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domenica 24 maggio 2009

Il Pippo Inzaghi del Sudtirolo

Si celebra qui da noi il centenario della morte di Andreas Hofer (Andrè per gli amici). Ieri, allora, sono montato in macchina e, prima di arrampicarmi fino alla Pfandleralm, dove fu catturato dai francesi, ho fatto un salto in val Passiria al museo a lui dedicato e costruito proprio affianco del Sandwirt, la sua osteria.

Il museo mischia l'Hofer storico e quello mitologico con una buona dose di ironia e delicatezza. Godibilissimo il video introduttivo. Esilaranti gli audio delle testimonianze dell'epoca, che vengono lette imitando l'accento (francese, piuttosto che tirolese o italiano) dei loro autori. E fa riflettere come Hofer sia stato sfruttato come strumento di propaganda da tutti quelli che sono passati per il Tirolo: gli austrungarici (l'Hofer fedele all'imperatore, che poi, però, lo tradì regalando il Tirolo ai bavaresi) e le femministe (l'Hofer bravo marito che faceva i lavori di casa, anche se a me pare che fosse la moglie a mandare avanti la baracca, mentre lui si dedicava alla politica e alla borsa delle vacche), i nazisti (l'Hofer nazionalista tedesco, che, intanto, sparava ai bavaresi) e i comunisti (l'Hofer antimperialista -sic-).

Comunque la cosa più straordinaria è l'elenco degli eroi (eroi come Hofer, eroi un po' per caso, secondo i curatori del museo), nella sala delle proiezioni. Tra Gandhi ed Ercole, Toro Seduto e Daniele Manin, ci stava anche Filippo Inzaghi, detto Pippo (!).

mercoledì 13 maggio 2009

Labirinti, Libertà

Martedì a visitare la mostra di arte contemporanea, a Fortezza. Visita guidata: eravamo in 4 con la guida. Il vero spettacolo sono stati proprio i miei compagni di mostra. La guida Michele, toscano, che ha parlato quasi sono in tedesco, e una ragazza di Sarentino che studia al Goldsmith con il papà.

Il papà ha fatto il militare a Varna e alla Fortezza ci andava per le esercitazioni e le feste. Ha raccontato ancora, mentre si passava nella sezione "confini-grenzen", di come via Bottai era "dei tedeschi", perchè di lì ci passava la strada per Sarentino. Sul lato sinistro della via c'era il locale "bene", il Cavallino Bianco (che c'è tutt'ora ed è sempre pieno), di fronte c'erano i locali malfamati il night Mondschein e il bar zum Pfau. Al zum Pfau ci andavo anch'io da ragazzino con la mia compagnia e non capivamo, perchè, a volte, il barista, panzuto, cattivo e proprio crucco, non ci facesse entrare, anche se il locale era vuoto. Qualche hanno più tardi l'hanno chiuso per droga. Passando nella cripta del Forte, dove era stato nascosto l'oro di Hitler e Mussolini, ha anche raccontato la storia secondo la quale parte di quest'oro fosse finito nella mani dell'autista sudtirolese di Mussolini, che, con i lingotti trafugati, si è comprato metà Renon. Oggi Nicoletta mi spiegava, invece, che, secondo gli italiani, una buona parte di quell'oro sia finita a Licio Gelli.

Di quello spicchio di mostra che abbiamo visto in un'ora e mezza interessante soprattutto un video. Veniva mostrata una coda ad una biglietteria di una località sciistica. Una voce dal megafono, con tono ufficiale, chiedeva ai clienti di lingua italiana di andare allo sportello 1 e a quelli di lingua tedesca di andare allo sportello 2. Tutti, o quasi, ubbidivano. Poi un missile impiantato per terra, sul quale sono dipinte immagini sacre di quelle che si trovano nelle peggiori chiese barocche. Infine una cornice, con una miriade di soldatini dorati attaccati, appesa sulla parete di una latrina o, in tedesco, plumpsklo (perchè quando cade "fa plump").

