domenica 31 maggio 2009
Io scelgo democratico
sabato 4 aprile 2009
Questa funziona di sicuro
Ma, forse forse, il destino non è segnato ed esiste un modo per risolvere il trilemma politico finanziario del pd e lo hanno scoperto i taiwanesi e si tratta della lotteria fiscale.
Funziona così: dietro ogni scontrino fiscale c'è un numero, ogni giorno alcuni di questi numeri vengono estratti a sorte e pubblicati sul giornale. I fortunati possessori degli scontrini vincenti ricevono un premio in denaro che può arrivare fino a 200 dollari.
Ecco, una cosa così in Italia non può non funzionare.
venerdì 28 novembre 2008
Ancora sul crocefisso del partito democratico
carmelo prima corre dal segretario e gli chiede:"mi hai chiamato?". quando nutella risponde:"io? ma quando mai?" e così carmelo ritorna in ufficio. la scena si ripete ancora un paio di volte, fino al punto che carmelo alza lo sguardo, capisce e dice al crocefisso:"ah, sei tu! dimmi, il tuo addetto stampa ti ascolta!". allora il crocefisso sospira e dice sconsolato:"carmelo, ricomponi il mio partito!"
questa storia, che carmelo racconta spesso, soprattutto al suo collega del pdl, rimane, purtroppo non confermata e priva di testimoni attendibili, perchè, come i meglio informati sanno, nel pd di beghe non ne scoppiano mai.
mercoledì 26 novembre 2008
Il problema dei crocefissi nei pubblici uffici e il partito democratico dell'alto adige
1) l'ufficio stampa è stato espugnato dall'area cattogaudente del pd. ed è lì che pende baldanzoso il crocefisso - rigorosamente di san damiano, perchè il pd è un partito di sinistra - al fianco di una megaposter di lei. democristiani sì, ma con gusto.
2) la sala 2 è lo storico rifugio dell'area veterocomunista del pd. oltre la cortina (di fumo), proprio sopra il ciclostile made in CCCP, sonnecchia un vecchio busto del migliore. si sussurra anche che gola profonda verrà mandato a berlino a spulciare gli archivi della ddr, per scoprire dove la stasi aveva nascosto la microspia. il partito avrà così le prove che laura con il busto di palmiro ci parla davvero.
3) in sala 3 si sono infiltrati gli smidollati postmoderni veltroniani. il megaposter di uòlter è ancora là, ma serve a nascondere gli scaffali con la raccolta completa dei dvd di edvige fenech. un manifesto dantan di jfk, naturalmente, non manca. daltronde la buona politica, si sa, è retrò.
4) il segretario, invece, vede più lontano di tutti. scavalcando gli steccati del 900, ma custodendo anche la tradizione, con uno straordinario atto di leadership, ha messo sulla sua scrivania una bella foto di antonio gramsci. all'anta dell'armadio è invece appesa provvisoriamente l'immagine della vicepresidente del consiglio provinciale. i meglio informati dicono che le freccette sia nascoste nel portasigari nel secondo cassetto a sinistra della scrivania. ma l'ansa smentisce.
venerdì 25 gennaio 2008
Tra Prodi e l'Impero

Mastella e Berlusconi sono personaggi speculari. Sono opposti perchè il primo ci è stato catapultato da un passato feudale. Il suo partito è funzionale al mantenimento di un potere clientelare, che si nutre di raccomandazioni e distribuzioni di doni (soldi, posti di lavoro, appalti). Davvero Mastella è meglio compreso attraverso le coordinate politiche dei paesi sottosviluppati. Il secondo è tornato dal futuro. Il suo partito è una filiale della sua impresa. Promuove, assume e licenzia i quadri politici esattamente come quelli aziendali. Il partito di Berlusconi è un fattore di produzione.
Eppure sono simili: entrambi sono forme di privatizzazione del potere. Mastella non fa cadere il governo per ragioni politiche, ma per ragioni assolutamente private. Non ha nemmeno bisogno di trovare delle scuse, di mascherare le proprie motivazioni con fittizie e tormentate riflessioni politiche. Non sente il bisogno di dire che lo ha fatto per il bene del paese. No. Mastella è sfacciato e lo dice apertamente, senza vergogna: la sua sfiducia è un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la moglie. Il suo partito ubbidisce. Anche Berlusconi entra in politica per un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la sua attività imprenditoriale. E, una volta al governo, persegue costantemente i propri interessi personali. Berlusconi è una lobby che ha saltato la mediazione politica e si è fatta partito.
