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lunedì 21 gennaio 2008

Lettera al cardinal Ruini

Caro cardinale Ruini,

le scrivo da cristiano ordinario che ha seguito le recenti vicende della mancata visita del Papa alla Sapienza e che si interessa al rapporto tra la fede cristiana e la società di oggi.

Devo dire che la riflessione più serena, ragionata e convincente che ho letto è quella di Claudio Magris, pubblicata ieri dal Corriere della Sera. Mi scuserà se prendo a prestito le parole di un altro, ma se sanno esprimere meglio di me quanto penso, tanto di guadagnato

Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l'opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall'adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.

La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l'attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura— anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo.

Una visione religiosa può muovere l'animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può certo tradursi immediatamente in articoli di legge, come vogliono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie.

Sono considerazione generali che dovrebbero essere scontate, banali, ma che non mi sembrano tali in questo momento. Così come la valutazione data da Magris dell’episodio in sé.

Anche alcuni grandi filosofi hanno insegnato all'università, proponendo la loro concezione filosofica pure a studenti di altre convinzioni; non per questo è stata loro tolta la parola.

Non è il cosa, è il come che fa la musica e anche la libertà e razionalità dell'insegnamento. Ognuno di noi, volente o nolente, anche e soprattutto quando insegna, propone una sua verità, una sua visione delle cose. Come ha scritto un genio laico quale Max Weber, tutto dipende da come presenta la sua verità: è un laico se sa farlo mettendosi in gioco, distinguendo ciò che deriva da dimostrazione o da esperienza verificabile da ciò che è invece solo illazione ancorché convincente, mettendo le carte in tavola, ossia dichiarando a priori le sue convinzioni, scientifiche e filosofiche, affinché gli altri sappiano che forse esse possono influenzare pure inconsciamente la sua ricerca, anche se egli onestamente fa di tutto per evitarlo. Mettere sul tavolo, con questo spirito, un'esperienza e una riflessione teologica può essere un grande arricchimento. Se, invece, si affermano arrogantemente verità date una volta per tutte, si è intolleranti totalitari, clericali.

Non conta se il discorso di Benedetto XVI letto alla Sapienza sia creativo e stimolante oppure rigidamente ingessato oppure — come accade in circostanze ufficiali e retoriche quali le inaugurazioni accademiche — dotto, beneducato e scialbo. So solo che — una volta deciso da chi ne aveva legittimamente la facoltà di invitarlo — un laico poteva anche preferire di andare quel giorno a spasso piuttosto che all'inaugurazione dell'anno accademico (come io ho fatto quasi sempre, ma non per contestare gli oratori), ma non di respingere il discorso prima di ascoltarlo.

Nei confronti di Benedetto XVI è scattato infatti un pregiudizio, assai poco scientifico. Si è detto che è inaccettabile l'opposizione della dottrina cattolica alle teorie di Darwin. Sto dalla parte di Darwin (le cui scoperte si pongono su un altro piano rispetto alla fede) e non di chi lo vorrebbe mettere al bando, come tentò un ministro del precedente governo, anche se la contrapposizione fra creazionismo e teoria della selezione non è più posta in termini rozzi e molte voci della Chiesa, in nome di una concezione del creazionismo più credibile e meno mitica, non sono più su quelle posizioni antidarwiniane. Ma Benedetto Croce criticò Darwin in modo molto più grossolano, rifiutando quella che gli pareva una riduzione dello studio dell'umanità alla zoologia e non essendo peraltro in grado, diversamente dalla Chiesa, di offrire una risposta alternativa alle domande sull'origine dell'uomo, pur sapendo che il Pitecantropo era diverso da suo zio filosofo Bertrando Spaventa. Anche alla matematica negava dignità di scienza, definendola «pseudoconcetto».

Se l'invitato fosse stato Benedetto Croce, grande filosofo anche se più antiscientista di Benedetto XVI, si sarebbe fatto altrettanto baccano? Perché si fischia il Papa quando nega il matrimonio degli omosessuali e non si fischiano le ambasciate di quei Paesi arabi, filo- o anti-occidentali, in cui si decapitano gli omosessuali e si lapidano le donne incinte fuori dal matrimonio?
In quella trasmissione televisiva Pannella, oltre ad aver infelicemente accostato i professori protestatari della Sapienza ai professori che rifiutarono il giuramento fascista perdendo la cattedra, il posto e lo stipendio, ha fatto una giusta osservazione, denunciando ingerenze della Chiesa e la frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione nei loro riguardi. Se questo è vero, ed in parte è certo vero, è da laici adoperarsi per combattere quest'ingerenza, per dare alle altre confessioni religiose il pieno diritto all'espressione, per respingere ogni invadenza clericale, insomma per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, principio laico che, come è noto, è proclamato nel Vangelo.
Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l'intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l'automobile.

Fin qui Claudio Magris. A questo punto vorrei rivolgerLe alcune domande.

Lei è sicuramente un grande protagonista della scena pubblica. L’Angelus di solidarietà al Papa è stato il suo ennesimo successo.

Ma mi chiedo, perché la gerarchia chiede ai cittadini, ai cristiani e ai politici manifestazioni di solidarietà di questo genere – che hanno un significato politico e culturale, prima che religioso – nei confronti del Papa per un discorso non pronunciato e non fa altrettanto per i barboni che muoiono d’inverno nella Roma dei pontefici? Non valgono altrettanto, anzi non valgono di più, le morti bianche che continuano? Non valgono di più i tanti conflitti dimenticati e le tante parole negate in molti Stati del mondo? Non richiedono attestazioni di solidarietà altrettanto forti? Non si rischia così di fare del Papa, delle sue parole, il fine e non il mezzo dell’impegno della Chiesa. E il mezzo non dovrebbe essere testimoniare l’amore di Dio che accoglie tutti e vuole la salvezza di tutti.

