venerdì 23 maggio 2014

La terribile Mugamma

C'è un posto al Cairo, in piazza Tahrir, dalla parte opposta del museo egizio, che assomiglia alle porte di Mordor. Si chiama Mugamma, la terribile Mugamma. E' alta dieci piani e larga il doppio. E' coperta da uno strato di polvere grigia e triste. Non è abitata da famelici throll, ma da 18.000 (diciottomila) funzionari statali egiziani.

Allo scadere del mio primo mese in Egitto, ho dovuto organizzare un piccola intrepida spedizione per rinnovare il visto. Le leggende che aleggiano intorno alla terribile Mugamma non mi hanno intimidito. Mi sono armato di qualche consiglio, del passaporto, di una sua fotocopia, di una decina di fototessere di formato diverso, di una lettera della mia scuola, di tanta pazienza e dell'intercessione di santa Caterina, di cui ricorreva la festa e che aveva una certa esperienza nel persuadere pubblici ufficiali.

Sono partito in taxi per arrivare in dovuto anticipo, tanto che ho dovuto aspettare mezz'ora, visto che le porte di Mordor si aprono puntualmente alle ore 8.00. La cosa incredibile che alle 7.40 si è formato una lunga ordinatissima fila di cittadini davanti all'ingresso. Sembrava di essere a Londra alla fermata del tram. Lo spettacolo mi ha fatto scendere un brivido freddo lungo la schiena, perchè in Egitto nessuno fa mai delle lunghe ordinatissime file davanti a nulla. Allora, davvero la Mugamma è temibile!

Le porte si aprono e io mi sento come l'Asterix delle 12 fatiche che sta per affrontare la burocrazia romana.

sabato 26 aprile 2014

Christos anesti!

Sabato Santo 19 aprile 2014, il Cairo, ore 19.00.

L'autista non è ancora arrivato. Io e padre John Gabriel lo aspettiamo davanti al cancello.

Una Verna nera arrugginita si ferma davanti al cancello e ci carica. Si dirige verso meidan El-Geish, poi si infila in Sheyk Qamar, stretta e affollata come un caruggio, per sgusciare su un rotonda con in mezzo un villetta in stile coloniale che la polvere sta lentamente sgretolando dietro la cortina pudica di alberi e siepi. La strada ora si fa larga e veloce, il ponte 6 ottobre, Ramsis, fino a un palazzo imponente, moderno e già scrostato. Un gruppo di poliziotti in giubotto antiproiettile e mitra è di sentinella.


Entriamo in un grande atrio stracolmo di scout in divisa e tamburi. Il prete, alto, rasato e autoritario, si è già calcato in testa il suo bel tag bianco in testa. Sembra un vescovo. Io, dopo averlo salutato con reverenza, provo a svignarmela per nascondermi in un angolo della chiesa e poter ammirare in pace la liturgia pasquale di san Basilio. Non riesco a fare 10 metri che vengo richiamato all'ordine e messo in riga per la processione iniziale. Al rullare dei tamburi si parte.

lunedì 10 marzo 2014

Di come sono diventato un uomo medievale

Durante la Quaresima si fa un gran parlare di conversione. Ogni buon predicatore, poi, appena pronuncia la parola "conversione", si premura di spiegare anche che il termine originale greco è "metanoia", che significa cambiamento di mentalità.

Ci si converte abbandonando l'idolatria e aderendo nella fede a Gesù Cristo.
Ci si converte abbandonando la via del peccato e tornando alla casa del Padre.
Ci si converte anche lasciando "il mondo" e intraprendendo un percorso di vocazione.



1. Quando decisi di prendere la strada che mi portò a san Domenico, non mi era chiaro quanto davvero fosse necessario cambiare mentalità. Il mio primo passo in direzione contraria è stato un ritorno ad un modo di pensare poco moderno e molto medievale. Interrogandomi sul che cosa fare della mia vita, mi rovistavo l'anima alla ricerca di ciò "a cui ero portato", sperando di trarre dalle mie qualità e inclinazioni una professione e un futuro. Mi chiedevo quali fossero le cause profonde, radicali, psicologiche che mi spingevano a farmi certe domande piuttoste che altre. Guardavo al passato della causalità efficiente per predire il mio avvenire e comprendere il mio presente.

domenica 2 febbraio 2014

Il voto complicato

Complicato. Il voto di povertà è complicato... peggio che gli altri due. Con obbedienza e castità non si mena il can per l'aia: è chiaro quando li si trasgredisce, invece con la povertà il confine tra rispetto e violazione è  sfumatissimo. Noi religiosi rischiamo di vivere una vita intera in una zona grigia, senza sapere se abbiamo mai rispettato davvero questo voto.


