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domenica 31 maggio 2009

Io scelgo democratico

Su scelgo DEMOCRATICO -via martameo- ha proposto una serie di domande ai candidati del pd per le europee. Qui ci sono le risposte di Debora Serracchiani, e qui quelle di Michele Nicoletti (le migliori, detto tra noi), candidati del nordest. Le domande sono ben scelte e riguardano -finalmente!- l'Europa.

sabato 4 aprile 2009

Questa funziona di sicuro

L'Italia ha un problema con l'evasione. E la sinistra ha un problema con Visco, nel senso che ogni serio democratico tentativo di far pagare le tasse agli italiani ha finora sistematicamente significato disfatta elettorale.

Ma, forse forse, il destino non è segnato ed esiste un modo per risolvere il trilemma politico finanziario del pd e lo hanno scoperto i taiwanesi e si tratta della lotteria fiscale.

Funziona così: dietro ogni scontrino fiscale c'è un numero, ogni giorno alcuni di questi numeri vengono estratti a sorte e pubblicati sul giornale. I fortunati possessori degli scontrini vincenti ricevono un premio in denaro che può arrivare fino a 200 dollari.

Ecco, una cosa così in Italia non può non funzionare.

venerdì 28 novembre 2008

Ancora sul crocefisso del partito democratico

Il crocefisso di san damiano nella sede del pd ce lo ha portato carmelo, il quale sostiene che gli parli, proprio come quello originale e come quello di don camillo. Quando scoppia una bega nel partito, il crocefisso incomincia a sussurrare: "carmelo! carmelo! carmelo!".

carmelo prima corre dal segretario e gli chiede:"mi hai chiamato?". quando nutella risponde:"io? ma quando mai?" e così carmelo ritorna in ufficio. la scena si ripete ancora un paio di volte, fino al punto che carmelo alza lo sguardo, capisce e dice al crocefisso:"ah, sei tu! dimmi, il tuo addetto stampa ti ascolta!". allora il crocefisso sospira e dice sconsolato:"carmelo, ricomponi il mio partito!"

questa storia, che carmelo racconta spesso, soprattutto al suo collega del pdl, rimane, purtroppo non confermata e priva di testimoni attendibili, perchè, come i meglio informati sanno, nel pd di beghe non ne scoppiano mai.

mercoledì 26 novembre 2008

Il problema dei crocefissi nei pubblici uffici e il partito democratico dell'alto adige

in spagna litigano sui crocefissi nelle scuole. noi del pd suttirolese il problema l'abbiamo risolto durante la campagna elettorale, da partito plurale, quale siamo.

1) l'ufficio stampa è stato espugnato dall'area cattogaudente del pd. ed è lì che pende baldanzoso il crocefisso - rigorosamente di san damiano, perchè il pd è un partito di sinistra - al fianco di una megaposter di lei. democristiani sì, ma con gusto.

2) la sala 2 è lo storico rifugio dell'area veterocomunista del pd. oltre la cortina (di fumo), proprio sopra il ciclostile made in CCCP, sonnecchia un vecchio busto del migliore. si sussurra anche che gola profonda verrà mandato a berlino a spulciare gli archivi della ddr, per scoprire dove la stasi aveva nascosto la microspia. il partito avrà così le prove che laura con il busto di palmiro ci parla davvero.

3) in sala 3 si sono infiltrati gli smidollati postmoderni veltroniani. il megaposter di uòlter è ancora là, ma serve a nascondere gli scaffali con la raccolta completa dei dvd di edvige fenech. un manifesto dantan di jfk, naturalmente, non manca. daltronde la buona politica, si sa, è retrò.

