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sabato 28 febbraio 2009

Refused

Quando lavoravo a Londra come assistente in una struttura residenziale per disabili, ogni mattina e ogni sera dovevo distribuire le medicine: pillole, sciroppi e pomate. C'era un orario preciso per farlo, una procedura standard e un registro. La dose per ogni medicina era contenuta in un box con la foto dell'utente in bella evidenza. Impossibile sbagliarsi.

Gli utenti aspettavano le medicine e le prendevano con non curanza. A volte, però, qualcosa girava storto. E uno di loro rifiutava. No! Oggi la pasticca non la voglio! Ma come non la vuoi? Ti aiuta a stare meglio. L'ha ordinata il dottore. Perchè non la vuoi?

Io insisto dieci minuti. Ritorno più tardi. Riprovo. Insisto. Ma se la volontà dell'utente, un disabile con ritardo mentale, è chiara? Non potevo, certo, ingannarlo, sbriciolando la pillola in un bicchiere d'acqua o mischiandola nel purè a cena. Di mandargliela giù per la gola a forza manco a parlarne. Manco se la vita dell'utente era a rischio. Le linee guida erano chiarissime.

Se il medico di base non è raggiungibile, si chiama il centralino del servizio sanitario, per capire quali possono essere le conseguenze sanitarie di un rifiuto della medicina. Se le conseguenze sono gravi, e l'utente proprio non ne vuole sapere, si chiama l'ambulanza.

Poi si torna in ufficio e sul registro delle medicine si scrive: REFUSED.

venerdì 8 febbraio 2008

Londra Luton - Parigi CDG: 07-02-08

15.00-17.00
Mi sono seduto vicino al finestrino per vedere Londra sotto di me, ma il cielo era coperto e cosi mi ho aperto il mio libro, l'ho richiuso. Ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato.

Quando gli ho riaperti, sotto di me c'erano delle colline verdi di prati e boschi. 'Miseria!' ho pensato 'siamo sopra le downs. Ma dov'è il mare? e perchè voliamo cosi' bassi?'.

Ci metto qualche minuto per realizzare che non stavamo sorvolando il dolce Sussex, ma l'Ile de France, e che ci stavamo preparando all'atterraggio. Comunque mi viene subito una gran voglia di mettermi gli scarponi e camminarle tutte, quelle colline. Peccato che non abbia scarponi con me. Delle due mie paia, uno è in un angolo del sottotetto di Vittorio inviluppato in un sacco nero dell'immondizia. L'altro è nascosto nella cantina dei miei.

E' curioso che il simbolo del mio attuale stato nomade sia l'essere senza scarpe da camminare.

20.00-22.00
Ana e Tomek sono proprio dei grandi, quanto casa loro è piccola. Braciole di agnello, couscous e vino per cena. Poi usciamo. Prima si sale su Belleville, da dove si vede tutta Parigi luccicare. Poi finiamo in un bar. Manco a cercarlo. Due ragazzoni, chitarra e fisarmonica, si mettono a suonare canti tradizionali balcanici.

Bella la vita Parigi. Loro spergiurano che non è sempre cosi', ma io, almeno per oggi, non ci credo.

Si sposano ad agosto, a Belgrado. Chissà se ci potro' essere. Dubito.

martedì 5 febbraio 2008

La rivoluzione è finita

Ho lasciato il lavoro. Dopodomani lascerò anche Londra. Farò una breve tappa a Parigi e poi mi dritto fino a Taizè, giusto in tempo per l'inizio della quaresima.

Avevo iniziato la mie esperienza come educatore in una casa di sei persone disabili con l'ambizione di imparare a guardare il mondo in una prospettiva diversa e la sicurezza di fare qualcosa di indiscutibilmente "giusto". Volevo fare la rivoluzione cominciando da me.

