Visualizzazione post con etichetta Darfur. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Darfur. Mostra tutti i post

mercoledì 11 marzo 2009

Il ritorno della politica

Cosa hanno in comune il mandato di arresto emesso dalla corte penale internazionale contro il presidente del Sudan e la crisi economica mondiale?

Sono avvenimenti di natura e dimensione assolutamente diversi, eppure entrambi segnalano l'urgenza di un ritorno alla politica. Ci siamo illusi, per troppo tempo, di poter far a meno della politica. Che la politica fosse una cosa brutta, in mano a corrotti e incompetenti. Ci siamo illusi che si potesse delegare la gestione della cosa pubblica "agli esperti". Ci siamo illusi che affidare la politica economica agli economisti e la politica internazionale ai giuristi avrebbe portato ad un mondo migliore.

Ora, siamo costretti a tornare alla dura realtà. Abbiamo scoperto che dietro ogni legge economica si nascondono interessi particolari ed ideologici, e che non basta un procuratore per fare la pace.

Espellere lo stato dalla mondo dell'economia è stata follia. Altrettanto è stato permettere che la corte penale internazionale prendesse l'iniziativa in una crisi complessa come quella sudanese. Ora, rinsaviti, si spera, torniamo a fare politica.

ps. sulla crisi economica sanno ormai tutto tutti. Su quello che sta succendendo in Sudan, invece, questo è l'indirizzo giusto.

domenica 16 settembre 2007

Darfur: soluzione in 4 mosse

Oggi è la giornata mondiale per il Darfur. Naturalmente non c'è nulla da festeggiare, ma qualcosina da leggere.

Su questo tema ho probabilmente scritto il mio post migliore: era il 6 maggio 2006 e descrivevo con un certa precisione la situazione e spiegavo perchè difficilmente la pace avrebbe retto. Sono stato, purtroppo, facile profeta. All'epoca c'era un conflitto a tre livelli:
1. la competizione internazionale per il petrolio del Chad tra Cina e USA;
2. la politica di arabizzazione perseguita da Karthoum in Darfur;
3. una guerra civile tra le tribù Zaghawa.

Rispetto ad allora le cose sono cambiate in modo inatteso, tra le quali non figurano i più che prevedibili fallimenti dell'ONU. La prima, sul livello internazionale, la riporta Gerard Prunier: il Chad sta cercando di liberarsi dallo scomodo alleato occidentale, che ha cercato di impedire che i proventi del petrolio finissero in armi e corruzione, per affidarsi alla meno schizzinosa Cina. Questo aspetto del conflitto verrebbe così risolto, e Pechino si ritroverebbe in mano le chiavi per dare un reale contributo alla pacificazione del Darfur.

La seconda la riporta Alex De Waal, che ha aperto un blog proprio sul Darfur, ricchissimo di informazioni e analisi preziose: un must, anche perchè De Waal è uno dei massimi esperti di Darfur. Insomma, il succo è che la polarizzazione del conflitto tra "arabi" e "africani" è venuta meno, gruppi combattenti arabi si alleano con i ribelli, ed ex ribelli si alleano con Karthoum, indipendentemente dall'appartenenza etnica. Non basta: il governo sudanese non ha più le capacità militari per intervenire efficacemente o controllare la situazione (e De Waal annuncia che si sta scaldando un ennesimo focolaio, in Kordofan). Anche il secondo livello del conflitto ha, quindi, perso di rilevanza.

Il Darfur (ma in proiezione anche il resto del Sudan, Chad e CAR) rischiano di diventare zone di completa anarchia, paragonabili alla Somalia (e le implicazioni per la "guerra globale al terrorismo" sono naturalmente notevoli). A questo punto, però, qualcuno mi deve spiegare perchè in Darfur si combatte ancora. Come per la Somalia e il Congo, è verosimile che ci siano delle economie di guerra che spingono bande armate a competere per delle risorse. Ma quali? Di risorse in Darfur ce n'è una: gli aiuti umanitari.

Se fossi un politico o un diplomatico interessato alla soluzione del Darfur dovrei, quindi, fare le seguenti cose:
1. andare a Pechino a fare pressioni;
2. fermare immediatamente la missione umanitaria;
3. mandare un piccola missione ONU di peacekeeping disarmata;
4. ...

ps. sul blog di De Wall c'è anche una dibattito con Homer Dixon sulle cause naturali (cioè la siccità) del conflitto.