4) il segretario, invece, vede più lontano di tutti. scavalcando gli steccati del 900, ma custodendo anche la tradizione, con uno straordinario atto di leadership, ha messo sulla sua scrivania una bella foto di antonio gramsci. all'anta dell'armadio è invece appesa provvisoriamente l'immagine della vicepresidente del consiglio provinciale. i meglio informati dicono che le freccette sia nascoste nel portasigari nel secondo cassetto a sinistra della scrivania. ma l'ansa smentisce.

venerdì 25 gennaio 2008

Tra Prodi e l'Impero

1. Simmetrie di una crisi di governo: Mastella e Berlusconi.
Mastella e Berlusconi sono personaggi speculari. Sono opposti perchè il primo ci è stato catapultato da un passato feudale. Il suo partito è funzionale al mantenimento di un potere clientelare, che si nutre di raccomandazioni e distribuzioni di doni (soldi, posti di lavoro, appalti). Davvero Mastella è meglio compreso attraverso le coordinate politiche dei paesi sottosviluppati. Il secondo è tornato dal futuro. Il suo partito è una filiale della sua impresa. Promuove, assume e licenzia i quadri politici esattamente come quelli aziendali. Il partito di Berlusconi è un fattore di produzione.

Eppure sono simili: entrambi sono forme di privatizzazione del potere. Mastella non fa cadere il governo per ragioni politiche, ma per ragioni assolutamente private. Non ha nemmeno bisogno di trovare delle scuse, di mascherare le proprie motivazioni con fittizie e tormentate riflessioni politiche. Non sente il bisogno di dire che lo ha fatto per il bene del paese. No. Mastella è sfacciato e lo dice apertamente, senza vergogna: la sua sfiducia è un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la moglie. Il suo partito ubbidisce. Anche Berlusconi entra in politica per un fatto privato, di carattere giudiziario, che riguarda la sua attività imprenditoriale. E, una volta al governo, persegue costantemente i propri interessi personali. Berlusconi è una lobby che ha saltato la mediazione politica e si è fatta partito.

2. Il vuoto della politica: Ruini e Grillo; Dolly e Friedman.
E' come se la politica italiana sia rimasta incastrata tra il premoderno e il postmoderno e abbia visto svuotarsi quello che era il grande portato della modernità politica: lo spazio pubblico. Siccome la politica, come la natura, non ama i vuoti, lo spazio abbandonato dalla politica viene riempito immediatamente da surrogati dai tratti populistici. In questo senso, Ruini e Grillo sono aspetti diversi della stessa crisi.

In alterativa al populismo c'è lo scientismo: abbandonare la politica per affidarsi ad occhi chiusi al governo degli esperti, al dominio della tecnica, alla dittatura della scienza. E' la scienza, che attraverso le sue scoperte, determina ciò che sia possibile e ciò che non lo è. La politica non ha più facoltà di distinguere tra lecito e illecito. Cade ogni tabù, e presto anche quello che sembra oggi impossibile sarà realizzabile grazie al progresso tecnologico. La politica è tanto screditata da non poterle affidare decisioni di carattere morale. In modo più silenzioso, e con molto più successo, l'economia si è imposta sulla politica sotto le bandiere del monetarismo. Anche se non si è giunti a delegare la politica monetaria ad una macchina, come suggeriva Friedman, al banchiere centrale è stato affidato tutto il potere sulla moneta, senza controlli democratici e forte unicamente della sua conoscenza tecnica, il suo expertise. La politica è tanto inaffidabile che non ci si può fidare di lei per decidere degli interessi di creditori e debitori.

La politica privata è una politica debole, incapace non solo di dare delle soluzioni ai problemi della collettività, ma soprattutto di indicare una direzione, fornire un orizzonte valoriale, di offrire dei futuri comuni possibili. Ecco che si intrufolano personaggi e fenomeni non strutturati per organizzare il consenso, ma che tentano di raggrupparlo, spesso, sulle piazze. Rischiano, però, di diventare degli apprendisti stregoni: suscitano un potere che forse non riusciranno a controllare.

Una responsabilità oggettiva l'hanno gli eredi dei due grandi partiti della Prima Repubblica. Ds e Dl, ora Pd, hanno buttato ammare le loro organizzazioni territoriali, hanno inseguito la fata morgana del partito leggero e si sono dimostrati succubi della mitologia neoliberista della società civile, del mercato, delle scienze (naturali ed economiche). La Margherita ha rinunciato alla propria vocazione di massa e si è trasformata in un partito di notabili. I Ds, pur conservando le parvenze del partito di massa, hanno lasciato nel dimenticatoio quel potente strumento di formazione politica ed elaborazione culturale che era l'Istituto Gramsci. Il Pd rappresenta ora una grande occasione per ricominciare a rifondare la politica italiana. Comporta, però, anche il grande pericolo che si facciano ancora dei passi avanti verso il baratro. L'idea di un partito senza tessere, strutturato sul modello americano, non mi paiono molto incoraggianti.

