curanza. A volte, però, qualcosa girava storto. E uno di loro rifiutava. No! Oggi la pasticca non la voglio! Ma come non la vuoi? Ti aiuta a stare meglio. L'ha ordinata il dottore. Perchè non la vuoi?

Io insisto dieci minuti. Ritorno più tardi. Riprovo. Insisto. Ma se la volontà dell'utente, un disabile con ritardo mentale, è chiara? Non potevo, certo, ingannarlo, sbriciolando la pillola in un bicchiere d'acqua o mischiandola nel purè a cena. Di mandargliela giù per la gola a forza manco a parlarne. Manco se la vita dell'utente era a rischio. Le linee guida erano chiarissime.

Se il medico di base non è raggiungibile, si chiama il centralino del servizio sanitario, per capire quali possono essere le conseguenze sanitarie di un rifiuto della medicina. Se le conseguenze sono gravi, e l'utente proprio non ne vuole sapere, si chiama l'ambulanza.

Poi si torna in ufficio e sul registro delle medicine si scrive: REFUSED.

sabato 15 dicembre 2007

Disabili liberi

Una delle parole d'ordine della mia ditta è "choice", scelta. Il mio lavoro consisterebbe, infatti, nel permettere ai miei clienti (cioè i disabili) di fare il numero più alto possibile di scelte indipendenti. L'idea mi piace molto, fa tanto Amartya Sen ed pare pure molto sensata. Solitamente, "l'abile" è svelto a decidere al posto del disabile, abusando così del proprio presunto vantaggio intellettivo: il tipo di sandwich, il gusto delle patatine, quanti soldi spendere e come e dove andare e come: alla fine è sempre l'educatore che sceglie, se non altro perchè si fa prima che a chiedere e comunque l'educatore sa sempre sempre cosa è meglio fare. L'educatore è un po' come Dio.

Ma, dicevo appunto, noi siamo diversi e promuoviamo la libertà di scelta del disabile. Poi, però, affianco alla parola d'ordine "choice", ne affianchiamo un'altra, "duty of care", l'obbligo di cura. E' una parola d'ordine bastarda perchè si può allargare all'infinito. Si parte dal comprensibile fatto che se un disabile vuole buttarsi dalla finestra è mio compito tentare di impedirglielo (se non altro perchè dopo nei casini ci finisco io). Si arriva però fino alla scelta delle scarpe da tennis, che devono essere appropriate all'età e al genere. Le scarpe rosa di sailor moon il disabile, maschio trentenne, se le può tranquillamente scordare. E pure i soldi bisogna saperli maneggiare e non si può spendere un salario in taxi. Il disabile, certo, è incoraggiato a fare tutte le scelte del mondo, baste che queste siano socialmente rispettabili e ragionevoli. Il disabile, in altre parole, non può sbagliare ed è il dovere di cura dell'educatore impedirglielo. E l'educatore ritorna Dio.

Anzi, più di Dio, perchè Dio, alla fin fine, ci lascia tutta la choice che ci pare, anche di buttarmi giù dalla finestra e persino di prendere a bazookate il mio vicino di casa. Ci ha lasciati liberi di andare contro le norme sociali, di sbagliare e di continuare a farlo. Ma, ovviamente, noi, per fortuna, non siamo mica disabili.

martedì 30 ottobre 2007

Conflict Resolution

Oggi sono stato ad un corso di formazione dell'azienda. Conflict resolution, il tema. La provvidenza! penserà qualcuno.

Si parte con un test psicologico su come affrontiamo i conflitti. Ne esce che sono una civetta (che è disposta a confrontarsi a visi aperto), con una notevole propensione a fare la volpe (che cerca sempre il compromesso) e molti tratti da orsetto (che sui conflitti sparge il miele). Non sono, invece, una tartaruga (che rifugge il conflitto), nè tanto meno uno squalo (che nel conflitto, invece, ci sguazza ed è disposto a sbranare per vincere). E chissà se questo test mi ha descritto bene...


Poi si passa il resto della giornata a dire che l'importante in un conflitto è essere assertivi (cioè farsi valere, ma non troppo e sempre con molta educazione) e sapere prendere e dare critiche.
Insomma, un corso inutile. Inutile perchè partiva dal presupposto che i conflitti nascono da problemi concreti e si svolgono tra persone adulte, mature e moderatamente razionali. Beh, ci sono anche questi conflitti, ma per risolverli non serve certo una giornata di lezione. Inutile perchè i conflitti veri nascono da antipatie caratteriali, vendette servite a sangue freddo freddissimo, passioni che prendono la mano e sete di sangue.

Tornando a casa esponevo le mie idee ad un mio collega gallese, che mi risponde così: Luca, tu non volevi un corso sulla risoluzione dei conflitti, tu volevi un corso sulla moralizzazione dei tuoi colleghi. Beh, lo ammetto, touchè.

sabato 1 settembre 2007

Sfruttamento No-Profit

Se il plusvalore è tutto ciò che dei ricavi non finisce in salari e ammortamenti, e se il plusvalore dà la misura dello sfruttamento dei lavoratori di un'impresa, allora, a rigore, i dipendenti di un ente no-profit dovrebbero essere meno sfruttati degli altri. Forse è questa impressione che rende il no-profit tanto popolare negli ambienti della sinistra post-industriale. Ma è un'impressione sbagliata.

Prendiamo un caso a caso, il mio. La mia ditta è rigorosamente no-profit e si (pre)occupa del benessere dei disabili fornendo una serie di servizi, come la gestione di strutture residenziali, attività ricreative, di consulenza, ricerca etc etc. La mia ditta, cioè, non offre cose, ma il lavoro di migliaia di persone. Il 75% del bilancio della mia ditta (che è molto ma molto grande) finisce in buste paga. Siccome essere no-profit, non significa affatto essere pro-debit, a tali uscite devono corrispondere tali entrate. E da dove vengono fuori queste entrate? Donazioni? Suvvia! Vengono da fondi pubblici: ogni comune appalta i servizi che decide di offrire ai propri cittadini. Lo fa con aste molto competitive: una marea di nobilissimi enti no-profit, housing associations e charities, prende parte a questa lotta all'ultimo sangue per vincere un appalto. Da che mercato è mercato, vince chi offre il prezzo migliore.

Con tre quarti di bilancio spesi in personale, naturalmente la voce su cui tagliare è una: lo stipendio, con annessi e connessi. Quest'anno, per esempio, lo scatto automatico di salario (stiamo parlando di una sciocchezza come il 2%, manco l'inflazione) è stato posticipato di sei mesi. Comunicazione via lettera, senza discussioni. Il "semaforo" è stato escogitato per ridurre i periodi di malattia: con due settimane a casa in un anno finisci rosso e sei a rischio licenziamento. E se mi rompo una gamba sono cavoli miei. Ovviamente le pause sigarette vengono recuperate a fine turno. A me, che non fumo più, casca la mascella sentendo dei miei amici, molto più pagati di me, tutti rigorosamente profit, che impiegano una parte consistente delle loro giornate lavorative con blogs e facebook.

Il mio datore di lavoro è, infatti, molto interessante a spremermi valore. Siccome è no-profit, però, questo valore non se lo incamera sotto forma di profitti o investimenti, ma lo trasferisce, bello impacchettato e infiocchettato, allo stato. In altre parole, il mio sfruttatore, il mio nemico di classe non è un avaro lardoso capitalista in sigaro e tuba, ma una sfilza di amministratori pubblici che hanno "altre priorità" (tipo catturare terroristi islamici).

E' proprio il caso di dirlo: governo ladro!