Il Papa ha invitato giustamente i giovani all’ascolto, alla ricerca della verità. Ma quando il Papa, e la gerarchia della Chiesa, si mettono a loro volta in ascolto. La comunicazione sembra sempre unidirezionale. Ma in una società sempre più plurale, non si può fare affidamento solo sulle piazze piene. C’è sempre più bisogno di ascolto per aprire canali di comunicazione con chi è lontano. Anche con i contestatori della Sapienza. Se pure sono una piccola minoranza, non valgono l’ascolto? Per la Chiesa non dovrebbe contare solo la legge dei numeri.

Penso poi alla moratoria sull’aborto. Come cristiano e come padre non posso che essere sensibile al tema. Ma che cosa ci si propone con questa iniziativa? Mi sembra, come ho già scritto, che non si stia facendo altro che tornare a erigere antichi steccati per cercare una prova di forza. Il tema della vita non dovrebbe essere invece l’occasione per incontrare le altre posizioni e sensibilità per definire assieme, nel rispetto reciproco, un terreno comune di convivenza su questo argomento e sulle questioni della sessualità, dei diritti, della corporeità? Altrimenti continueremo a rimanere una nazione tribalizzata, in cui una fazione cerca di prevalere sulle altre.

Mi chiedo anche perché lasciare un’iniziativa del genere alla guida di Giuliano Ferrara, persona di grande intelligenza e valore. Ma questo non vuole forse anche dire che l’Italia non dispone più di voci cattoliche laiche che sappiano farsi ascoltare per la loro autorevolezza. Non vuole forse dire che la voce della gerarchia sovrasta tutte le altre? Ci vuole, per attirare l’attenzione, l’ateo devoto che si mette dalla parte della Chiesa, magari perché fa più notizia?

Domande appunto, ma forse ce n'è bisogno per migliorare il clima di oggi.

La saluto.


Christian Albini

Io, naturalmente, sottoscrivo. E invito a diffondere.

lunedì 10 settembre 2007

Il gay, il rosario e il partito

1. Ad un compleanno in un pub londinese, un giovane di Roma, laureato alla London School, vide il mio anello-rosario che porto sempre all'indice e urlò, scandalizzato: "Un Papista! un papista!". Si radunò subito un capannello di persone intorno a me a tempestarmi di domande su quello che penso dell'omosessualità e accuse di omofobia. Rimasi molto scosso dall'aggressività dei miei interlocutori.

Successivamente l'episodio mi diede modo di riflettere su come ci si senta quando si viene additati come diversi, discriminati o, comunque, accolti con ostilità in virtù della propria identità. E su come sia importante sforzarsi sempre di immedesimarsi nel proprio interlocutore, soprattutto quando si dialoga con "l'altro".

2. Una delle pietre dello scandalo nei miei confronti era il fatto che fossi imperturbabile nel definire la pratica omosessuale come peccato. E non riuscivo proprio a capire perchè questa mia opinione generasse tanto fastidio.

In fin dei conti siamo tutti peccatori (omosessuali e non), il peccato è un fatto privato e, in definitiva, non tange chi non crede. Se è comprensibile il disagio che un atto tanto legato alla propria identità venga stigmatizzato come peccato, è impossibile per un cattolico rinunciare al proprio patrimonio teologico per non urtare sensibilità altrui.

Nel dialogo con "l'altro", è necessario impegnarsi nella comprensione del lessico reciproco, senza dare per scontato nulla. Spesso, infatti, ci si scontra per futili incomprensioni, per significati diversi attribuiti allo stesso significante.

3. Nel dibattito sui diritti (e non solo quelli degli omosessuali), è un'altra la parola che mi lascia interdetto: non peccato, ma "natura". Il concetto di natura applicato alla morale e alla politica ha una storia lunga e gloriosa, è stato uno strumento potente per la conquista di molti diritti e non è stato usato esclusivamente dai cattolici. E' però un concetto infido e ingannatore. Rimanda ad una realtà biologica e incorrotta, pervertita dal progresso e a cui bisogna tornare per risolvere ogni problema sociale. Ovviamente quale sia questa realtà ante-storica nessuno lo sa, e viene definita a seconda degli interessi del caso o per contrabbandare nei codici legislativi paragrafi del catechismo.

Quello di natura è', infatti, un concetto irrilevante sia per la morale che per la politica. E' irrilevante per la morale (almeno quella cattolica), dove basta e avanza quello di peccato. E non necessariamente un atto innaturale è peccato e uno naturale non lo è. Anzi, la mia umanità è proprio definita dalla capacità di controllare la mia natura.

E' irrilevante anche per la politica, dove il principio liberale di limitazione della libertà è molto più efficacie nel regolare i rapporti interpersonali. Nello stabilire cos'è lecito e cos'è reato, il politico (cattolico o no) farebbe a non richiamarsi al concetto scivoloso di natura, ma chiedersi se un diritto o una libertà particolare nuocciono ad altri, al nostro prossimo, vicino e lontano.

4. Sgombrato il campo da intralci concettuali e adottato un'attitudine aperta al dialogo, si può anche cominciare a discutere tra laici e cattolici, andando oltre una contrapposizione infruttuosa e frustrante e cercando soluzioni pragmatiche, magari parziali, magari anche solo dei compromessi temporanei.

Il Partito Democratico è, politicamente, l'unico strumento che abbiamo per portare a buon fine il dibattito sui diritti civili e superare la "questione cattolica" (il centrosinistra non avrebbe più un partito nato da una frattura religiosa). Sarà forse per questo che è osteggiato dagli integralisti di ciascuna parte, lacisti e cattolici.