3. La politica risucchiata dall'Impero: Negri e Beck.
E' però verosimile che l'Italia sia un caso particolare, e particolarmente acuto, di un fenomeno globale. Lo svuotamento della sovranità nazionale, incapace di arginare i flussi di uomini, di nuvole tossiche e di capitale finanziario e reale, rende la politica, ancora strutturata su base statuale, un'arma spuntata. La politica non è più in grado di assolvere al compito che le è stato posto. Io penso, però, che ci sia di più; che il capitalismo sia un grande frullatore in cui finiscono tutte le forme di aggregazione sociale diverse dal mercato. Il risultato è un processo di individualizzazione. Dove ci sono solo individui la società smette di esistere, e con essa la politica. Purtroppo, un sistema di produzione non è cosa facile da cambiare.

Toni Negri e Micheal Hardt danno la colpa all'Impero, e cioè quella forma di sovranità postmoderna in cui il potere è intrinsecamente biopolitico, regola cioè ogni aspetta della nostra vita, e quindi frantuma i confini tra pubblico e privato. Negri e Hardt non conoscono un antidoto, però consigliano di entrare nel cuore dell'Impero, sfruttandone le potenzialità, per poi uscirne da "un'altra parte". Anche Ullrich Beck ed Edgar Grande parlano di Impero. Nel loro caso, però, l'Impero è parte della soluzione, non del problema. Beck immagina un Impero cosmopolita ed europeo, costruito su sovranità nazionali che si ammanettano a vicenda attraverso una rete di trattati sempre più fitta per riportare ordine nel caos generato dalla globalizzazione.

Io mi auguro entrambi abbiano ragione, e cioè che sia possibile uscire dall'Impero e che ci sia un Impero che sia il meno doloroso possibile.

giovedì 1 novembre 2007

Cortina, Sudtirolo

Cortina vuole passare al Sudtirolo. La cosa non sorprende e "l'irridentismo al contrario" mi sta assai simpatico, soprattutto perchè puzza di nostalgie austroungariche e qui alla Sissi e Cecco Beppe si è sempre voluto bene. Che poi ci siano dietro questioni di soldi non fa che confermare qualche oggettiva verità sociologica riguardo ai ladini.

Quello che stupisce è che la SVP abbia detto di sì senza tanti problemi.

Ora però bisogna capire alcune cose importanti. I cortinesi quanti sono? come si dichiareranno al prossimo censimento etnico-linguistico? e, soprattutto, per chi votano? sta a vedere che alle prossime provinciali facciamo addirittura una terna (o sarà il Kaiser a fare bingo?)...

lunedì 15 ottobre 2007

Le quattro sfide per il pd

Le primarie sono state il primo passo del partito democratico. La strada è ancora lunga. Quattro sono i grandi ostacoli che bisogna affrontare per diventare un partito reale e vincente.

1. Veltroni. E' un maestro di comunicazione politica, e si vede. Dubbia è invece la sua capacità di guidare un'organizzazione complessa come quella di un partito un partito poi tutto da inventare. Saranno decisivi gli uomini e le donne che andranno a formare la segreteria di Veltroni.

2. Gli interessi organizzati. Il partito democratico ha una vocazione da "pigliatutto". Si rivolge, cioè, a tutti gli elettori, indipendentemente dalla loro classe sociale o credo religioso. Contemporaneamente ha le potenzialità per rendersi indipendente da lobby più o meno organizzate e dettare le politiche di cui l'Italia ha bisogno. Vocazione e potenzialità rischiano di essere in contraddizione, premiando il consenso a scapito dell'efficacia delle politiche o, viceversa, sposando politiche senza consenso. La via è stretta tra Scilla e Cariddi.