2. Il vuoto della politica: Ruini e Grillo; Dolly e Friedman.
E' come se la politica italiana sia rimasta incastrata tra il premoderno e il postmoderno e abbia visto svuotarsi quello che era il grande portato della modernità politica: lo spazio pubblico. Siccome la politica, come la natura, non ama i vuoti, lo spazio abbandonato dalla politica viene riempito immediatamente da surrogati dai tratti populistici. In questo senso, Ruini e Grillo sono aspetti diversi della stessa crisi.
In alterativa al populismo c'è lo scientismo: abbandonare la politica per affidarsi ad occhi chiusi al governo degli esperti, al dominio della tecnica, alla dittatura della scienza. E' la scienza, che attraverso le sue scoperte, determina ciò che sia possibile e ciò che non lo è. La politica non ha più facoltà di distinguere tra lecito e illecito. Cade ogni tabù, e presto anche quello che sembra oggi impossibile sarà realizzabile grazie al progresso tecnologico. La politica è tanto screditata da non poterle affidare decisioni di carattere morale. In modo più silenzioso, e con molto più successo, l'economia si è imposta sulla politica sotto le bandiere del monetarismo. Anche se non si è giunti a delegare la politica monetaria ad una macchina, come suggeriva Friedman, al banchiere centrale è stato affidato tutto il potere sulla moneta, senza controlli democratici e forte unicamente della sua conoscenza tecnica, il suo expertise. La politica è tanto inaffidabile che non ci si può fidare di lei per decidere degli interessi di creditori e debitori.
La politica privata è una politica debole, incapace non solo di dare delle soluzioni ai problemi della collettività, ma soprattutto di indicare una direzione, fornire un orizzonte valoriale, di offrire dei futuri comuni possibili. Ecco che si intrufolano personaggi e fenomeni non strutturati per organizzare il consenso, ma che tentano di raggrupparlo, spesso, sulle piazze. Rischiano, però, di diventare degli apprendisti stregoni: suscitano un potere che forse non riusciranno a controllare.
Una responsabilità oggettiva l'hanno gli eredi dei due grandi partiti della Prima Repubblica. Ds e Dl, ora Pd, hanno buttato ammare le loro organizzazioni territoriali, hanno inseguito la fata morgana del partito leggero e si sono dimostrati succubi della mitologia neoliberista della società civile, del mercato, delle scienze (naturali ed economiche). La Margherita ha rinunciato alla propria vocazione di massa e si è trasformata in un partito di notabili. I Ds, pur conservando le parvenze del partito di massa, hanno lasciato nel dimenticatoio quel potente strumento di formazione politica ed elaborazione culturale che era l'Istituto Gramsci. Il Pd rappresenta ora una grande occasione per ricominciare a rifondare la politica italiana. Comporta, però, anche il grande pericolo che si facciano ancora dei passi avanti verso il baratro. L'idea di un partito senza tessere, strutturato sul modello americano, non mi paiono molto incoraggianti.
3. La politica risucchiata dall'Impero: Negri e Beck.
E' però verosimile che l'Italia sia un caso particolare, e particolarmente acuto, di un fenomeno globale. Lo svuotamento della sovranità nazionale, incapace di arginare i flussi di uomini, di nuvole tossiche e di capitale finanziario e reale, rende la politica, ancora strutturata su base statuale, un'arma spuntata. La politica non è più in grado di assolvere al compito che le è stato posto. Io penso, però, che ci sia di più; che il capitalismo sia un grande frullatore in cui finiscono tutte le forme di aggregazione sociale diverse dal mercato. Il risultato è un processo di individualizzazione. Dove ci sono solo individui la società smette di esistere, e con essa la politica. Purtroppo, un sistema di produzione non è cosa facile da cambiare.
