All'esame-mammuth di scienza politica presi 29. Per questo vengo ancora sfottuto dai miei amici che presero tutti 30 (sebbene nessuno di loro ricordi che io lo diedi una volta sola, a differenza loro). Comunque, quello che mi fregò fu una domanda sui 5 significati di rappresentanza, argomento che avevo ritenuto troppo idiota per essere memorizzato, ma che Panebianco (sì, proprio lui. E questo spiega come mai di politica io capisca così poco) pensò bene di inserire nel questionario a risposte aperte.
I 5 significati di rappresentanza non li so nemmeno ora. Ne ricordo, però, due. C'è la rappresentanza nel senso che qualcuno (il parlamentare) va a fare le tue veci in parlamento perchè tu non hai tempo per farlo (sic!). E c'è la rappresentanza nel senso di rappresentazione, nel senso che il parlamentare che ti sei scelto è un tipo un po' come te: con i tuoi gusti, valori e, soprattutto, interessi.
Ora; le liste per le europee del pd, per usare un eufemismo, non hanno scatenato un gran entusiasmo. Da me, Altoadige-Nordest,ad esempio, faremo fatica a prendere il voto dello zoccolo duro. Ciò nonostante, pur nel mare di veneziani candidati, io tre persone che mi rappresentino (nel senso di rappresentazione) riesco a trovarle pure nella democratica lista.
La prima è Debora Serracchiani (e chi se no?), che rappresenta il militante medio del pd e che trova le migliori parole per esprimerne rabbia, amore e passione. Lei dice quello che tutti noi militanti pensiamo ed è bene che lo dica anche al parlamento europeo.
Il secondo è Michele Nicoletti. I punti a suo sfavore sono che è un professore universitario ed è trentino. Però ha il pallino della teologia politica e studia Carl Schmitt, Soren Kierkergaard e Romano Guardini. Come posso non votare uno così?
Il terzo è Vittorio Prodi, perchè qui si è un po' nostalgici (ma senza rimpianti) e Vittorio è tra i fondatori della scuola di pace di Monte Sole. Senza ombra di dubbio si tratta, quindi, di un "cattocomunista dossettiano", come me e Romano (Prodi).
Peccato che noi del nordest abbiamo solo due preferenze. Chi l'avrebbe mai detto che, da una lista del genere, avrei avuto addirittura l'imbarazzo della scelta: quale me avrà l'onore di rappresentarmi in parlamento: il militante, l'intellettual(oide) o il cattocomunista?
Visualizzazione post con etichetta prodi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prodi. Mostra tutti i post
domenica 26 aprile 2009
venerdì 25 gennaio 2008
Tra Prodi e l'Impero
1. Simmetrie di una crisi di governo: Mastella e Berlusconi.Mastella e Berlusconi sono personaggi speculari. Sono opposti perchè il primo ci è stato catapultato da un passato feudale. Il suo partito è funzionale al mantenimento di un potere clientelare, che si nutre di raccomandazioni e distribuzioni di doni (soldi, posti di lavoro, appalti). Davvero Mastella è meglio compreso attraverso le coordinate politiche dei paesi sottosviluppati. Il secondo è tornato dal futuro. Il suo partito è una filiale della sua impresa. Promuove, assume e licenzia i quadri politici esattamente come quelli aziendali. Il partito di Berlusconi è un fattore di produzione.
Eppure sono simili: entrambi sono forme di privatizzazione del potere. Mastella non fa cadere il governo per ragioni politiche, ma per ragioni assolutamente private. Non ha nemmeno bisogno di trovare delle scuse, di mascherare le proprie motivazioni con fittizie e tormentate riflessioni politiche. Non sente il bisogno di dire che lo ha fatto per il bene del paese. No. Mastella è sfacciato e lo dice apertamente, senza vergogna: la sua sfiducia è un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la moglie. Il suo partito ubbidisce. Anche Berlusconi entra in politica per un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la sua attività imprenditoriale. E, una volta al governo, persegue costantemente i propri interessi personali. Berlusconi è una lobby che ha saltato la mediazione politica e si è fatta partito.
2. Il vuoto della politica: Ruini e Grillo; Dolly e Friedman.
E' come se la politica italiana sia rimasta incastrata tra il premoderno e il postmoderno e abbia visto svuotarsi quello che era il grande portato della modernità politica: lo spazio pubblico. Siccome la politica, come la natura, non ama i vuoti, lo spazio abbandonato dalla politica viene riempito immediatamente da surrogati dai tratti populistici. In questo senso, Ruini e Grillo sono aspetti diversi della stessa crisi.
