martedì 27 novembre 2012

Terremoto


Il terremoto della scorsa primavera ha scosso frati e convento. Confratelli vicini e lontani hanno pregato per noi e si sono informati delle nostre condizioni... abbiamo rassicurato tutti: le statue dell'Arca stanno tutte bene e i frati anche.


Il terremoto ha smosso solo un po' di polvere accumulata tra i cornicioni e i lampadari e che si è depositata lungo i corridoi - polvere tanto antica, che a stento siamo riusciti a trattanere il padre Boschi, che è l'archeologo conventuale, dall'aprire uno scavo.

Più gravi e drammatiche sono state le conseguenze del terremoto nel resto dell'Emilia: chiese, case, fabbriche, municipo distrutti e danneggiati. 27 morti. Dalle chiese senza più tetto si alzava una lamentazione verso il cielo e tra le macerie serpeggiava la domanda: "perché?"

Il cardinal Caffarra ha scritto una lettera commossa alla sua diocesi e a tutte le vittime del sisma per tentare di rispondere ed esortando a cogliere la tragedia che ha colpito l'Emilia come "un invito rivolto a tutti, senza eccezioni, a convertirci." Un invito, più precisamente,

  • a "non perdere mai la coscienza della nostra fragile condizione di creature",  
  • a discernere "fra i beni che passano e i beni che restano e che nessun terremoto può distruggere", 
  • a tornare "al Signore con profondità di fede, e «non (…) chiameremo più dio nostro il lavoro delle nostre mani» (Osea, 14, 4)",
  • e, infine, "a ripensare le ragioni che ci fanno convivere nella stessa città, a riflettere sulla qualità della nostra appartenenza alla Chiesa".  
Le parole del vescovo Carlo sono sicuramente parole sagge, ma non esauriscono completamente la domanda di senso che la sofferenza porta in superficie. Mi chiedo se ci sia una parola umana che possa davvero rispondere a questa domanda, perché la sofferenza è incommensurabile e incomunicabile in quanto dimensione del male in quanto personalmente ed intimamente vissuto.


Il male dell'altro noi lo possiamo conoscere solo come lamentazione e accusa, ma sentirlo nostro, conoscerlo davvero, è cosa impossibile, tanto è intrecciato al vissuto personalissimo di chi soffre. Potremmo provare simpatia e compassione, portare conforto e consolazione, ma rispondere alla domanda "perché io soffro?" no, questo non ci è dato: perché tu soffri, io non lo so. Così ognuno pare condannato a soffrire in solitudine, nella misura in cui ogni sofferenza è unica e irripetibile e particolare (e del particolare - questa è la terribile sapienza dei metafisici - non si dà conoscenza).

A noi, che siamo di fuori, non resta che tacere e pregare e socchiudere gli occhi per intravedere il Crocifisso.

Bibliografia: Ricoeur, Il Male.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho i brividi...
Grazie,
Gabriele

fLop ha detto...

allora devi chiudere la finestra ! ;P