3. La forma partito.
Il partito democratico avrebbe dovuto essere un partito innovativo anche nelle sue forme, la cui progettazione è stata lasciata ad un giovane professore di Bologna, Salvatore Vassallo. L'impressione è che, invece di prospettare un partito nuovo, il professore ci stia guidando verso un partito americano, non solo nel nome. Far scegliere ai "simpatizzanti" un leader politico è roba, letteralmente, un'americanata. E' urgente che i nuovi quadri, a livello locale e nazionale, si riapproprino del partito e impediscano che si trasformi in un comitato elettorale. A tutti noi il compito di rivitalizzare le sezioni.

4. Le federazioni locali. Il partito democratico è stato pensato come federale. E, infatti, l'elezione delle assemblee locali è molto più importante di quella nazionale. Nella mia federazione la competizione elettorale è stata vera, altro che parata con vincitore annunciato! Ora vanno a formare un partito solo gente che si guarda(va) in cagnesco. E' la diffidenza di chi non si conosce bene, di chi è abituato a considerarsi in competizione, di chi è "laicista" e di chi è "clericale". La sfida ora è fare amicizia, costruire stima e fiducia e mettere le basi per un sano dialogo interno. Intanto Tommasini è diventato segretario. Qui gli si fa i migliori auguri.

venerdì 5 ottobre 2007

PD: si vota in rete!

Ormai mi ero rassegnato a seguire la nascita del Partito Democratico da spettatore. Vivo all'estero, e se qui, a differenza di Muenchen, c'è una qualche sezione di partito (democratico) è introvabile (almeno in rete). E invece oggi mi arriva una mail dal Compagno Golaprofonda, che mi scrive, papale papale:
puoi votare online
vai sul sito dell'ulivo e registrati
fallo
ciao
Allora io vado sul sito ulivo.it e con un po' di fatica trovo la pagina con le istruzioni. Le seguo passo passo e dopo pochi istanti voilà: mi arriva un sms da PD con il mio codice personale, che mi sarà indispensabile per votare il 14 ottobre. Insomma, non solo partecipe, ma pure protagonista di un futuristico esperimento di democrazia online. Mica male.

Naturalmente per tutto questo luccichio tecnologico c'è un terribile contrappasso. Nella circoscrizione Estero-Europa ci stanno solo tre liste, tra cui clamorosamente manca quella della Bindi, che però trovate, se volete, in Africa. E ora mi tocca pure votare Veltroni (democratici nel mondo o l'altra italia? e quante preferenze ho? ma soprattutto chi sono i candidati? insomma mi fate un corso veloce, tipo primarie per dummies, visto che devo recuperare mesi di disinteresse procedurale?)

lunedì 1 ottobre 2007

Chi spara sulla finanziaria (si spara sui piedi)

La critica al governo Prodi è un genere letterario molto in voga, specialmente nei periodi di finanziaria. La struttura del testo è, in estrema sintesi, questa:

1. Le misure della finanziaria sono buone (in sè condivisibili, ragionevoli, nessuno si può lamentare, etc.).

2. La finanziaria però non è buona (non è coesa, unitaria, profonda, pesante, i conti pubblici non vengono ridotti abbastanza, etc.).

3. La colpa è del sistema politico (la maggioranza labile, il potere delle lobbies, la sinistra radicale, lamberto dini, etc.).

L'autore, a questo punto, soddisfatto di aver fatto mostra di cotanto prudente, pacato, esperto cerchiobottismo chiude il discorso. Lo chiude, in realtà, dopo aver affermato l'ovvio, e cioè che la finanziaria è perfettibile ed è condizionata dal sistema politico in cui è stata ideata, e proprio sul più bello (piccoli capolavori li trovate da peppo e skeight, grandi capolavori da monti e boerigaribaldi). Noi altri, che non abbiamo avuto la fortuna di studiare alla bocconi, importa sapere, infatti, come si esce da questa situazione. I maestri del genere, nostro malgrado, hanno però un certo gusto per i finali aperti e non ci degnano di una risposta. La lasciano piuttosto ai 'fanculo di grillo.