Torno in tempo per Effi Briest, al cinema (unico maschio nella sala). Sento spesso in giro lamentarsi per il degrado morale della nostra età. Ma l'uomo di oggi non è più immorale di quello di ieri. E', forse, meno ipocrita. Vengono respinte le maschere che nascondo la sostanza dei sentimenti. Questo, nonostante tutto, è un progresso.


venerdì 8 maggio 2009

Santa Margherita

A Lana, non lontana dalla chiesa parrocchiale che ospita l'altare ligneo di Schnatterpeck, c'è una piccola cappella romanica (del 1200) dedicata a Santa Margherita di Antiochia. A quanto si racconta, la chiesetta venne fatta costruire da una nobildonna ortodossa, Teofana, nel luogo in cui la sua carrozza si rovesciò, per ringraziare di essere rimasta incolume.

La cappella ha tre absidi affrescati. Quello centrale è dominato da Cristo pantocratore. In quelli laterali, invece, è narrata la storia di Santa Margherita. La chiesa è stata poi data all'ordine teutonico.

Trovo affascinante che nel cuore del cattolicissimo Tirolo si nasconda uno stupendo gioiello di spiritualità ortodossa. L'unità della chiesa è radicata nella nostra storia, più di quanto noi stessi osiamo pensare.

domenica 26 aprile 2009

Elezioni europee e rappresentanza politica

All'esame-mammuth di scienza politica presi 29. Per questo vengo ancora sfottuto dai miei amici che presero tutti 30 (sebbene nessuno di loro ricordi che io lo diedi una volta sola, a differenza loro). Comunque, quello che mi fregò fu una domanda sui 5 significati di rappresentanza, argomento che avevo ritenuto troppo idiota per essere memorizzato, ma che Panebianco (sì, proprio lui. E questo spiega come mai di politica io capisca così poco) pensò bene di inserire nel questionario a risposte aperte.

I 5 significati di rappresentanza non li so nemmeno ora. Ne ricordo, però, due. C'è la rappresentanza nel senso che qualcuno (il parlamentare) va a fare le tue veci in parlamento perchè tu non hai tempo per farlo (sic!). E c'è la rappresentanza nel senso di rappresentazione, nel senso che il parlamentare che ti sei scelto è un tipo un po' come te: con i tuoi gusti, valori e, soprattutto, interessi.

Ora; le liste per le europee del pd, per usare un eufemismo, non hanno scatenato un gran entusiasmo. Da me, Altoadige-Nordest,ad esempio, faremo fatica a prendere il voto dello zoccolo duro. Ciò nonostante, pur nel mare di veneziani candidati, io tre persone che mi rappresentino (nel senso di rappresentazione) riesco a trovarle pure nella democratica lista.

La prima è Debora Serracchiani (e chi se no?), che rappresenta il militante medio del pd e che trova le migliori parole per esprimerne rabbia, amore e passione. Lei dice quello che tutti noi militanti pensiamo ed è bene che lo dica anche al parlamento europeo.

Il secondo è Michele Nicoletti. I punti a suo sfavore sono che è un professore universitario ed è trentino. Però ha il pallino della teologia politica e studia Carl Schmitt, Soren Kierkergaard e Romano Guardini. Come posso non votare uno così?

Il terzo è Vittorio Prodi, perchè qui si è un po' nostalgici (ma senza rimpianti) e Vittorio è tra i fondatori della scuola di pace di Monte Sole. Senza ombra di dubbio si tratta, quindi, di un "cattocomunista dossettiano", come me e Romano (Prodi).

Peccato che noi del nordest abbiamo solo due preferenze. Chi l'avrebbe mai detto che, da una lista del genere, avrei avuto addirittura l'imbarazzo della scelta: quale me avrà l'onore di rappresentarmi in parlamento: il militante, l'intellettual(oide) o il cattocomunista?

domenica 18 gennaio 2009

Il lato oscuro dell'autodeterminazione

L'altro giorno ragionavo sulla realisticità del progetto di autodeterminazione sudtirolese.