Ho scoperto, invece, che la purezza delle intenzioni non è cosa di questo mondo e che le bandiere senza macchia sono proprio poche. Ho scoperto di essere il meccanismo di un ingranaggio che punta alla riduzione dell'assistenza ai disabili, quelli stessi che credevo di dover aiutare. Paradossalmente, ogni ora di straordinario gratuito che ho fatto, è stato un aiuto a ridurre le tasse sui capitali finanziari e a tagliare lo stato sociale, perchè la priorità è ridurre la pressione fiscale anche se lo si fa sulla pelle dei disabili.

Posso ringraziare di essermene reso conto. Ho anche imparato quanto sia difficile lavorare con persone così diverse da me (per cultura, età, prospettive) e quanto sia importante dire di no, sapendo bene il perchè e anche se costa e sarebbe più facile dire di sì.

Londra è stata una città che scoppia di opportunità, eppure mi ha fatto sentire un po' solo, anche se ero sempre in mezzo alla gente. Mi è mancata una comunità e una militanza, perchè non si vive di solo lavoro e discoteca. Vado chiedendomi se il futuro sia proprio come Londra.

Ora incomincia un'altra storia e un'altra avventura. Il blog cambierà nome, ragione sociale e frequenza, sempre che sopravviva.

giovedì 20 dicembre 2007

Un giro intorno a Londra. Retrospettiva.

12 tappe, 224 chilometri, 8 mesi tra la prima tappa e l'ultima. Questi sono i numeri del London Orbital Outer Path, il giro intorno a Londra. Non che mi abbia regalato chissà quali panorami, d'altronde è difficile stupire chi, quando esce di casa, vede cose così. Però la lotta tra natura e civiltà che si svolge agli estremi lembi della città è appassionante, ricca di suggestioni e, in qualche modo, profetica.

Le prime tre tappe, oltre ad essere un viaggio nello spazio in direzione sud-ovest, sono state anche una esplorazione della stratificazione sociale della città: il degrado della periferia, il desiderio di pace e natura della borghesia, la memoria e la leggenda dell'aristocrazia. Poi si raggiunge il punto più meridionale di Londra, si sale sulla collina di Addington e la città ci offre il suo didietro, da sud verso nord.

Intanto imparo che ad ogni buon camminatore servono un buon paio di scarponi (in Inghilterra soprattutto per proteggersi dal fango), una buona giacca a vento (un cartellone pubblicitario, con un fondo di verità, ricordava che non esistono tempi atmosferici brutti, ma solo abbigliamento inadeguato), una bussola (chè non è come da noi che si va o in alto o in basso) e una guida. Più avanti imparerò che anche Google Maps può essere utile.

La risalita verso settentrione è forse la parte più idilliaca del Loop, o forse è la stagione, incomincia a farsi primavera, che rende tutta la mia camminata più piacevole. Emerge, come un fiume carsico, pure la storia, da Enrico VIII alla battaglia d'Inghilterra. La quinta tappa è decisamente la mia preferita.

Nello zaino ci vanno da bere (thè, un litro è sufficiente), da mangiare (uno o due panini, frutta secca, frutta fresca - le barre cereali no, perchè mi fanno sete), un ricambio (calzini - molto ma molto importanti, maglietta, maglia pesante). Questo basta e avanza.

Dopo di chè si raggiunge il Tamigi, e saranno fiumi e canali ad accompagnarmi per un bel po'. Ho potuto apprezzarne il contributo all'economia, anche da un punto di vista prettamente sonoro. L'odore dolciastro d'acqua dolce m'è entrato nelle ossa e, ad un certo punto, non ne potevo proprio più. Intanto si fa estate, e con più luce a disposizione, cammino anche di più. Mi metto a fantasticare della guerra. Mangio i primi frutti. Mi bevo un radler per celebrare la fine del giro, dalla sponda opposta di dove ero partito 8 mesi prima, che faceva freddo e piovigginava.

