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giovedì 16 aprile 2009

La laicità non c'entra

Quello a cui stiamo assistendo non è un vero scontro tra stato e chiesa. Ce ne fu uno vero e molto virulento durante tutto l'ottocento. Allora la questione era davvero la laicità, dove, cioè, dovessero intercorrere i confini tra il potere politico e il potere ecclesiastico. Se il Papa pubblicava sillabi e non possumus, i governi chiudevano chiese, scioglievano ordini religiosi e confiscavano patrimoni.

Ora, nonostante gli allarmismi, la laicità non è davvero all'ordine del giorno. Lo scontro di questi giorni non è una riedizione di battaglie già combattute e decise. Si tratta di un conflitto nuovo nel campo aperto dalle nuove tecnologie della vita. E' uno scontro per stabilire dove passeranno i confini della libertà individuale e dell'autodeterminazione del singolo, della ricerca scientifica e delle seguenti commercializzazioni, dell'intervento medico o della sua astensione.

Le differenze tra questo scontro e quello ottocentesco sono palesi e ignorarle equiverebbe a fraintendere la realtà. Una differenza importante è che la chiesa non sta lottando per i propri privilegi. Un'altra differenza cruciale è che alla chiesa non è contrapposta l'isituzione statale, ma dei privati cittadini o dei partiti. Inoltre si tratta di difendere o ampliare non le prerogative dello stato, ma degli spazi di libertà individuale.

In altri termini: è una battaglia di valori interna alla cittadinanza, non di potere tra "cittadinanze qualitativamente diverse", quella terrestre e quella celeste (e non sono sicuro che questo sia veramente un bene: le battaglie di valori sono forse più spietate di quelle di potere).

domenica 8 febbraio 2009

Silenzio!

Questa è la foto sul mio desktop. Si capisce, quindi, come ogni invito al silenzio trovi qui un'accoglienza entusiasta, quando questo diviene il luogo della contemplazione e del discernimento. Quando ci previene dal dire sciocchezze. Ed è quando non facciamo più rumore che possiamo sentire al voce di Dio. Quando è una forma di rispetto verso il dolore dell'uomo, ecco, in quel momento il silenzio è prezioso.

E' da questo silenzio che potrà emergere un dibattito pubblico civile, in cui si è pronti all'ascolto delle ragioni dell'altro e fare qualche passo avanti verso una verità che è sempre più grande di noi. Il dibattito sulla vita, urgente e scottante, va avanti da anni ormai. Mette a dura prova i nostri nervi, ma è certamente molto meglio di quel silenzio deleterio, fatto di acquiescenza e indifferenza, che ho trovato verso le stesse questioni in Inghilterra.

Da noi la battaglia è dura, per la definizione di nuovi diritti e nuovi doveri. Come aveva ragione Focault quando diceva che i nostri codici grondano di sangue e sono la cristalizzazione delle guerre civili del nostro passato!

In questo scontro mi trovo, al solito, in mezzo con le mie poche certezze. Non saprei dire se l'alimentazione forzata è accanimento terapeutico o una sorta di obbligo morale che discende dal Vangelo o da una legge naturale da trasformare al più presto in civile. Non ho nemmeno il coraggio, e la spudoratezza, di definire assassino un padre che ha intrapreso un calvario per far rispettare quella che, legittimamente o meno, ritiene essere la volontà di sua figlia.

E, da cattolico, mi sarei aspettato dai miei pastori più degli inviti alla speranza - quella speranza che fu (ed è ancora) propria del popolo d'Israele e dello storpio che attese per 38 anni, ai margini di una piscina, di venir guarito - che diktat austeri e severe ingiunzioni . La faccia di bronzo di certi politici, che in un solo momento vogliono salvare la vita di un'italiana e condannare a morte centinaia di immigrati, quella sì, purtroppo, me l'aspettavo.

giovedì 22 gennaio 2009

Due parole su Eluana

Non ho mai seguito con attenzione il dibattito che si è sviluppato intorno alla questione di Eluana Englaro. Essa suscita interrogativi difficili, da suscitare grattacapi e malditesta oltre che gravose incertezze di coscienza. Sicurezze, insomma, non ne ho. Ora, però, vorrei provare a abbozzare un ragionamento.

Mi pare che la discussione si svolga lungo tre binari: la legittimità dell'obiezione di coscienza; se una persona in stato vegetativo sia viva o meno; se l'alimentazione artificiale sia una cura o no. Vado con ordine, partendo da ciò che mi è più familiare.

a) L'obiezione di coscienza: il Cardinal Poletto ha invitato i medici piemontesi a fare obiezione di coscienza nel caso in cui l'ospedale per cui lavorano dovesse apprestarsi ad interrompere l'alimentazione di Eluana.

A me questo invito pare assolutamente legittimo, e non certo farina del sacco di un ajatollah. Credo che sia assodato dai tempi del processo di Norimberga che ogni cittadino abbia il diritto (e, in caso di manifesta ingiustizia, il dovere) di disobbidire a leggi che ritiene ingiuste. L'obiezione di coscienza è stato uno strumento potente nella lotta contro dittature, occupazioni coloniali e, come ricordato dallo stesso Poletto, per l'abolizione dell'obbligo di leva.

Non ritengo, però, che l'obiezione di coscienza debba necessariamente essere riconosciuta come un diritto legale. Anzi, quando si manifesta nella forma di disobbedienza civile (e l'obiettore va pubblicamente incontro a tutte le sue conseguenze) il carattere di denuncia e testimonianza diviene forte e chiaro. Quando, invece, l'obiezione diviene una sorta di scappatoia, salva da problemi di coscienza, ma perde il carattere di denuncia verso una situazione ritenuta ingiusta.

In tutta onestà, la polemica sulle parole di Poletto mi pare pretestuosa.

b) In tutta onestà, non so cosa sia uno stato vegetativo. Ritengo, però, pericoloso introdurre il criterio della coscienza o dell'autonomia per stabilire cosa sia vita e cosa non lo sia. Altrettanto pericoloso mi pare sia incominciare a pensare che ci siano forme di vita più o meno piene, più o meno degne di essere vissute. Insomma, non riesco ad ammettere che Eluana sia un po' viva e un po' morta. Se la vita e la morte vengono poste su un continuum (chiamato disabilità), e non considerati come stati discreti, poi il rischio di eugenetica e biopolitica aumenta e potrebbe diventare irresistibile.

Mi auguro che si eviti questa deriva.

c) La questione vera si riduce, quindi, all'alimentazione forzata. Se è una cura, allora, può venire interrotta per evitare accanimenti terapeutici. In caso contrario, evidentemente, no. La magistratura si è già è pronunciata al proposito: per il diritto italiano si tratta di cura. Che piaccia o meno, la famiglia Englaro ha tutto il diritto di avvalersi di ciò che è previsto dalla legge.

Se la legge non piace, è il legislatore che la deve cambiare, non certo l'esecutivo a violarla (o ad impedirne l'esecuzione). A quel punto, la discussione si va politica, e non potrebbe essere altrimenti. Giusto è che ci si confronti a viso aperto, tenendo ben presente le difficoltà e le incertezze. E che, a livello pratico, comunque finisca il dibattito, potrebbero non esserci enormi ripercussioni. Intervistato su repubblica.it un medico sosteneva che, anche quando non si interrompesse l'alimentazione, basterebbe non intervenire nel caso di un peggioramento di salute per permettere ad una persona in stato vegetativo di morire.

I principi sono importanti, ma non riescono sempre a contenere la vita (e la morte).