domenica 2 febbraio 2014

Il voto complicato

Complicato. Il voto di povertà è complicato... peggio che gli altri due. Con obbedienza e castità non si mena il can per l'aia: è chiaro quando li si trasgredisce, invece con la povertà il confine tra rispetto e violazione è  sfumatissimo. Noi religiosi rischiamo di vivere una vita intera in una zona grigia, senza sapere se abbiamo mai rispettato davvero questo voto.


A leggere le nostre costituzioni sembrerebbe pure facile: parsimonia + non possedere nulla privatamente. Ma la facilità è apparenza. La parsimonia è un concetto relativo, così come la proprietà comune, soprattutto quando non comporta alcuna rinuncia privata.


La povertà domenicana è una rosa con qualche spina. Per maneggiarla bisogna tenere presente che:


1) è sempre un mezzo alla predicazione e mai un fine. Sui mezzi, non si risparmia: la qualità costa. Eppure una predicazione sobria è spesso più efficace di una predicazione all'ultima tecnologia. Mai come in questo caso è vero il classico principio che la virtù sta nel mezzo.

2) va calibrata sulla capacità di sopportazione dei singoli. Questo è un importante principio che viene direttamente da Agostino: non si può chiedere a chi è cresciuto nella bambagia di adeguarsi immediatamente a una vita da stalla. Il problema - riconosciuto chiaramente dallo stesso Agostino - è che chi è cresciuto nelle stalle alla bambagia si adatta all'istante. Il risultato sono standard di vita conventuali poco meno che principeschi. Qui è richiesta una grande disciplina interiore, per poter vivere quanto più sobriamente possibile, sia per non giudicare chi vive più lussuosamente.

La regola di Benedetto ordina ai monaci di fare un repulisti della propria cella ad ogni quaresima. Potrebbe essere un suggerimento utile anche per i frati domenicani ed un'occasione buona per una revisione personale sul voto di povertà.

3) è relativa al tempo e allo spazio. Essere poveri oggi è diverso da essere poveri cento anni fa. La povertà in Italia è diversa dalla povertà in Uganda. I cambiamenti sociali richiedono una grande capacità di discernimento, per poter distinguere il lusso dal necessario. In casa domenicana questo discernimento dovrebbe essere fatto comunitariamente. E questo, purtroppo, non si fa.

Sono arci-convinto che il rispetto del voto di povertà per i predicatori debba passare da una revisione comunitaria del proprio stile di vita, per comprendere insieme a cosa si può e a cosa si deve rinunciare; altrimenti ci si adegua a standard di vita borghesi, incapaci di annunciare al mondo la buona novella del primato di Cristo.

4) nessuno si salva da solo. I voti religiosi sono un grimaldello per scardinare le porte che ci chiudono il cuore a Dio e al prossimo. La povertà ci deve aiutare a non rifugiarci nell'illusoria ricerca di una autosufficienza economica, a discapito del fratello e dimenticando la nostra radicale dipendenza da Dio.

Ficcarsi quest'ultimo concetto bene in zucca. Non avere paura. E gettarsi a vivere la povertà.

ps. lo spunto di queste mie riflessioni è stata una meditazione fatta dal nostro maestro. Su di essa ho ricamato, togliendo e aggiungendo.



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