Alla fine del giro posso indicare con certezza quali sono i nemici del viandante:
  • gli autisti e, si badi bene, non le macchine, chè se non ci fosse nessuno a guidarle se ne starebbero nei garage e non a sgommare su tutte le strisce d'asfalto che attraversano l'isola, ricordandoti che non sei mai, ma proprio mai veramente solo; e che l'aria non è mai, ma proprio mai, veramente pulita. Mortali.
  • i giocatori di golf e, si badi bene, non i campi da golf, che senza cinquantenni panzuti e sfaccendati che tirano in giro, praticamente a caso, palline bianche bastanti a stendere ogni avventato passante, sarebbero adattissimi a fare picnic. Pericolosi.
  • i cavalli e, si badi bene, non i fantini, che se andassero a piedi non rovinerebbero i sentieri rendendoli delle paludi attraversabili solo con estremo sprezzo del pericolo e dello sporco (qualità che, tra l'altro, ho). Maleducati.
  • i ciclisti, che ti sfrecciano a lato e facendoti il pelo alle spalle, sempre e comunque in discesa. In tutte le mie camminate non ne ho mai visto uno farsi un po' di seria pendenza. Rimane un mistero come riescano a raggiungere la cima da cui si gettano a tutto pedale. Probabilmente in macchina. Ridicoli.
Per chi mi ritenesse il mio racconto del giro inaffidabile., ecco il resoconto di un altro - un mito - che si è sciroppato il Loop e ne ha scritto su internet. L'ho letto tappa per tappa, dopo che l'avevo fatta io. E posso confermare che abbiamo davvero fatto lo stesso giro (e letto la stessa guida).

sabato 15 dicembre 2007

Disabili liberi

Una delle parole d'ordine della mia ditta è "choice", scelta. Il mio lavoro consisterebbe, infatti, nel permettere ai miei clienti (cioè i disabili) di fare il numero più alto possibile di scelte indipendenti. L'idea mi piace molto, fa tanto Amartya Sen ed pare pure molto sensata. Solitamente, "l'abile" è svelto a decidere al posto del disabile, abusando così del proprio presunto vantaggio intellettivo: il tipo di sandwich, il gusto delle patatine, quanti soldi spendere e come e dove andare e come: alla fine è sempre l'educatore che sceglie, se non altro perchè si fa prima che a chiedere e comunque l'educatore sa sempre sempre cosa è meglio fare. L'educatore è un po' come Dio.

Ma, dicevo appunto, noi siamo diversi e promuoviamo la libertà di scelta del disabile. Poi, però, affianco alla parola d'ordine "choice", ne affianchiamo un'altra, "duty of care", l'obbligo di cura. E' una parola d'ordine bastarda perchè si può allargare all'infinito. Si parte dal comprensibile fatto che se un disabile vuole buttarsi dalla finestra è mio compito tentare di impedirglielo (se non altro perchè dopo nei casini ci finisco io). Si arriva però fino alla scelta delle scarpe da tennis, che devono essere appropriate all'età e al genere. Le scarpe rosa di sailor moon il disabile, maschio trentenne, se le può tranquillamente scordare. E pure i soldi bisogna saperli maneggiare e non si può spendere un salario in taxi. Il disabile, certo, è incoraggiato a fare tutte le scelte del mondo, baste che queste siano socialmente rispettabili e ragionevoli. Il disabile, in altre parole, non può sbagliare ed è il dovere di cura dell'educatore impedirglielo. E l'educatore ritorna Dio.

Anzi, più di Dio, perchè Dio, alla fin fine, ci lascia tutta la choice che ci pare, anche di buttarmi giù dalla finestra e persino di prendere a bazookate il mio vicino di casa. Ci ha lasciati liberi di andare contro le norme sociali, di sbagliare e di continuare a farlo. Ma, ovviamente, noi, per fortuna, non siamo mica disabili.

giovedì 29 novembre 2007

Flessibili in uscita

Ci hanno sempre venduto la flessibilità in uscita come la grande opportunità per i lavoratori del nuovo millennio: mobili, ambiziosi, intraprendenti. Qualche dubbio su questa idea l'ho sempre avuto. Intanto, per lo meno nei paesi civili, i contratti di lavoro servono a garantirti dalla schiavitù e non viceversa.

