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sabato 27 giugno 2009

Le memorie di Silvio

Rome, assez facile à la débauche, n'a jamais beaucoup apprécié l'amour chez ceux qui gouvernent.

M. Yourcenar - Mémoires d'Hadrien

sabato 21 febbraio 2009

Sardegna, Terzo Mondo

Sostiene Repubblica, ma conferma pure mia madre attualmente a svernare nei dintorni di Alghero, che molti sardi abbiano venduto il loro voto per qualcosa come 20 euro di spesa. Io non so se sia vero, ma se lo fosse, questa notizia ci costringerebbe a ricollocare geopoliticamente al Sardegna dall'Europa occidentale al Terzo Mondo.

Il Terzo Mondo non è tanto un luogo geografico, nè una categoria esclusivamente economica. E', soprattutto, una mentalità, anzi, più precisamente, un orizzonte temporale. Terzo Mondo è pensare a breve termine nelle scelte riguardanti il benessere proprio e pubblico. Più a breve termine si pensa, più si è Terzo Mondo. Un voto per 20 euro è Terzo Mondo profondo.

Non che pensare a breve termine sia una cosa stupida, da persone sciocche o culturalmente inferiori. Anzi, è probabilmente l'unico modo razionale di comportarsi in un determinato contesto socio-economico. Non si investe da qui a cinque anni, se il rischio è finire digiuni per cena. Che questa fosse la situazione sarda non me l'aspettavo. Qui, o è Repubblica che fa propaganda, oppure è Berlusconi che è riuscito a convincerci che stiamo molto meglio di come effettivamente stiamo.

giovedì 8 gennaio 2009

Caio Giulio Bettino

Mi è capitato tra le mani il Giulio Cesare di Shakespeare. In genere, i drammi del bardo inglese mi piaciucchiano, ma questo mi ha proprio entusiasmato: la politica così come è in tutta la sua spietatezza. E poi lo scontro retorico tra Bruto e Marc'Antonio! roba da cineteca delle tribune politiche.

Era la prima volta che lo leggevo. Avevo però una singolare sensazione di deja vu. Una versione cinematografica? Una versione in prosa per bambini? Mi pareva di no. L'originale plutarchiano? meno che mai. Poi, l'illuminazione!

Certo, perchè la vita e la morte di Giulio Cesare è storia recente d'Italia (o anche: la storia si ripete).

L'ambizione sconfinata, la lunghezza dei cortei di lacchè, i modi decisi, gli aneliti riformisti: il Giulio Cesare di Shakespeare non è altro che Bettino Craxi.
E chi è che lo ha pugnalato? Un oratore raffinato, anche se un po' dialettale, amante fino allo sprezzo del pericolo di giustizia e libertà: Antonio Di Pietro, attivamente coadiuvato da un politico con molto fiuto, uan gioiosa macchina da guerra, che però finisce male abbastanze in fretta. Ma sì, è lui: Achille Occhetto. A vendicare Cesare/Bettino ci pensa un uomo ricco e gaudente, molto farfallone, ma soprattutto capace di concquistare le folle con promesse, contratti, testamenti e giuramenti. Marc'Antonio è Silvio Berlusconi, uguale sputato.

E Cesare Ottaviano? Chi è l'Augusto della politica italiana, bravo, fortunato e ambizioso? Sono giorni che mi spremo le meningi, ma proprio non mi viene in mente uno, bravo, fortunato e ambizioso che un giorno sarà in grado di sfidare Silvi'Antonio. Forse la novità è che non c'è. O che si tratta di un altro dramma non ancora rappresentato in Italia.

venerdì 25 gennaio 2008

Tra Prodi e l'Impero

1. Simmetrie di una crisi di governo: Mastella e Berlusconi.
Mastella e Berlusconi sono personaggi speculari. Sono opposti perchè il primo ci è stato catapultato da un passato feudale. Il suo partito è funzionale al mantenimento di un potere clientelare, che si nutre di raccomandazioni e distribuzioni di doni (soldi, posti di lavoro, appalti). Davvero Mastella è meglio compreso attraverso le coordinate politiche dei paesi sottosviluppati. Il secondo è tornato dal futuro. Il suo partito è una filiale della sua impresa. Promuove, assume e licenzia i quadri politici esattamente come quelli aziendali. Il partito di Berlusconi è un fattore di produzione.