A leggere le nostre costituzioni sembrerebbe pure facile: parsimonia + non possedere nulla privatamente. Ma la facilità è apparenza. La parsimonia è un concetto relativo, così come la proprietà comune, soprattutto quando non comporta alcuna rinuncia privata.


La povertà domenicana è una rosa con qualche spina. Per maneggiarla bisogna tenere presente che:

domenica 19 gennaio 2014

Milton Friedman e la finanza etica

Milton Friedman, in un celebre articolo del 1970 per il New York Times, attaccò vigorosamente e persuasivamente il concetto di Responsabilità Sociale d'Impresa. In estrema sintesi, l'argomento di Friedman era che un manager deve agire nell'interesse degli azionisti, il quale consiste nel fare quanti più soldi possibile. Se un manager, invece di massimizzare i profitti, cerca di fare del bene con le risorse dell'azienda che dirige, sta - di fatto - depredando i proprietari dell'impresa. Se ne deduce che chi agisce secondo i principi della Responsabilità Sociale d'Impresa, non agisce eticamente.



Ovviamente, anche Friedman ritiene che il manager possa fare del bene (ma con i propri soldi, non con quelli degli altri!) e che ci siano dei limiti al perseguimento del profitto: la legge e le norme etiche fondamentali condivise dalla società.

Friedman non ha tutti i torti: le imprese nascono per generare profitti e in questo si devono impegnare. La sua analisi presenta, però, qualche aspetto problematico che vorrei sottolineare:

martedì 24 dicembre 2013

Con le migliori intenzioni

Il senato belga ha recentemente approvato una legge che permette l'eutanasia infantile. Mentre riflettevo, un po' scosso, su questa notizia, mi è venuta in mente una discussione di tanti anni fa con degli amici, in una locanda di Bertinoro.

Ci si poneva la domanda di Ivan Karamazov: "se Dio non esiste, tutto è permesso?". C'era chi diceva di sì, che effettivamente la morale ha bisogno di una fondazione assoluta e trascendentale. Alcuni dissentivano e sottolineavano che, anzi, è molto più virtuoso chi ama gli uomini e si comporta in modo retto a prescindere da ogni prospettiva e ricompensa ultraterrena, rieccheggiando così la parole del monaco Rakitin:
L'umanità saprà trovare in se stessa la forza di vivere per la virtù, anche senza credere all'immortalità dell'anima! La troverà nell'amore della libertà, dell'uguaglianza e della fratellanza!"
Io, ricordo, ero piuttosto incerto sulla questione, anche perchè sotto gli occhi avevo persone, che pur essendo atee, sono splendide e generose. Eppure, ora che in un paese moderno, civile, laico si prevede la possibilità di uccidere legalmente un bambino, comincio davvero a credere che, senza Dio, tutto sia permesso. Non perché venga lasciata la briglia sciolta ai sentimenti più bassi e cattivi, tutt'altro! ai giorni nostri tutto è permesso, purchè lo si faccia con amore. I bambini si uccidono, ma per il loro bene: è un atto di misericordia per coloro che la natura ha condannato a una vita di dolore e infelicità.

domenica 3 novembre 2013

Il buon allenatore


Il 19 settembre, i miei confratelli, riuniti in capitolo, hanno eletto fra Fausto nuovo Priore provinciale. E' un'ottima occasione per fare una breve riflessione sul ruolo del superiore nella vita religiosa.