Toni Negri e Micheal Hardt danno la colpa all'Impero, e cioè quella forma di sovranità postmoderna in cui il potere è intrinsecamente biopolitico, regola cioè ogni aspetta della nostra vita, e quindi frantuma i confini tra pubblico e privato. Negri e Hardt non conoscono un antidoto, però consigliano di entrare nel cuore dell'Impero, sfruttandone le potenzialità, per poi uscirne da "un'altra parte". Anche Ullrich Beck ed Edgar Grande parlano di Impero. Nel loro caso, però, l'Impero è parte della soluzione, non del problema. Beck immagina un Impero cosmopolita ed europeo, costruito su sovranità nazionali che si ammanettano a vicenda attraverso una rete di trattati sempre più fitta per riportare ordine nel caos generato dalla globalizzazione.
Io mi auguro entrambi abbiano ragione, e cioè che sia possibile uscire dall'Impero e che ci sia un Impero che sia il meno doloroso possibile.
giovedì 1 novembre 2007
Cortina, Sudtirolo

Quello che stupisce è che la SVP abbia detto di sì senza tanti problemi.
Ora però bisogna capire alcune cose importanti. I cortinesi quanti sono? come si dichiareranno al prossimo censimento etnico-linguistico? e, soprattutto, per chi votano? sta a vedere che alle prossime provinciali facciamo addirittura una terna (o sarà il Kaiser a fare bingo?)...
lunedì 15 ottobre 2007
Le quattro sfide per il pd

2. Gli interessi organizzati. Il partito democratico ha una vocazione da "pigliatutto". Si rivolge, cioè, a tutti gli elettori, indipendentemente dalla loro classe sociale o credo religioso. Contemporaneamente ha le potenzialità per rendersi indipendente da lobby più o meno organizzate e dettare le politiche di cui l'Italia ha bisogno. Vocazione e potenzialità rischiano di essere in contraddizione, premiando il consenso a scapito dell'efficacia delle politiche o, viceversa, sposando politiche senza consenso. La via è stretta tra Scilla e Cariddi.
3. La forma partito. Il partito democratico avrebbe dovuto essere un partito innovativo anche nelle sue forme, la cui progettazione è stata lasciata ad un giovane professore di Bologna, Salvatore Vassallo. L'impressione è che, invece di prospettare un partito nuovo, il professore ci stia guidando verso un partito americano, non solo nel nome. Far scegliere ai "simpatizzanti" un leader politico è roba, letteralmente, un'americanata. E' urgente che i nuovi quadri, a livello locale e nazionale, si riapproprino del partito e impediscano che si trasformi in un comitato elettorale. A tutti noi il compito di rivitalizzare le sezioni.
4. Le federazioni locali. Il partito democratico è stato pensato come federale. E, infatti, l'elezione delle assemblee locali è molto più importante di quella nazionale. Nella mia federazione la competizione elettorale è stata vera, altro che parata con vincitore annunciato! Ora vanno a formare un partito solo gente che si guarda(va) in cagnesco. E' la diffidenza di chi non si conosce bene, di chi è abituato a considerarsi in competizione, di chi è "laicista" e di chi è "clericale". La sfida ora è fare amicizia, costruire stima e fiducia e mettere le basi per un sano dialogo interno. Intanto Tommasini è diventato segretario. Qui gli si fa i migliori auguri.
venerdì 5 ottobre 2007
PD: si vota in rete!

puoi votare online
vai sul sito dell'ulivo e registrati
fallo
ciao
Naturalmente per tutto questo luccichio tecnologico c'è un terribile contrappasso. Nella circoscrizione Estero-Europa ci stanno solo tre liste, tra cui clamorosamente manca quella della Bindi, che però trovate, se volete, in Africa. E ora mi tocca pure votare Veltroni (democratici nel mondo o l'altra italia? e quante preferenze ho? ma soprattutto chi sono i candidati? insomma mi fate un corso veloce, tipo primarie per dummies, visto che devo recuperare mesi di disinteresse procedurale?)
lunedì 1 ottobre 2007
Chi spara sulla finanziaria (si spara sui piedi)

1. Le misure della finanziaria sono buone (in sè condivisibili, ragionevoli, nessuno si può lamentare, etc.).
2. La finanziaria però non è buona (non è coesa, unitaria, profonda, pesante, i conti pubblici non vengono ridotti abbastanza, etc.).