Eppure sono simili: entrambi sono forme di privatizzazione del potere. Mastella non fa cadere il governo per ragioni politiche, ma per ragioni assolutamente private. Non ha nemmeno bisogno di trovare delle scuse, di mascherare le proprie motivazioni con fittizie e tormentate riflessioni politiche. Non sente il bisogno di dire che lo ha fatto per il bene del paese. No. Mastella è sfacciato e lo dice apertamente, senza vergogna: la sua sfiducia è un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la moglie. Il suo partito ubbidisce. Anche Berlusconi entra in politica per un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la sua attività imprenditoriale. E, una volta al governo, persegue costantemente i propri interessi personali. Berlusconi è una lobby che ha saltato la mediazione politica e si è fatta partito.

2. Il vuoto della politica: Ruini e Grillo; Dolly e Friedman.
E' come se la politica italiana sia rimasta incastrata tra il premoderno e il postmoderno e abbia visto svuotarsi quello che era il grande portato della modernità politica: lo spazio pubblico. Siccome la politica, come la natura, non ama i vuoti, lo spazio abbandonato dalla politica viene riempito immediatamente da surrogati dai tratti populistici. In questo senso, Ruini e Grillo sono aspetti diversi della stessa crisi.

In alterativa al populismo c'è lo scientismo: abbandonare la politica per affidarsi ad occhi chiusi al governo degli esperti, al dominio della tecnica, alla dittatura della scienza. E' la scienza, che attraverso le sue scoperte, determina ciò che sia possibile e ciò che non lo è. La politica non ha più facoltà di distinguere tra lecito e illecito. Cade ogni tabù, e presto anche quello che sembra oggi impossibile sarà realizzabile grazie al progresso tecnologico. La politica è tanto screditata da non poterle affidare decisioni di carattere morale. In modo più silenzioso, e con molto più successo, l'economia si è imposta sulla politica sotto le bandiere del monetarismo. Anche se non si è giunti a delegare la politica monetaria ad una macchina, come suggeriva Friedman, al banchiere centrale è stato affidato tutto il potere sulla moneta, senza controlli democratici e forte unicamente della sua conoscenza tecnica, il suo expertise. La politica è tanto inaffidabile che non ci si può fidare di lei per decidere degli interessi di creditori e debitori.

La politica privata è una politica debole, incapace non solo di dare delle soluzioni ai problemi della collettività, ma soprattutto di indicare una direzione, fornire un orizzonte valoriale, di offrire dei futuri comuni possibili. Ecco che si intrufolano personaggi e fenomeni non strutturati per organizzare il consenso, ma che tentano di raggrupparlo, spesso, sulle piazze. Rischiano, però, di diventare degli apprendisti stregoni: suscitano un potere che forse non riusciranno a controllare.

Una responsabilità oggettiva l'hanno gli eredi dei due grandi partiti della Prima Repubblica. Ds e Dl, ora Pd, hanno buttato ammare le loro organizzazioni territoriali, hanno inseguito la fata morgana del partito leggero e si sono dimostrati succubi della mitologia neoliberista della società civile, del mercato, delle scienze (naturali ed economiche). La Margherita ha rinunciato alla propria vocazione di massa e si è trasformata in un partito di notabili. I Ds, pur conservando le parvenze del partito di massa, hanno lasciato nel dimenticatoio quel potente strumento di formazione politica ed elaborazione culturale che era l'Istituto Gramsci. Il Pd rappresenta ora una grande occasione per ricominciare a rifondare la politica italiana. Comporta, però, anche il grande pericolo che si facciano ancora dei passi avanti verso il baratro. L'idea di un partito senza tessere, strutturato sul modello americano, non mi paiono molto incoraggianti.

