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mercoledì 11 marzo 2009

Il ritorno della politica

Cosa hanno in comune il mandato di arresto emesso dalla corte penale internazionale contro il presidente del Sudan e la crisi economica mondiale?

Sono avvenimenti di natura e dimensione assolutamente diversi, eppure entrambi segnalano l'urgenza di un ritorno alla politica. Ci siamo illusi, per troppo tempo, di poter far a meno della politica. Che la politica fosse una cosa brutta, in mano a corrotti e incompetenti. Ci siamo illusi che si potesse delegare la gestione della cosa pubblica "agli esperti". Ci siamo illusi che affidare la politica economica agli economisti e la politica internazionale ai giuristi avrebbe portato ad un mondo migliore.

Ora, siamo costretti a tornare alla dura realtà. Abbiamo scoperto che dietro ogni legge economica si nascondono interessi particolari ed ideologici, e che non basta un procuratore per fare la pace.

Espellere lo stato dalla mondo dell'economia è stata follia. Altrettanto è stato permettere che la corte penale internazionale prendesse l'iniziativa in una crisi complessa come quella sudanese. Ora, rinsaviti, si spera, torniamo a fare politica.

ps. sulla crisi economica sanno ormai tutto tutti. Su quello che sta succendendo in Sudan, invece, questo è l'indirizzo giusto.

domenica 18 gennaio 2009

Il lato oscuro dell'autodeterminazione

L'altro giorno ragionavo sulla realisticità del progetto di autodeterminazione sudtirolese.

Oggi scopro un articolo di Joseph Nye (uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali) che affronta il tema dell'autodeterminazione da un punto di vista globale. Si intitola: Il lato oscuro dell'autodeterminazione. In inglese, ma disponibile anche con traduzione tedesca.

Per tutti coloro che non si accontentano di slogan, ma vogliono approfindire.

sabato 10 gennaio 2009

La legittimazione di Hamas

Hamas è universalmente considerata un'organizzazione terroristica. In questi giorni ci viene ricordato ad ogni tre per due.

Il fatto che Hamas abbia vinto delle elezioni, sieda in parlamento e goda di un ampio sostegno popolare renda già problematica la sua categorizzazione come organizzazione terroristica. Ma a metterla ancora più in crisi è proprio la guerra che sta sconvolgendo Gaza. Chi, per sradicare un'organizzazione terroristica, attaccherebbe, indiscriminatamente o quasi, la popolazione civile? L'operazione Piombo fuso non è un'azione di antiterrorismo. E' un atto di guerra.

Uno stato non può dichiarare guerra ad un gruppo di terroristi, perchè la guerra si fa esclusivamente tra uguali. I terroristi si dovrebbero combattere con la polizia. Fargli la guerra significa elevare il loro status da criminali a nemici. I nemici uccidono, ma quando non ci si riesce, allora ci si parla.

In altre parole, è la stessa guerra israeliana a legittimare Hamas.

Il governo israeliano questo lo sa benissimo. E' quindi bene che teniamo in mente che la definizione di Hamas come organizzazione terroristica è una forma di propaganda, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi militari e politici di Israele. Ma che può essere sempre messa da parte nel momento in cui la necessità politica e diplomatica lo richiedano e alle cannonate seguiranno (se seguiranno) le trattative.

Scandalizzarsi perchè attori internazionali invitino a dialogare con Hamas è, purtroppo, segno di stupidità politica e un fastidioso retaggio dell'idealismo aggressivo di matrice neocon.

ps. per chi sa il tedesco, ecco un'ottima analisi di Gisela Dachs, da die Zeit.

martedì 16 dicembre 2008

L'interventismo democratico


Dobbiamo rimpiangere la dottrina dell'interventismo democratico? La comunità internazionale riconosce ancora "la responsabilità di proteggere" le popolazioni civili dalle aggressioni del proprio stato? Devono essere questi i principi cardine di una politica estera di sinistra?

Sono queste le domande che sottendono a un interessante post di Andrea Romano (via Francesco Costa), rimasto meravigliato che ci sia "una convergenza bipartisan", da Dalema a Kouchner passando per Berlusconi, nel rinnegare l'interventismo democratico.

L'interventismo democratico è, però, una dottrina molto problematica. Ne cito alcuni, giusto per non spendere troppe lacrime sul suo rapido pensionamento.

1. Il criterio di genocidio per determinare la necessità di intervenire è labile, opinabile, flessibile, si allarga e si restringe a seconda delle esigenze. Si adatta facilmente - anzi, inevitabilmente - a mascherare interventi di vecchie e realiste politiche di potenza, che di umanitario hanno poco o nulla. Questo accade perchè a decidere cos'è genocidio e cosa non lo è sono le grandi potenze (USA, Russia, Cina...), e non organi imparziali e autorevoli (come se questi potessero esistere nella comunità internazionale).

2. Una politica di intervento democratico richiede giustizia nella sua applicazione per essere credibile. Perchè l'Iraq sì e la Birmania no? E la giustizia nella sua applicazione è impossibile, se non si vuole provocare una guerra mondiale di proporzioni e conseguenze mai viste.

3. Prima di lanciarsi in un'intervento umanitario bisogna essere sicuri che esso non sia una medicina peggiore del male che vuole curare. I teatri delle emergenze umanitarie sono complessi e delicati, spesso si assiste al fallimento di strutture statuali (come in DRC) o a risposte sproporzionate a conflitti pre-esistenti (come in Kosovo). Gli strumenti attualmente a disposizione delle grandi potenze si sono rivelati insufficienti per il "peace-keeping", completamente inadeguati allo "state building" che inevitabilmente segue un intervento umanitario. Nel peggiore dei casi si è finisce come in Somalia (con un umiliante ritiro dopo una vergognosa serie di stupri e violenze da parte dei caschi blu), nel migliore dei casi come in Kosovo (con l'epurazione dei serbi, invece degli albanesi).

4. Oltre agli strumenti militari mancano anche quelli concettuali. L'idea di "esportare la democrazia e i diritti umani" è deficitaria sotto molti punti di vista. Democrazia e diritti umani non scendono dal cielo, nè si impongono sulla punta delle carabine. Entrambi hanno bisogno di uno stato e di un certo equilibrio sociale per esistere, e non vicevera (democrazia e diritti non fanno uno stato). Purtroppo, l'unica risposta efficace nel costruire una struttura statale funzionale è quella islamista. Il regime talebano non ha dato molto all'Afghanistan, ma è stato l'unico a dargli la pace (a differenza di sovietici ed occidentali). Valutazioni simili si potrebbero fare sulla Somalia. Noi non abbiamo alternative credibili alla strategia islamista di costruzione dello stato. E senza statualità ogni intervento democratico è un futile esercizio.

Gli interventi con maggiore probabilità di successo sono quelli portati avanti dalle potenze regionali. L'unica seria risposta alle emergenze umanitarie è affidarsi (criticamente, per carità!) a queste ultime, sia nella valutazione della crisi che nell'eventuale intervento risolutivo, limitandosi a fornire risorse e supporto economico.

giovedì 27 settembre 2007

Viva i Birmani!

Soprattutto perchè hanno il buon gusto di non venire a fare i rifugiati a spese nostre.