Il bello è che quello che ha provato non solo a dare una risposta, ma anche a metterla in pratica è stato lo stesso Prodi. Il Partito Democratico è il solo tentativo, democratico e ragionato, al problema politico italiano: lo si è chiamato il timone riformista, e si intende un partito solido in grado di aggregare un consenso sufficiente non dover far dipendere le sorti del paese del primo turigliatto/dini di turno, e che non sia succube della cei/sindacati/tassisti/confindustria. E' un tentativo ad alto rischio, ma se fallisce è un guaio per tutti, visto che non ci sono alternative conosciute per uscire da questo pantano. Ed è proprio per questo che non si capiscono gli sberleffi della sinistrasinistra, che dall'alto della loro polverizzazione partitica, fanno il tifo per un rapido ritorno alla squallida normalità italiana.

mercoledì 12 settembre 2007

Vite parallele: Brown e Veltroni

Le avventure politiche di Gordon Brown e Walter Veltroni hanno significativi paralleli. Entrambi hanno ricoperto il ruolo di “vice”, successori predestinati, di due leader che hanno profondamente innovato il panorama politico dei rispettivi paesi. I progetti politici, New Labour e L'Ulivo, si proponevano di riportare la sinistra al governo, percorrendo la “terza via”, che conciliava idee di giustizia sociale e principi economici liberali. Dieci anni dopo, è arrivato per entrambi, Brown e Veltroni, il momento di assumersi la responsabilità del comando.

Nel frattempo il mondo è cambiato. Il fascino delle terza vie si è notevolmente affievolito. Prodi è stato esiliato in Europa e Berlusconi ha governato per cinque lunghi anni. Blair si è lanciato nella folle avventura irachena e, pur vincendo tre elezioni di fila, ha visto la graduale disaffezione degli elettori e l'abbandono di importanti esponenti di partito.

Ora, Brown si è insediato alla guida del governo britannico con una sola parola d'ordine, ripetuta ossessivamente: “cambiamento, cambiamento, cambiamento”. Veltroni si è candidato alla guida di un partito nuovo, nuova veste del progetto ulivista. A Brown è stata riconosciuta la leadership del Labour con un consenso quasi unanime e senza nessuno che osasse sfidarlo al congresso. Veltroni si presenta alle primarie sicuro del proprio successo, e con avversari che ambiscono, più che a sconfiggerlo, a prevenire un unanimismo bulgaro.

Le analogie devono, al momento, finiscono qui. Nonostante i proclami, i primi atti di Brown da premier sembrano dimostrano la sua volontà di perseverare con alcune priorità e strategie blairiane. Brown ha deciso di scommettere, come il suo predecessore, sull'ossessione securitaria, proponendo di allungare i termini per la detenzione preventiva senza esplicitare accuse o il permesso di magistrato, studiando progetti di leggere per parificare la marijuana alle droghe pesanti, incoraggiando la polizia ad usare la legislazione sul terrorismo per sopprimere le proteste ambientaliste all'aeroporto di Heathrow. Il secondo punte debole è la rappresentanza femminile. Le donne rimangono una presenza marginale nella compagine governative, con la sola Smith a capo di un ministero importante, gli interni. L'unica vera novità è il graduale riposizionamento britannico nello scacchiere internazionale, lontano dalla docile fedeltà al presidente americano e riconoscendo il fallimento iracheno.

Il passaggio al governo per Veltroni sarà, verosimilmente, più arduo (anche se, come Brown, non necessariamente dovrà passare per le urne). Se avrà successo, Veltroni dovrà guidare non un monocolore, ma una coalizione variegata e vittima di dinamiche centrifughe; dovrà sfidare l'equilibrio negativo degli interessi corporativi, che nel Regno Unito vennero spazzati via dalla Tatcher, mentre in Italia trovano il proprio campione in Berlusconi; dovrà imporre un vero cambio di marcia nel processo di liberalizzazione e rinnovamento del capitalismo italiano, senza poter contare della grande risorsa finanziaria che la City ha rappresentato. E queste sono solo alcune delle sfide che Veltroni dovrà affrontare.