3. La politica risucchiata dall'Impero: Negri e Beck.
E' però verosimile che l'Italia sia un caso particolare, e particolarmente acuto, di un fenomeno globale. Lo svuotamento della sovranità nazionale, incapace di arginare i flussi di uomini, di nuvole tossiche e di capitale finanziario e reale, rende la politica, ancora strutturata su base statuale, un'arma spuntata. La politica non è più in grado di assolvere al compito che le è stato posto. Io penso, però, che ci sia di più; che il capitalismo sia un grande frullatore in cui finiscono tutte le forme di aggregazione sociale diverse dal mercato. Il risultato è un processo di individualizzazione. Dove ci sono solo individui la società smette di esistere, e con essa la politica. Purtroppo, un sistema di produzione non è cosa facile da cambiare.

Toni Negri e Micheal Hardt danno la colpa all'Impero, e cioè quella forma di sovranità postmoderna in cui il potere è intrinsecamente biopolitico, regola cioè ogni aspetta della nostra vita, e quindi frantuma i confini tra pubblico e privato. Negri e Hardt non conoscono un antidoto, però consigliano di entrare nel cuore dell'Impero, sfruttandone le potenzialità, per poi uscirne da "un'altra parte". Anche Ullrich Beck ed Edgar Grande parlano di Impero. Nel loro caso, però, l'Impero è parte della soluzione, non del problema. Beck immagina un Impero cosmopolita ed europeo, costruito su sovranità nazionali che si ammanettano a vicenda attraverso una rete di trattati sempre più fitta per riportare ordine nel caos generato dalla globalizzazione.

Io mi auguro entrambi abbiano ragione, e cioè che sia possibile uscire dall'Impero e che ci sia un Impero che sia il meno doloroso possibile.

mercoledì 23 gennaio 2008

Training autogeno e governo Prodi

Guardando su rai.tv il dibattito sulla fiducia al governo, la prospettiva di altri 5 anni di Berlusconi e compagnia cantante diventa terribilmente reale. Qui ci possiamo far cogliere da una depressione profonda, esiliarci volontario, darci all'eroina o ritirarci in un monastero di certosini. Oppure ci possiamo mettere l'elmetto e, dopo una sessione di training autogeno, fare un po' di autoterapia. Eccola.

1. I problemi del paese sono strutturali, prescindono da Berlusconi, che ne è solo l'espressione più appariscente (e nemmeno quella più disgustante). Non ci sono quick fix che tengano. Altri 5 anni di Casa delle Libertà non possono poi peggiorare la situazione più di tanto. Compiti a casa: farsi crescere una pelliccia sulla stomaco.

2. Tanto vale cogliere la palla al balzo e sfruttare una legislatura di opposizione per costruire un partito vero, pimpante, coeso e possibilmente vincente. Non sono più necessari compromessi al ribasso con la Binetti, che da dopodomani potrà finalmente venire espulsa, nè corteggiare dei vescovi che ai favori rispondono con i calci negli stinchi. Lo stesso vale per una lunga categoria di corporazioni. Compiti a casa: mandare a memoria Teorema di Ferradini ed esercitarsi nel metterlo in pratica con i propri partner.

3. Siccome abbiamo già detto che i nostri guai sono strutturali (tessuto industriale, credibilità della politica etc etc) , bisognerebbe anche sfruttare i governi regionali (così vicini ai cittadini!) per far da levatrice ad una borghesia seria e ad un capitalismo un po' meno straccione. Naturalmente il pd federale sarà adattissimo allo scopo. Compiti a casa: Conquistare il Veneto.

Ci sentiamo un pochino meglio?