Una ulteriore illuminazione l'ho avuta l'altra sera al lavoro: ho realizzato che i flessibili in uscita non sono i colleghi che si licenziano, ma quelli che rimangono al loro posto. Ecco quello che è successo.

La collega doveva tornare dalle vacanze la settimana scorsa, ma ha fatto ponte-malattia fino al week-end seguente. Ora, con la vicecapo che si è appena licenziata (e che ha anticipato la fine del suo rapporto di lavoro con una lunga malattia per alta pressione sanguigna), il capo in vacanza alle Mauritius ad assistere il suocere moribondo, l'altra collega in vacanza non so dove, questo ponte malattia mi causava qualche problema. Mi toccava chiamarla tutti i giorni per scoprire che diceva il termometro e trovare un sostituto all'ultimo momento per coprire il turno. Siccome non c'è esattamente la coda per venire a lavorare da me (eppure agli inglesi le code piacciono così tanto) a volte mi è toccato lavorare di più a me, nella speranza che qualcuno si ricordi di pagarmi.

Insomma, lunedì alle tre di pomeriggio chiamo: "Allora domani vieni o no?" "No, anzi, a dire il vero non vengo proprio più, Anwar (il capo, ndr) non vuole che stia e non vale la pena che venga più." "In che senso?" "E... non vengo più" "Ah." Metto giù la cornetta, realizzo le conseguenze pratiche della notizia, mando una imprecazione, prendo a calci la cassaforte in corridoio, mi faccio male.

Ci sono due mesi di turni da coprire. 75 ore lavoro da coprire. Possibilmente con qualcuno che abbia una minima idea di dovi si trovi, sappia mettere un pollo nel forno e non mi perda le chiavi. L'emergenza richiederebbe la mia più completa flessibilità. Telefono sempre accesso per ogni emergenza (tipo: come si contano i soldi in cassa?), disponibilità a lavorare un paio di ore in più ogni giorno, un' ispezione attesa lunedì prossimo, giorni di vacanza, visite al museo, cinema, champions league e serate al pub in fumo. Aaaarrrrggghhhh! La flessibilità in entrata è brutta, ma quella in uscita è un vero incubo.

E' finita che chiamo il capo del mio capo e gli spiego la situazione. Lui si fa dare il numero di telefono della collega in fuga e non so cosa le dice, ma funziona (non a caso è il capo del mio capo): pericolo scampato. Ieri abbiamo avuto la riunione del team e tutti che ridevano e scherzano come niente fosse successo.

Vedi moh quando me ne vado io come li fletto io!

venerdì 23 novembre 2007

Cose che si perdono

Ieri sono tornato dal lavoro con un diavolo per capello, perchè una collega aveva perso il mazzo di chiavi della casa. Io ho dovuto perdere due ore di "vita" a cercare sto benedetto mazzo, mentre quell'altra faceva la gnorri al telefono. Nulla. Polverizzate. Vaporizzate. Verosimilmente finite nella spazzatura. Ma dico: come si fa?

Ti danno le chiavi in mano, hai la responsabilità di amministrare quelle chiavi, non devi andare in giro per il paese, ma te ne stai al chiuso dietro la porta, e le devi usare per aprire praticamente tutti gli armadietti della casa, eppure le perdi. Sono belle grandi e pesanti. E tu le perdi. E te ne vai senza dire nulla, chè fa brutto. Ma come si fa?
Comunque bazzecole rispetto a perdere 25 milioni di dati confidenziali, eh?

ps. gli armadietti sono stati tutti debitamente scassinati dal sottoscritto.