In alterativa al populismo c'è lo scientismo: abbandonare la politica per affidarsi ad occhi chiusi al governo degli esperti, al dominio della tecnica, alla dittatura della scienza. E' la scienza, che attraverso le sue scoperte, determina ciò che sia possibile e ciò che non lo è. La politica non ha più facoltà di distinguere tra lecito e illecito. Cade ogni tabù, e presto anche quello che sembra oggi impossibile sarà realizzabile grazie al progresso tecnologico. La politica è tanto screditata da non poterle affidare decisioni di carattere morale. In modo più silenzioso, e con molto più successo, l'economia si è imposta sulla politica sotto le bandiere del monetarismo. Anche se non si è giunti a delegare la politica monetaria ad una macchina, come suggeriva Friedman, al banchiere centrale è stato affidato tutto il potere sulla moneta, senza controlli democratici e forte unicamente della sua conoscenza tecnica, il suo expertise. La politica è tanto inaffidabile che non ci si può fidare di lei per decidere degli interessi di creditori e debitori.
La politica privata è una politica debole, incapace non solo di dare delle soluzioni ai problemi della collettività, ma soprattutto di indicare una direzione, fornire un orizzonte valoriale, di offrire dei futuri comuni possibili. Ecco che si intrufolano personaggi e fenomeni non strutturati per organizzare il consenso, ma che tentano di raggrupparlo, spesso, sulle piazze. Rischiano, però, di diventare degli apprendisti stregoni: suscitano un potere che forse non riusciranno a controllare.
Una responsabilità oggettiva l'hanno gli eredi dei due grandi partiti della Prima Repubblica. Ds e Dl, ora Pd, hanno buttato ammare le loro organizzazioni territoriali, hanno inseguito la fata morgana del partito leggero e si sono dimostrati succubi della mitologia neoliberista della società civile, del mercato, delle scienze (naturali ed economiche). La Margherita ha rinunciato alla propria vocazione di massa e si è trasformata in un partito di notabili. I Ds, pur conservando le parvenze del partito di massa, hanno lasciato nel dimenticatoio quel potente strumento di formazione politica ed elaborazione culturale che era l'Istituto Gramsci. Il Pd rappresenta ora una grande occasione per ricominciare a rifondare la politica italiana. Comporta, però, anche il grande pericolo che si facciano ancora dei passi avanti verso il baratro. L'idea di un partito senza tessere, strutturato sul modello americano, non mi paiono molto incoraggianti.
3. La politica risucchiata dall'Impero: Negri e Beck.
E' però verosimile che l'Italia sia un caso particolare, e particolarmente acuto, di un fenomeno globale. Lo svuotamento della sovranità nazionale, incapace di arginare i flussi di uomini, di nuvole tossiche e di capitale finanziario e reale, rende la politica, ancora strutturata su base statuale, un'arma spuntata. La politica non è più in grado di assolvere al compito che le è stato posto. Io penso, però, che ci sia di più; che il capitalismo sia un grande frullatore in cui finiscono tutte le forme di aggregazione sociale diverse dal mercato. Il risultato è un processo di individualizzazione. Dove ci sono solo individui la società smette di esistere, e con essa la politica. Purtroppo, un sistema di produzione non è cosa facile da cambiare.
Toni Negri e Micheal Hardt danno la colpa all'Impero, e cioè quella forma di sovranità postmoderna in cui il potere è intrinsecamente biopolitico, regola cioè ogni aspetta della nostra vita, e quindi frantuma i confini tra pubblico e privato. Negri e Hardt non conoscono un antidoto, però consigliano di entrare nel cuore dell'Impero, sfruttandone le potenzialità, per poi uscirne da "un'altra parte". Anche Ullrich Beck ed Edgar Grande parlano di Impero. Nel loro caso, però, l'Impero è parte della soluzione, non del problema. Beck immagina un Impero cosmopolita ed europeo, costruito su sovranità nazionali che si ammanettano a vicenda attraverso una rete di trattati sempre più fitta per riportare ordine nel caos generato dalla globalizzazione.
Io mi auguro entrambi abbiano ragione, e cioè che sia possibile uscire dall'Impero e che ci sia un Impero che sia il meno doloroso possibile.