Oggi scopro un articolo di Joseph Nye (uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali) che affronta il tema dell'autodeterminazione da un punto di vista globale. Si intitola: Il lato oscuro dell'autodeterminazione. In inglese, ma disponibile anche con traduzione tedesca.

Per tutti coloro che non si accontentano di slogan, ma vogliono approfindire.

lunedì 12 gennaio 2009

Ein Tirol?

Il tema dell'autodeterminazione del Sudtirolo è ritornato in auge. Eva Klotz ci ha costruito su una carriera politica e i suoi epigoni spuntano come funghi. Alle ultime elezioni provinciali sono ben tre i partiti della destra tedesca che sono entrati in consiglio accarezzando sogni d'indipendenza. Pure la SVP, l' oramai ex partito di raccolta, si preoccupa di ricordare agli elettori che l'obiettivo dell'autodeterminazione non è mai sparito dal suo statuto.

Nel frattempo, si fanno sondaggi, da cui emerge che un 20% dei sudtirolesi sarebbe favorevole ad un ritorno all'Austria, mentre un buon 30 preferirebbe il libero stato del Sudtirolo. Per chi le vuole, abbondano pure le chiacchere online. Nell'anno di Andreas Hofer ne sentiremo molte altre.


La richiesta di autodeterminazione si scontra contro formidabili ostacoli politici e giuridici. Il patto internazionale dei diritti umani, a differenza da quanto sostenuto dal partito della Klotz, non costituisce una base giuridica sufficiente a legittimare l'indipendenza sudtirolese. Esso, infatti, vale per quei popoli sottomessi a occupazione coloniale o è stato conquistato con la forza. la questione sudtirolese è stata risolta attraverso un accordo diplomatico tra Austria e Italia, sfociato nella definitiva approvazione dello statuto di autonomia e nella successiva quietanza rilasciata dal governo austriaco.

Alla mancanza di legittimità giuridica, si aggiungono i costi economici che dovuti alla nuova collocazione internazionale sudtirolese. L'Alto Adige dovrebbe provvedere con mezzi propri alla provvigione dei servizi attualmente finanziati dallo stato italiano (uno per tutti: la sicurezza pubblica interna ed esterna) o contribuire al finanziamento dello stato austriaco (nel caso prevalesse l'ipotesi di ritorno all'Austria). Dovrebbe, inoltre, riorientare la direzione del commercio internazionale. Attualmente prevale l'importazione dalla Germania all'Italia, grazie al fatto che i sudtirolesi parlano tedescono, ma vivono all'interno del sistema giuridico italiano. Infine, andrebbero ricontrattate da capo le regole per la convivenza. Per il secondo statuto di autonomia ci abbiamo messo 50 anni. Quanti ce ne vorrebbero per il terzo? Ai costi vanno sommati i rischi di violenze da parte del nuovo gruppo etnico di minoranza.

Tutto ciò vanno controbilanciate le opportunità che vengono dal processo di intergrazione europea ed interregionale, oltre che dalla graduale federalizzazione dello stato italiano.

E' chiaro che quei partiti e esponenti politici che sventolano la bandiera dell'autodeterminazione devono essere in grado di rispondere a tutte queste obiezioni. Altrimenti si dimostreranno solo dei pericolosi demagoghi e populisti truffaldini.

Naturalmente è tutto un altro discorso per il celebre lodo Ferrari.

martedì 23 dicembre 2008

Per il bene della patria

Il patriota è uno disposto a sacrificare il proprio tornaconto per il bene di qualcosa di più grande, la patria appunto. C'è chi arriva a dare perfino la vita, come Cesare Battisti che finì impiccato pur di non prestare servizio militare a Francesco Giuseppe.