3. La colpa è del sistema politico (la maggioranza labile, il potere delle lobbies, la sinistra radicale, lamberto dini, etc.).
Il bello è che quello che ha provato non solo a dare una risposta, ma anche a metterla in pratica è stato lo stesso Prodi. Il Partito Democratico è il solo tentativo, democratico e ragionato, al problema politico italiano: lo si è chiamato il timone riformista, e si intende un partito solido in grado di aggregare un consenso sufficiente non dover far dipendere le sorti del paese del primo turigliatto/dini di turno, e che non sia succube della cei/sindacati/tassisti/confindustria. E' un tentativo ad alto rischio, ma se fallisce è un guaio per tutti, visto che non ci sono alternative conosciute per uscire da questo pantano. Ed è proprio per questo che non si capiscono gli sberleffi della sinistrasinistra, che dall'alto della loro polverizzazione partitica, fanno il tifo per un rapido ritorno alla squallida normalità italiana.
mercoledì 12 settembre 2007
Vite parallele: Brown e Veltroni
Le avventure politiche di Gordon Brown e Walter Veltroni hanno significativi paralleli. Entrambi hanno ricoperto il ruolo di “vice”, successori predestinati, di due leader che hanno profondamente innovato il panorama politico dei rispettivi paesi. I progetti politici, New Labour e L'Ulivo, si proponevano di riportare la sinistra al governo, percorrendo la “terza via”, che conciliava idee di giustizia sociale e principi economici liberali. Dieci anni dopo, è arrivato per entrambi, Brown e Veltroni, il momento di assumersi la responsabilità del comando.
Nel frattempo il mondo è cambiato. Il fascino delle terza vie si è notevolmente affievolito. Prodi è stato esiliato in Europa e Berlusconi ha governato per cinque lunghi anni. Blair si è lanciato nella folle avventura irachena e, pur vincendo tre elezioni di fila, ha visto la graduale disaffezione degli elettori e l'abbandono di importanti esponenti di partito.
Ora, Brown si è insediato alla guida del governo britannico con una sola parola d'ordine, ripetuta ossessivamente: “cambiamento, cambiamento, cambiamento”. Veltroni si è candidato alla guida di un partito nuovo, nuova veste del progetto ulivista. A Brown è stata riconosciuta la leadership del Labour con un consenso quasi unanime e senza nessuno che osasse sfidarlo al congresso. Veltroni si presenta alle primarie sicuro del proprio successo, e con avversari che ambiscono, più che a sconfiggerlo, a prevenire un unanimismo bulgaro.
Le analogie devono, al momento, finiscono qui. Nonostante i proclami, i primi atti di Brown da premier sembrano dimostrano la sua volontà di perseverare con alcune priorità e strategie blairiane. Brown ha deciso di scommettere, come il suo predecessore, sull'ossessione securitaria, proponendo di allungare i termini per la detenzione preventiva senza esplicitare accuse o il permesso di magistrato, studiando progetti di leggere per parificare la marijuana alle droghe pesanti, incoraggiando la polizia ad usare la legislazione sul terrorismo per sopprimere le proteste ambientaliste all'aeroporto di Heathrow. Il secondo punte debole è la rappresentanza femminile. Le donne rimangono una presenza marginale nella compagine governative, con la sola Smith a capo di un ministero importante, gli interni. L'unica vera novità è il graduale riposizionamento britannico nello scacchiere internazionale, lontano dalla docile fedeltà al presidente americano e riconoscendo il fallimento iracheno.
Il passaggio al governo per Veltroni sarà, verosimilmente, più arduo (anche se, come Brown, non necessariamente dovrà passare per le urne). Se avrà successo, Veltroni dovrà guidare non un monocolore, ma una coalizione variegata e vittima di dinamiche centrifughe; dovrà sfidare l'equilibrio negativo degli interessi corporativi, che nel Regno Unito vennero spazzati via dalla Tatcher, mentre in Italia trovano il proprio campione in Berlusconi; dovrà imporre un vero cambio di marcia nel processo di liberalizzazione e rinnovamento del capitalismo italiano, senza poter contare della grande risorsa finanziaria che la City ha rappresentato. E queste sono solo alcune delle sfide che Veltroni dovrà affrontare.