Nelle fonti domenicane c'è un racconto che mi è rimasto particolarmente caro e mi si è inchiodato nella memoria. Non è una storia di eroica santità, come la maggior parte di quelle che ci vengono tramandate dalle prime generazioni di frati, ma di debolezza e di misericordia. Si narra, infatti, che Domenico avesse inviato i suoi frati alle celebri università di Parigi e Bologna per studiare teologia  e diritto senza il briciolo di un quattrino. All'epoca, la mendicità veniva intesa in senso strettamente letterale e proprio per questo non era per nulla facile viverla. Infatti, fra Giovanni di Spagna (come lui stesso racconterà) si rifiuta: senza soldi lui non parte. A nulla servono le preghiere e gli scongiuri di Domenico. Giovanni è irremovibile. A quel punto Domenico cede e gli lascia 12 denari per il lungo, faticoso, pericoloso viaggio.

lunedì 16 settembre 2013

Il Cairo, tra la vita e la morte

Mi hanno insegnato a contare i morti: 25.000 a Waterloo, 25 milioni di peste nera, 1,5 milioni ad Auschwitz, 638 negli scontri del Cairo. Sono diventato un maestro di contabilità funebre. Invece non mi hanno mai insegnato a incontrare la morte. Mi è stata nascosta dietro le tendine e i neon degli ospedali, dalle mura che circondano i cimiteri fuori città, dalla discreta censura, dal un certo timido pudore e dagli eufemismi del nostro linguaggio. La morte è solo un numero buono per le statistiche, ma che pare nulla abbia a che fare con la realtà. E' una zia brutta, scorbutica e vecchia che è stata rinchiusa a doppia mandata in un pesante armadio in fondo ad una polverosa soffitta, dove è stata dimenticata.

In Egitto è diverso. Lì la morte è celebrata, posta al centro della vita civile e religiosa, occasione per le più meravigliose costruzioni architettoniche e per le più banali necessità pratiche. Lì i morti accompagnano con la loro garbata presenza, il riposo e il lavoro degli uomini, la loro festa e il loro lutto.

domenica 9 giugno 2013

La fede e il sospetto

Ludwig Wittgenstein sosteneva che una proposizione fosse sensata quando si sapesse dire in quali casi tale proposizione fosse vera o falsa. Il criterio di Wittgenstein si adatta perfettamente alle scienze sperimentali; ma per la filosofia? E' un enorme guazzabuglio di frasi senza senso? Molti acconsentirebbero senza pensarci due volte. Karl Popper si è posto questo problema e ha suggerito una soluzione diversa: se non possiamo affermare con certezza quando una idea filosofica sia vera o meno, dal confronto tra ipotesi filosofiche opposte possiamo però capire quale sia quella più rigorosa, quella meno falsa.

Si può tentare la stessa operazione di critica per capire quando la nostra fede non è autentica. Paul Ricoeur ha indicato tre maestri che ci insegnano a sospettare della nostra fede e di noi stessi. I tre maestri che ci mettono una pulce nell'orecchio sono Karl Marx, Sigmund Freud e Friedrich Nietzsche. Proviamo, allora, con il loro aiuto, a testare la nostra coscienza.

domenica 26 maggio 2013

Il capitolo

La vita del frate conosce molti momenti di penitenza e mortificazione, il principale dei quali è il capitolo degli studenti.

Il capitolo è la riunione in cui i frati decidono le questioni più rilevanti per la vita della loro comunità. C'è il capitolo di convento, quello di provincia e quello generale, in cui si riuniscono i rappresentanti di tutti i frati di tutto l'ordine da ogni regione del mondo.

E c'è anche quello dei frati studenti. Non che il capitolo degli studenti abbia un qualche potere decisionale (quello l'ha tutto il maestro), è un capitolo più per modo di dire che in realtà. Però, è una prima importante palestra per quello che diventerà uno dei momenti qualificanti della vita domenicana.


Di solito ci riuniamo la sera, l'unico momenti buco della giornata. Noi student,i poi, nutriamo sempre una malcelata speranza che il sonno e l'ora tarda possano porre un limite alle nostre interminabili discussioni. La sala in cui ci riuniamo è enorme. Ci stanno tre tavoli (uno lungo, uno corto e uno rotondo), un frigorifero, un biliardo anni '50, due armadi cinti da vasi cinesi, tre librerie ripiene di romanzi d'appendice, bibbie, summe e trattati di spiritualità. A metà della sala, assediati a sinistra da una parete, a destra dal biliardo, avanti e dietro dai tavoli, sono stati sistemati a quadrato quattro divani rossi sfondati da frati dalla corporatura importante. Marca il centro del quadrato un tappeto sovrastato da un tavolino da thè.