Con Brown, Veltroni ha in comune la grave responsabilità di rinnovare la proposta politica progressista, salvando le importanti lezioni della “terza via” e recuperando, al tempo stesso, la tradizione socialdemocratica.

Questo post è stato scritto per e pubblicato da La Quercia, periodico della federazione ds di Forlì (e ci sono un paio di articoli che vale davvero la pena leggere)

martedì 11 settembre 2007

Sostiene Tommasini/2

Sono tornato ieri da Bolzano. Anche lì è più che viva la campagna per le primarie. Io sostengo apertamente (e ho fatto pure un po' di propaganda famiglia) la candidatura del segretario dei ds Christian Tommasini. Ho spiegato le mie motivazioni sul blog a sostegno della sua candidatura con il post che segue:

Alle primarie voterò (si fa per dire) Tommasini come segretario del partito democratico altoatesino. Il mio è un sostegno convinto, e i motivi sono presto elencati:
1) Tommasini ha dimostrato di saper vincere le elezioni, e questo è il minimo che si deve chiedere al segretario di un partito politico. Tre, in particolare, le scelte, faticosamente accettate dagli alleati, che ne hanno dimostrato la lungimiranza e l'acume strategico: la candidatura della Gruber, di Spagnolli e di Peterlini.
Viene eletto a guida dei ds nel 2001. La prima sfida elettorale sono le provinciali del 2003. In quell'occasione viene tentato l'esperimento "Pace e Diritti", una lista che unisce ds e rifondazione e che manca il secondo consigliere provinciale per una manciata di voti. Gli amici della Margherita passano da due a un consigliere, che poi verrà espulso dal loro partito. Nel 2004 ci sono le europee. Tommasini tira fuori dal cappello la candidatura di Lilli Gruber. La lista dell'Ulivo praticamente raddoppia i propri voti e diventa la seconda forza politica dell'Alto Adige dopo la SVP. Alle successive comunali, la Margherita impone la ricandidatura di uno svogliato Salghetti e i DS rinunciano a candidare un proprio esponente. Sappiamo tutti come è andata. Il secondo giro, vede Tommasini sposare convinto la candidatura di Gigi Spagnolli, e la Margherita accetta obtorto collo, nonostante Spagnolli sia un "suo uomo" (oltre che essere uno che ha dimostrato di saper vincere e governare una città). Le elezioni politiche sono le ultime. La ricandidatura di Bressa è data per scontata, molto meno quella di Peterlini "il tedesco" al senato. Si pensa ad un italiano per venire incontro a supposti istinti nazionalistici dell'elettorato di Bolzano e della Bassa. Tommasini tiene duro su Peterlini, che stravince le elezioni, persino nel quartiere Don Bosco, aumenta del 3% i propri consensi e diviene indispensabile alla maggioranza di governo.
2) Tommasini ha dimostrato di saper gestire un partito.
Quando ne divenne segretario, i DS erano un partito lacerato da correnti e divisioni interne. Nemmeno Guido Margheri, che era stato inviato da Roma come commissario per pacificare il partito, era riuscito a pacificare il rissoso partito. Sei anni dopo, il partito è coeso e unito. Sarebbe bello poter dire lo stesso della Margherita.
3) Tommasini ha una visione politica e programmatica di ampio respiro, che trova le sue radici in giganti del pensiero progressista moderno come Sen, Rawls e Nussbaum, am che viene coniugata con la realtà altoatesina.
Sarò orgoglioso di poter militare in un partito che lotta per l'uguaglianza delle opportunità, oltre ogni steccato di classe, genere ed etnia. Una società giusta è, infatti, una società dove tutti abbiano gli strumenti per realizzare se stessi, per poter diventare quello a cui aspirano. E la buona politica è quella che si adopera per renderlo possibile.Nelle parole di Tommasini: "E’ giunto finalmente il momento di dare a noi e ai nostri figli le stesse opportunità di partenza, al figlio di un dottore come al figlio di un operaio, ad una donna come a un uomo, a un’impresa “italiana” come a una “tedesca”. Il partito democratico dell’Ulivo avrà questo compito, costruire un’autonomia che dia a tutti i cittadini, di tutti i gruppi linguistici, gli stessi vantaggi e le stesse opportunità."
Tommasini sa vincere le elezioni, sa gestire un partito e propone un pd come partito delle pari opportunità. Ed è per queste tre ragioni che lo voterò.