In Alto Adige di patrioti ne abbiamo sempre avuti pochi. In compenso ci sono frotte di nazionalisti, che si sono impegnati fino allo stremo a far danni al proprio gruppo etnico, linguistico o nazionale. I nazionalisti altoatesini di una volta, fascisti e no, erano arciconvinti che il bene fatto agli italiani fosse inversamente e proporzionalmente contrario ai danni fatti ai tedeschi. Si sono quindi impegnati a impedire l'appriovazione dello statuto di autonomia e hanno convinto generazioni di italiani a non studiare il tedesco, in forza del motto: qui siamo in Italia! Grazie a questa lungimirante visione del mondo, gli altoatesini italiani (e tedeschi) hanno potuto godere dei privilegi dell'autonomia con decenni di ritardo e ora si ritrovano con un notevole gap di conoscenze linguistiche rispetto al resto del mondo (per non parlare del resto dell'Alto Adige) e arrancano nel mercato del lavoro.

Purtroppo, però, non ci sono più i nazionalisti di una volta. Quelli che abbiamo ora sono molto peggio, perchè convinti che per il bene della propria corrente politica si debba danneggiare non solo i tedeschi, ma pure gli italiani. Fulgidi esempi di ciò si leggono in questi giorni sulle pagine del giornale. Un certo Minniti, consigliere provinciale dell'ala moderata della pdl, è stato eletto vicepresidente del consiglio con i voti della svp e del pd in barba al tale Urzì, consigliere provinciale e portabandiera dei falchi della pdl.

Le reazioni non si sono fatte attendere. I nazionalisti locali, incapaci di fare da soli, sono subito ricorsi all'aiuto del governo, che non si è fatto attendere. Ieri Frattini, ministero degli esteri della repubblica, ha minacciato ritorsioni contro l'Alto Adige se Minniti non viene immediatamente sfiduciato. Oggi Gelmini, ministro dell'istruzione, ha dichiarato che non procederà alla nomina del sovrindente alla scuola italiana, pendente da sei mesi.

Che la comunità italiana, prima ancora che quella tedesca, sia la prima a venire danneggiata sembra non importare a questi italiani a 48 carati. Tanto loro sono duri e puri...

martedì 25 settembre 2007

Ripensare Alexander Langer

Proprio mentre si costruisce il pd altoatesino, cercando prospettive politiche nuove per l'autonomia sudtirolese e forme nuove di convivenza tra gruppi etnici e risposte nuove alla domanda di rappresentanza che viene da larghi settori dell'elettorato, è indispensabile ripensare Alexander Langer. Io provo a farlo partendo da una raccolta di articoli, pubblicata nel 2003, proprio sulla provincia autonoma.

1. Mitizzazione e demonizzazione. Gli scritti sul Sudtirolo sono, almeno per me, una lettura lacerante. Langer sparge il sale su ferite ancora aperte e lo fa con implacabile capacità analitica e introspettiva. E' come guardarsi allo specchio e vedere qualcosa che non ci piace, ci mette angoscia e ci fa provare vergogna. D'altronde è lo stesso Langer una persona che tutt'ora divide, raccoglie adoratori e mobilita nemici acerrimi. A 12 anni dalla sua morte, i suoi avversari politici non sono ancora disposti a concedergli l'onore e lasciare che anche Bolzano dedichi una strada al più controverso dei suoi cittadini.

Eppure, dalle sue parole scritte emerge un intellettuale delicato, premuroso verso le sensibilità più diverse e verso ogni sfumatura della realtà politica e sociale, radicalmente e cautamente realista, orgoglioso coltivatore della propria cultura e fedele amante della cultura dell'altro. Un quadro totalmente diverso dall'utopista, implacabile distruttore della tradizione e della diversità linguistica e culturale, fautore dell'uomo nuovo sudtirolese. Langer va ripensato, ma prima di tutto riletto e capito, lasciandoci alle spalle le caricature della propaganda e della lotta politica.