Labels:
Beck,
berlusconi,
dolly,
filosofia politica,
friedman,
globalizzazione,
grillo,
impero,
mastella,
negri,
partiti politici,
partito democratico,
politica,
populismo,
prodi,
Ruini
mercoledì 23 gennaio 2008
Training autogeno e governo Prodi
1. I problemi del paese sono strutturali, prescindono da Berlusconi, che ne è solo l'espressione più appariscente (e nemmeno quella più disgustante). Non ci sono quick fix che tengano. Altri 5 anni di Casa delle Libertà non possono poi peggiorare la situazione più di tanto. Compiti a casa: farsi crescere una pelliccia sulla stomaco.
2. Tanto vale cogliere la palla al balzo e sfruttare una legislatura di opposizione per costruire un partito vero, pimpante, coeso e possibilmente vincente. Non sono più necessari compromessi al ribasso con la Binetti, che da dopodomani potrà finalmente venire espulsa, nè corteggiare dei vescovi che ai favori rispondono con i calci negli stinchi. Lo stesso vale per una lunga categoria di corporazioni. Compiti a casa: mandare a memoria Teorema di Ferradini ed esercitarsi nel metterlo in pratica con i propri partner.
3. Siccome abbiamo già detto che i nostri guai sono strutturali (tessuto industriale, credibilità della politica etc etc) , bisognerebbe anche sfruttare i governi regionali (così vicini ai cittadini!) per far da levatrice ad una borghesia seria e ad un capitalismo un po' meno straccione. Naturalmente il pd federale sarà adattissimo allo scopo. Compiti a casa: Conquistare il Veneto.
Ci sentiamo un pochino meglio?
lunedì 1 ottobre 2007
Chi spara sulla finanziaria (si spara sui piedi)
1. Le misure della finanziaria sono buone (in sè condivisibili, ragionevoli, nessuno si può lamentare, etc.).
2. La finanziaria però non è buona (non è coesa, unitaria, profonda, pesante, i conti pubblici non vengono ridotti abbastanza, etc.).
3. La colpa è del sistema politico (la maggioranza labile, il potere delle lobbies, la sinistra radicale, lamberto dini, etc.).
L'autore, a questo punto, soddisfatto di aver fatto mostra di cotanto prudente, pacato, esperto cerchiobottismo chiude il discorso. Lo chiude, in realtà, dopo aver affermato l'ovvio, e cioè che la finanziaria è perfettibile ed è condizionata dal sistema politico in cui è stata ideata, e proprio sul più bello (piccoli capolavori li trovate da peppo e skeight, grandi capolavori da monti e boerigaribaldi). Noi altri, che non abbiamo avuto la fortuna di studiare alla bocconi, importa sapere, infatti, come si esce da questa situazione. I maestri del genere, nostro malgrado, hanno però un certo gusto per i finali aperti e non ci degnano di una risposta. La lasciano piuttosto ai 'fanculo di grillo.
Il bello è che quello che ha provato non solo a dare una risposta, ma anche a metterla in pratica è stato lo stesso Prodi. Il Partito Democratico è il solo tentativo, democratico e ragionato, al problema politico italiano: lo si è chiamato il timone riformista, e si intende un partito solido in grado di aggregare un consenso sufficiente non dover far dipendere le sorti del paese del primo turigliatto/dini di turno, e che non sia succube della cei/sindacati/tassisti/confindustria. E' un tentativo ad alto rischio, ma se fallisce è un guaio per tutti, visto che non ci sono alternative conosciute per uscire da questo pantano. Ed è proprio per questo che non si capiscono gli sberleffi della sinistrasinistra, che dall'alto della loro polverizzazione partitica, fanno il tifo per un rapido ritorno alla squallida normalità italiana.
Il bello è che quello che ha provato non solo a dare una risposta, ma anche a metterla in pratica è stato lo stesso Prodi. Il Partito Democratico è il solo tentativo, democratico e ragionato, al problema politico italiano: lo si è chiamato il timone riformista, e si intende un partito solido in grado di aggregare un consenso sufficiente non dover far dipendere le sorti del paese del primo turigliatto/dini di turno, e che non sia succube della cei/sindacati/tassisti/confindustria. E' un tentativo ad alto rischio, ma se fallisce è un guaio per tutti, visto che non ci sono alternative conosciute per uscire da questo pantano. Ed è proprio per questo che non si capiscono gli sberleffi della sinistrasinistra, che dall'alto della loro polverizzazione partitica, fanno il tifo per un rapido ritorno alla squallida normalità italiana.
Iscriviti a:
Post (Atom)