lunedì 10 settembre 2007

Il gay, il rosario e il partito

1. Ad un compleanno in un pub londinese, un giovane di Roma, laureato alla London School, vide il mio anello-rosario che porto sempre all'indice e urlò, scandalizzato: "Un Papista! un papista!". Si radunò subito un capannello di persone intorno a me a tempestarmi di domande su quello che penso dell'omosessualità e accuse di omofobia. Rimasi molto scosso dall'aggressività dei miei interlocutori.

Successivamente l'episodio mi diede modo di riflettere su come ci si senta quando si viene additati come diversi, discriminati o, comunque, accolti con ostilità in virtù della propria identità. E su come sia importante sforzarsi sempre di immedesimarsi nel proprio interlocutore, soprattutto quando si dialoga con "l'altro".

2. Una delle pietre dello scandalo nei miei confronti era il fatto che fossi imperturbabile nel definire la pratica omosessuale come peccato. E non riuscivo proprio a capire perchè questa mia opinione generasse tanto fastidio.

In fin dei conti siamo tutti peccatori (omosessuali e non), il peccato è un fatto privato e, in definitiva, non tange chi non crede. Se è comprensibile il disagio che un atto tanto legato alla propria identità venga stigmatizzato come peccato, è impossibile per un cattolico rinunciare al proprio patrimonio teologico per non urtare sensibilità altrui.

Nel dialogo con "l'altro", è necessario impegnarsi nella comprensione del lessico reciproco, senza dare per scontato nulla. Spesso, infatti, ci si scontra per futili incomprensioni, per significati diversi attribuiti allo stesso significante.

3. Nel dibattito sui diritti (e non solo quelli degli omosessuali), è un'altra la parola che mi lascia interdetto: non peccato, ma "natura". Il concetto di natura applicato alla morale e alla politica ha una storia lunga e gloriosa, è stato uno strumento potente per la conquista di molti diritti e non è stato usato esclusivamente dai cattolici. E' però un concetto infido e ingannatore. Rimanda ad una realtà biologica e incorrotta, pervertita dal progresso e a cui bisogna tornare per risolvere ogni problema sociale. Ovviamente quale sia questa realtà ante-storica nessuno lo sa, e viene definita a seconda degli interessi del caso o per contrabbandare nei codici legislativi paragrafi del catechismo.

Quello di natura è', infatti, un concetto irrilevante sia per la morale che per la politica. E' irrilevante per la morale (almeno quella cattolica), dove basta e avanza quello di peccato. E non necessariamente un atto innaturale è peccato e uno naturale non lo è. Anzi, la mia umanità è proprio definita dalla capacità di controllare la mia natura.

E' irrilevante anche per la politica, dove il principio liberale di limitazione della libertà è molto più efficacie nel regolare i rapporti interpersonali. Nello stabilire cos'è lecito e cos'è reato, il politico (cattolico o no) farebbe a non richiamarsi al concetto scivoloso di natura, ma chiedersi se un diritto o una libertà particolare nuocciono ad altri, al nostro prossimo, vicino e lontano.

4. Sgombrato il campo da intralci concettuali e adottato un'attitudine aperta al dialogo, si può anche cominciare a discutere tra laici e cattolici, andando oltre una contrapposizione infruttuosa e frustrante e cercando soluzioni pragmatiche, magari parziali, magari anche solo dei compromessi temporanei.

Il Partito Democratico è, politicamente, l'unico strumento che abbiamo per portare a buon fine il dibattito sui diritti civili e superare la "questione cattolica" (il centrosinistra non avrebbe più un partito nato da una frattura religiosa). Sarà forse per questo che è osteggiato dagli integralisti di ciascuna parte, lacisti e cattolici.