2. Lo sguardo profetico. Sicuramente Langer è stato capace di leggere la sua terra, tanto che quello che ha scritto dieci o vent'anni fa è ancora tremendamente attuale. Tre spunti mi hanno colpito:

a) Il disagio degli italiani: se ne discute ancora, ma pochi sembrano sapere bene cosa sia e soprattutto come porvi rimedio. Langer lo ha individuato e descritto con la precisione del naturalista durante tutti gli anni ottanta. E' un disagio che ha motivazioni profonde, come il sentirsi ospiti in quella che dovrebbe essere anche la propria casa e l'essersi identificati e sentiti rappresentati da uno stato che poi li ha abbandonati una volta chiuso il "pacchetto", ma anche cause più triviali, come la scarsa conoscenza dell'altra lingua, l'essere sempre il vice di qualcun altro in virtù della proporzionale etnica, il restringersi degli spazi di successo personale e lavorativo dovuto al ritrarsi dell'industria e alla spartizione dei posti pubblici prima tutti occupati da italiani.

Da questa prospettiva è importante imparare a dare una risposta ai temi che ancora dominano la stampa locale. Oggi, ad esempio, si discute sulla toponomastica: sono simboli, è vero, ma anche i simboli sono importanti. Una legge condivisa sui nomi dei luoghi sancirebbe il reciproco riconoscimento della legittimità di entrambi i gruppi linguistici ad abitare questa terra (e questo obiettivo ben varrebbe il sacrificio dell'italianità del nome di qualche prato o maso!). E si capisce anche come gli italiani abbiano bisogno di una rappresentanza politica che sia capace di ricontrattare i termini dell'autonomia, per creare un insieme di regole che non sia il compromesso tra partito unico della minoranza e stato centrale, ma il modo in cui gruppi linguistici diversi hanno voluto vivere insieme (lezione che i nuovi quadri del pd dovrebbe mandare a memoria!).

b) il conservatorismo verde: Langer era un verde, ed era perfettamente cosciente (ed orgoglioso) degli elementi conservatori del proprio movimento politico, tanto che ci organizzò perfino un convegno. Sapeva bene che la battaglia contro "l'autostrada" (o la tav?) è una battaglia conservatrice. E lo rivendicava (forse con un certo gusto per la provocazione). E i verdi di Pecoraro se ne rendono conto? O liquidano tutto come facile ironia dei riformisti? E forse la sua lezione sarebbe utile anche a David Cameron, per dare un po' di credibilità alle tinte di verde che cerca di dare al suo grigio partito...

c) l'aborto e il nucleare: in una presa di posizione che generò un mare di polemiche tentò di mostrare come il tema della "vita" non potesse non legare la lotta all'aborto con quella al nucleare. Lo fece con la solita grande sensibilità e apertura al dialogo, nel nome di una battaglia "per la riduzione complessiva della violenza". Chissà se non vedrebbe ora un legame tra ogm e manipolazioni embrionali: forme entrambe di violazione di ciò che c'è di più vicino al principio della vita, umana e non.

3. L'eredità. Langer non ha certo vinto. L'Altoadige, oggi più che mai, è un sistema di conflitto più o meno ben temperato, in cui alle sparate scioviniste di un gruppo segue sempre una risposta ancora peggiore dell'altro, in cui si ha paura di vivere insieme, la regola aurea è ancora "il più ci si divide, meglio ci si capisce" e censimenti etnici si succedono regolari con scadenza decennale. Però, come un fiume carsico, i fermenti più genuinamente langeriani, riemergono quasi inaspettati e diventano indispensabili anticorpi allo scontro etnico. Ecco che le Caritas tedesca e italiana si fondono, nasce l'Università di Bolzano (unico luogo di cultura e formazione genuinamente bilingue - anzi trilingue, visto che si insegna anche in inglese), il prossimo censimento si annuncia anonimo e la dichiarazione di appartenenza linguistica molto più flessibile.

