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lunedì 15 ottobre 2007

Le quattro sfide per il pd

Le primarie sono state il primo passo del partito democratico. La strada è ancora lunga. Quattro sono i grandi ostacoli che bisogna affrontare per diventare un partito reale e vincente.

1. Veltroni. E' un maestro di comunicazione politica, e si vede. Dubbia è invece la sua capacità di guidare un'organizzazione complessa come quella di un partito un partito poi tutto da inventare. Saranno decisivi gli uomini e le donne che andranno a formare la segreteria di Veltroni.

2. Gli interessi organizzati. Il partito democratico ha una vocazione da "pigliatutto". Si rivolge, cioè, a tutti gli elettori, indipendentemente dalla loro classe sociale o credo religioso. Contemporaneamente ha le potenzialità per rendersi indipendente da lobby più o meno organizzate e dettare le politiche di cui l'Italia ha bisogno. Vocazione e potenzialità rischiano di essere in contraddizione, premiando il consenso a scapito dell'efficacia delle politiche o, viceversa, sposando politiche senza consenso. La via è stretta tra Scilla e Cariddi.

3. La forma partito.
Il partito democratico avrebbe dovuto essere un partito innovativo anche nelle sue forme, la cui progettazione è stata lasciata ad un giovane professore di Bologna, Salvatore Vassallo. L'impressione è che, invece di prospettare un partito nuovo, il professore ci stia guidando verso un partito americano, non solo nel nome. Far scegliere ai "simpatizzanti" un leader politico è roba, letteralmente, un'americanata. E' urgente che i nuovi quadri, a livello locale e nazionale, si riapproprino del partito e impediscano che si trasformi in un comitato elettorale. A tutti noi il compito di rivitalizzare le sezioni.

4. Le federazioni locali. Il partito democratico è stato pensato come federale. E, infatti, l'elezione delle assemblee locali è molto più importante di quella nazionale. Nella mia federazione la competizione elettorale è stata vera, altro che parata con vincitore annunciato! Ora vanno a formare un partito solo gente che si guarda(va) in cagnesco. E' la diffidenza di chi non si conosce bene, di chi è abituato a considerarsi in competizione, di chi è "laicista" e di chi è "clericale". La sfida ora è fare amicizia, costruire stima e fiducia e mettere le basi per un sano dialogo interno. Intanto Tommasini è diventato segretario. Qui gli si fa i migliori auguri.

venerdì 5 ottobre 2007

PD: si vota in rete!

Ormai mi ero rassegnato a seguire la nascita del Partito Democratico da spettatore. Vivo all'estero, e se qui, a differenza di Muenchen, c'è una qualche sezione di partito (democratico) è introvabile (almeno in rete). E invece oggi mi arriva una mail dal Compagno Golaprofonda, che mi scrive, papale papale:
puoi votare online
vai sul sito dell'ulivo e registrati
fallo
ciao
Allora io vado sul sito ulivo.it e con un po' di fatica trovo la pagina con le istruzioni. Le seguo passo passo e dopo pochi istanti voilà: mi arriva un sms da PD con il mio codice personale, che mi sarà indispensabile per votare il 14 ottobre. Insomma, non solo partecipe, ma pure protagonista di un futuristico esperimento di democrazia online. Mica male.

Naturalmente per tutto questo luccichio tecnologico c'è un terribile contrappasso. Nella circoscrizione Estero-Europa ci stanno solo tre liste, tra cui clamorosamente manca quella della Bindi, che però trovate, se volete, in Africa. E ora mi tocca pure votare Veltroni (democratici nel mondo o l'altra italia? e quante preferenze ho? ma soprattutto chi sono i candidati? insomma mi fate un corso veloce, tipo primarie per dummies, visto che devo recuperare mesi di disinteresse procedurale?)

mercoledì 12 settembre 2007

Vite parallele: Brown e Veltroni

Le avventure politiche di Gordon Brown e Walter Veltroni hanno significativi paralleli. Entrambi hanno ricoperto il ruolo di “vice”, successori predestinati, di due leader che hanno profondamente innovato il panorama politico dei rispettivi paesi. I progetti politici, New Labour e L'Ulivo, si proponevano di riportare la sinistra al governo, percorrendo la “terza via”, che conciliava idee di giustizia sociale e principi economici liberali. Dieci anni dopo, è arrivato per entrambi, Brown e Veltroni, il momento di assumersi la responsabilità del comando.

Nel frattempo il mondo è cambiato. Il fascino delle terza vie si è notevolmente affievolito. Prodi è stato esiliato in Europa e Berlusconi ha governato per cinque lunghi anni. Blair si è lanciato nella folle avventura irachena e, pur vincendo tre elezioni di fila, ha visto la graduale disaffezione degli elettori e l'abbandono di importanti esponenti di partito.

Ora, Brown si è insediato alla guida del governo britannico con una sola parola d'ordine, ripetuta ossessivamente: “cambiamento, cambiamento, cambiamento”. Veltroni si è candidato alla guida di un partito nuovo, nuova veste del progetto ulivista. A Brown è stata riconosciuta la leadership del Labour con un consenso quasi unanime e senza nessuno che osasse sfidarlo al congresso. Veltroni si presenta alle primarie sicuro del proprio successo, e con avversari che ambiscono, più che a sconfiggerlo, a prevenire un unanimismo bulgaro.

Le analogie devono, al momento, finiscono qui. Nonostante i proclami, i primi atti di Brown da premier sembrano dimostrano la sua volontà di perseverare con alcune priorità e strategie blairiane. Brown ha deciso di scommettere, come il suo predecessore, sull'ossessione securitaria, proponendo di allungare i termini per la detenzione preventiva senza esplicitare accuse o il permesso di magistrato, studiando progetti di leggere per parificare la marijuana alle droghe pesanti, incoraggiando la polizia ad usare la legislazione sul terrorismo per sopprimere le proteste ambientaliste all'aeroporto di Heathrow. Il secondo punte debole è la rappresentanza femminile. Le donne rimangono una presenza marginale nella compagine governative, con la sola Smith a capo di un ministero importante, gli interni. L'unica vera novità è il graduale riposizionamento britannico nello scacchiere internazionale, lontano dalla docile fedeltà al presidente americano e riconoscendo il fallimento iracheno.

Il passaggio al governo per Veltroni sarà, verosimilmente, più arduo (anche se, come Brown, non necessariamente dovrà passare per le urne). Se avrà successo, Veltroni dovrà guidare non un monocolore, ma una coalizione variegata e vittima di dinamiche centrifughe; dovrà sfidare l'equilibrio negativo degli interessi corporativi, che nel Regno Unito vennero spazzati via dalla Tatcher, mentre in Italia trovano il proprio campione in Berlusconi; dovrà imporre un vero cambio di marcia nel processo di liberalizzazione e rinnovamento del capitalismo italiano, senza poter contare della grande risorsa finanziaria che la City ha rappresentato. E queste sono solo alcune delle sfide che Veltroni dovrà affrontare.

Con Brown, Veltroni ha in comune la grave responsabilità di rinnovare la proposta politica progressista, salvando le importanti lezioni della “terza via” e recuperando, al tempo stesso, la tradizione socialdemocratica.

Questo post è stato scritto per e pubblicato da La Quercia, periodico della federazione ds di Forlì (e ci sono un paio di articoli che vale davvero la pena leggere)