Con Brown, Veltroni ha in comune la grave responsabilità di rinnovare la proposta politica progressista, salvando le importanti lezioni della “terza via” e recuperando, al tempo stesso, la tradizione socialdemocratica.
Questo post è stato scritto per e pubblicato da La Quercia, periodico della federazione ds di Forlì (e ci sono un paio di articoli che vale davvero la pena leggere)
martedì 11 settembre 2007
Sostiene Tommasini/2
Alle primarie voterò (si fa per dire) Tommasini come segretario del partito democratico altoatesino. Il mio è un sostegno convinto, e i motivi sono presto elencati:
lunedì 10 settembre 2007
Il gay, il rosario e il partito
Successivamente l'episodio mi diede modo di riflettere su come ci si senta quando si viene additati come diversi, discriminati o, comunque, accolti con ostilità in virtù della propria identità. E su come sia importante sforzarsi sempre di immedesimarsi nel proprio interlocutore, soprattutto quando si dialoga con "l'altro".
2. Una delle pietre dello scandalo nei miei confronti era il fatto che fossi imperturbabile nel definire la pratica omosessuale come peccato. E non riuscivo proprio a capire perchè questa mia opinione generasse tanto fastidio.
In fin dei conti siamo tutti peccatori (omosessuali e non), il peccato è un fatto privato e, in definitiva, non tange chi non crede. Se è comprensibile il disagio che un atto tanto legato alla propria identità venga stigmatizzato come peccato, è impossibile per un cattolico rinunciare al proprio patrimonio teologico per non urtare sensibilità altrui.
Nel dialogo con "l'altro", è necessario impegnarsi nella comprensione del lessico reciproco, senza dare per scontato nulla. Spesso, infatti, ci si scontra per futili incomprensioni, per significati diversi attribuiti allo stesso significante.
3. Nel dibattito sui diritti (e non solo quelli degli omosessuali), è un'altra la parola che mi lascia interdetto: non peccato, ma "natura". Il concetto di natura applicato alla morale e alla politica ha una storia lunga e gloriosa, è stato uno strumento potente per la conquista di molti diritti e non è stato usato esclusivamente dai cattolici. E' però un concetto infido e ingannatore. Rimanda ad una realtà biologica e incorrotta, pervertita dal progresso e a cui bisogna tornare per risolvere ogni problema sociale. Ovviamente quale sia questa realtà ante-storica nessuno lo sa, e viene definita a seconda degli interessi del caso o per contrabbandare nei codici legislativi paragrafi del catechismo.
Quello di natura è', infatti, un concetto irrilevante sia per la morale che per la politica. E' irrilevante per la morale (almeno quella cattolica), dove basta e avanza quello di peccato. E non necessariamente un atto innaturale è peccato e uno naturale non lo è. Anzi, la mia umanità è proprio definita dalla capacità di controllare la mia natura.
E' irrilevante anche per la politica, dove il principio liberale di limitazione della libertà è molto più efficacie nel regolare i rapporti interpersonali. Nello stabilire cos'è lecito e cos'è reato, il politico (cattolico o no) farebbe a non richiamarsi al concetto scivoloso di natura, ma chiedersi se un diritto o una libertà particolare nuocciono ad altri, al nostro prossimo, vicino e lontano.
4. Sgombrato il campo da intralci concettuali e adottato un'attitudine aperta al dialogo, si può anche cominciare a discutere tra laici e cattolici, andando oltre una contrapposizione infruttuosa e frustrante e cercando soluzioni pragmatiche, magari parziali, magari anche solo dei compromessi temporanei.
Il Partito Democratico è, politicamente, l'unico strumento che abbiamo per portare a buon fine il dibattito sui diritti civili e superare la "questione cattolica" (il centrosinistra non avrebbe più un partito nato da una frattura religiosa). Sarà forse per questo che è osteggiato dagli integralisti di ciascuna parte, lacisti e cattolici.