Quello a cui stiamo assistendo non è un vero scontro tra stato e chiesa. Ce ne fu uno vero e molto virulento durante tutto l'ottocento. Allora la questione era davvero la laicità, dove, cioè, dovessero intercorrere i confini tra il potere politico e il potere ecclesiastico. Se il Papa pubblicava sillabi e non possumus, i governi chiudevano chiese, scioglievano ordini religiosi e confiscavano patrimoni.
Ora, nonostante gli allarmismi, la laicità non è davvero all'ordine del giorno. Lo scontro di questi giorni non è una riedizione di battaglie già combattute e decise. Si tratta di un conflitto nuovo nel campo aperto dalle nuove tecnologie della vita. E' uno scontro per stabilire dove passeranno i confini della libertà individuale e dell'autodeterminazione del singolo, della ricerca scientifica e delle seguenti commercializzazioni, dell'intervento medico o della sua astensione.
Le differenze tra questo scontro e quello ottocentesco sono palesi e ignorarle equiverebbe a fraintendere la realtà. Una differenza importante è che la chiesa non sta lottando per i propri privilegi. Un'altra differenza cruciale è che alla chiesa non è contrapposta l'isituzione statale, ma dei privati cittadini o dei partiti. Inoltre si tratta di difendere o ampliare non le prerogative dello stato, ma degli spazi di libertà individuale.
In altri termini: è una battaglia di valori interna alla cittadinanza, non di potere tra "cittadinanze qualitativamente diverse", quella terrestre e quella celeste (e non sono sicuro che questo sia veramente un bene: le battaglie di valori sono forse più spietate di quelle di potere).
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giovedì 16 aprile 2009
domenica 18 gennaio 2009
Il lato oscuro dell'autodeterminazione
L'altro giorno ragionavo sulla realisticità del progetto di autodeterminazione sudtirolese.
Oggi scopro un articolo di Joseph Nye (uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali) che affronta il tema dell'autodeterminazione da un punto di vista globale. Si intitola: Il lato oscuro dell'autodeterminazione. In inglese, ma disponibile anche con traduzione tedesca.
Per tutti coloro che non si accontentano di slogan, ma vogliono approfindire.
Oggi scopro un articolo di Joseph Nye (uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali) che affronta il tema dell'autodeterminazione da un punto di vista globale. Si intitola: Il lato oscuro dell'autodeterminazione. In inglese, ma disponibile anche con traduzione tedesca.
Per tutti coloro che non si accontentano di slogan, ma vogliono approfindire.
lunedì 12 gennaio 2009
Ein Tirol?
Nel frattempo, si fanno sondaggi, da cui emerge che un 20% dei sudtirolesi sarebbe favorevole ad un ritorno all'Austria, mentre un buon 30 preferirebbe il libero stato del Sudtirolo. Per chi le vuole, abbondano pure le chiacchere online. Nell'anno di Andreas Hofer ne sentiremo molte altre.
La richiesta di autodeterminazione si scontra contro formidabili ostacoli politici e giuridici. Il patto internazionale dei diritti umani, a differenza da quanto sostenuto dal partito della Klotz, non costituisce una base giuridica sufficiente a legittimare l'indipendenza sudtirolese. Esso, infatti, vale per quei popoli sottomessi a occupazione coloniale o è stato conquistato con la forza. la questione sudtirolese è stata risolta attraverso un accordo diplomatico tra Austria e Italia, sfociato nella definitiva approvazione dello statuto di autonomia e nella successiva quietanza rilasciata dal governo austriaco.
Alla mancanza di legittimità giuridica, si aggiungono i costi economici che dovuti alla nuova collocazione internazionale sudtirolese. L'Alto Adige dovrebbe provvedere con mezzi propri alla provvigione dei servizi attualmente finanziati dallo stato italiano (uno per tutti: la sicurezza pubblica interna ed esterna) o contribuire al finanziamento dello stato austriaco (nel caso prevalesse l'ipotesi di ritorno all'Austria). Dovrebbe, inoltre, riorientare la direzione del commercio internazionale. Attualmente prevale l'importazione dalla Germania all'Italia, grazie al fatto che i sudtirolesi parlano tedescono, ma vivono all'interno del sistema giuridico italiano. Infine, andrebbero ricontrattate da capo le regole per la convivenza. Per il secondo statuto di autonomia ci abbiamo messo 50 anni. Quanti ce ne vorrebbero per il terzo? Ai costi vanno sommati i rischi di violenze da parte del nuovo gruppo etnico di minoranza.
Tutto ciò vanno controbilanciate le opportunità che vengono dal processo di intergrazione europea ed interregionale, oltre che dalla graduale federalizzazione dello stato italiano.
E' chiaro che quei partiti e esponenti politici che sventolano la bandiera dell'autodeterminazione devono essere in grado di rispondere a tutte queste obiezioni. Altrimenti si dimostreranno solo dei pericolosi demagoghi e populisti truffaldini.
Naturalmente è tutto un altro discorso per il celebre lodo Ferrari.
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