La sua battaglia più discussa e vissuta è stata proprio quella sul primo censimento etnico non anonimo, quello del 1981. La preoccupazione di Langer ben si comprenderà dieci anni dopo, quando, in Jugoslavia, scoppierà una sanguinosa guerra civile tra etnie. E, seppure la situazione era molto diversa da quella altoatesina, non si può guardare con un certo sgomento a come durante il titoismo le differenze linguistiche e culturali siano state incentivate, glorificate e fissate attraverso ripetuti censimenti etnici. Eppure proprio l'esperienza Jugoslava, e di tutti gli scontri etnici, insegna anche come un sistema di regole trasparente per la divisione delle risorse sia fondamentale a prevenire la degenerazione del conflitto. Per quanto in modo imperfetto, la proporzionale altoatesina è servita proprio a questo.

Langer muore suicida a Firenze nel 1995. Io ero un ragazzino in colonia estiva. Lessi la notizia sul giornale, in fretta, senza capire molto. Solo colto di sorpresa. E solo ora comincio a comprendere quello che abbiamo perso.

mercoledì 22 agosto 2007

Sostiene Tommasini/1

Da qualche settimana è stata lanciata una campagna per sostenere la candidatura del segretario dei ds di Bolzano, Christian Tommasini, alla guida del partito democratico locale. Un mio contributo è stato pubblicato sul blog promotore Terra in Vista. Siccome è meglio abbondare lo riporto anche qui:

Vai a guidare un partito politico e non deve farlo un politico? Uno che ha dimostrato di saperlo fare? Ipocrisia? Malafede?

Se l’unico onorevole eletto dal centrosinistra in Alto Adige è della Margherita, ma rappresenta l’Ulivo, e se il Sindaco del comune capoluogo è della Margherita ma rappresenta tutti (e lo fa bene) non capisco perché il segretario dell’unico partito di centrosinistra che dal 2001 ad oggi non ha perso voti e consensi nel panorama politico locale non va bene per guidare il nuovo partito?

Due pesi e due misure?

Non capisco poi come sia possibile che uno che è Sindaco, che è figlio di un ex-Sindaco, un sessantenne che ha militato prima nel PCI, poi nei Verdi poi nei Popolari, uno che ha una nomina istituzionale e un importante vicepresidenza ottenuta grazie ad una nomina politica, uno che è stato presidente per nomina politica di un centro smaltimento rifiuti, uno che fino al maggio del 2005 era in consiglio comunale a Bolzano, etc. etc., si permettano di arrogare per loro il titolo di società civile e si autoattribuiscano una medaglia di superiorità morale.

Dov’è finita la verità? Chi rimane a raccontarla? La serie B della politica tenta la spallata. Ne ha diritto. Ma almeno che si sappia chi sono e cosa vogliono veramente.

Io rivendico per chi ha creduto nei DS prima e crede oggi nella sfida politico-culturale dell’Ulivo il diritto di sapere come stanno le cose. Almeno di essere informato dai media su “chi è chi”.

Sono stato un militante dei ds, un elettore dei DS, non ho mai avuto incarichi di partito, o incarichi istituzionali grazie al partito, e inizio ad essere stanco che qualcuno, in maniera strumentale, dica che essere un militante di un partito ti rende un cittadino meno civile di chi ad un partito non è iscritto. È ipocrita ed avvilente.

Credo che sia legittimo discutere se la candidatura di Tommasini sia la migliore, ma la discussione deve partire dai contenuti politici che Tommasini porta avanti rispetto al Partito Democratico e limitarla al fatto che sia stato segretario dei DS (facendolo peraltro bene) mi pare un limite alla discussione.

Se parliamo della provenienza di Tommasini allora parliamo anche della provenienza degli altri, di chi lo teme e lo osteggia. Degli altri rappresentanti istituzionali del centrosinistra e del gruppo degli “amici di Polonioli”.

Ma io preferirei parlare dei contenuti che Tommasini porta avanti. Se qualcuno ne ha di migliori lo dica, discutiamone.

Ma da chi è in politica da 20 anni la lezione sulla superiorità morale proprio no!