pps. a sentire gli ultimi aggiornamenti pare che i 25 milioni di dati confidenziali non siano stati persi per strada, ma inviati via mail per pigrizia a gente che non ci azzeccava. Un po' come quando scrivi dei fatti tuoi forwattando la mail ad un esercito di indirizzi di amici di amici di amici. E' poi scientifico che la mail arrivi proprio a chi non deve arrivare.

mercoledì 21 novembre 2007

L'ultima (rottami militari e industriali): il Loop da Harold Wood a Purfleet

E' l'ultima del Loop. La prima passeggiata la feci che c'era la neve, era febbraio 2007. Partivo dal profondo est di Londra, Erith, riva meridionale del Tamigi. A settembre sono in fondo, ancora nel profondo est londinese, ma dall'altra parte del fiume.

Si parte e sgamo subito una coppia che sta facendo il mio stesso giro con la mia stessa guida. Lo si capisce dal fatto che si girano e guardano indietro sempre dove lo consiglia la guida. Si fermano subito, però, ad Upminster Bridge. Io sono coraggioso, mi faccio le ultime miglia di suburbia e finisco nella valle dell'Ingrebourne, che diventa presto selvaggia e protetta dall'Hornchurch Country Park.

Tra pascoli, paludi, uccelli e mucche si nascondono le casematte della battaglia d'Inghilterra. Ora, in vece della contraerea nascondono immondizia, ma fanno sempre il loro bell'effetto. Lungo il Loop sono incappato nelle piste d'atterraggio, nel quartiere generale, nelle costruzioni difensive della seconda guerra mondiale. E il bello deve ancora arrivare.

Eh sì, perchè dopo il parco e dopo le praterie di Rainham e il suo fetore da distretto industriale (proprio lo specchio di Erith) si arriva al Tamigi. E lungo il fiume non mancano le sorprese. Prima però mi mangio il panino con la mostarda di Digione ammirando le fabbriche di Erith, con le ciminiere color ruggine, cattedrali dello sviluppo economico e culle del movimento operaio. Ora sembrano abbandonate e quasi spettrali, e questo magari spiega pure perchè le mitiche Trade Unions siano più che trasparenti. Colto da un momento di nostalgia per la malinconia che provai attraversando in treno le stazioni fantasma tra Lipsia e Berlino, con le industrie orfane degli uomini e i vetri rotti (lo diceva Marx che il capitale senza il lavoro non vale una cippa), oltrepasso i silos della Tilda Rice e scopro i barconi di cemento che usarono per il d-day. Nessuno mi chieda come abbiano fatto a farli galleggiare fino in Francia. Però sono là e sono bellissimi.

L'ultimo regalo è un palombaro che spunta dalle acque. Sarò che sono stanco per le 140 miglia di Loop che ho sotto le scarpe, ma è una grande opera d'arte moderna.

Si costeggia il fiume tra paludi e discariche fino a Purfleet, dove, a raffreddare tutto il mio entusiasmo ci pensa il radler sciacquoso e disgustoso che mi sono bevuto per celebrare la conclusione della circumcamminazione di Londra. Poi qualcuno si chiede perchè gli inglesi non bevono più birra.

martedì 13 novembre 2007

Il sesso non consentito

F. ha 32 anni, è alta 1m e 50 ed ha la sindrome di Down. Lo psicologo ha stabilito dopo un colloquio di qualche minuto che F. ha un'età mentale di 4 anni e ha anche deciso che non è in grado di consentire a rapporti di natura sessuale.

Il fatto che non sia in grado di consentire a rapporti sessuali, non significa affatto che F. non abbia pulsioni di natura sessuale. Anzi. F. ha un "boyfriend" che frequenta nel centro diurno e, sopratutto, una relazione affettiva molto intensa con la sua "Amica"e coinquilina T.

Il sospetto che F. possa avere una relazione di carattere omosessuale proprio in casa ha gettato nel panico i miei colleghi. E' stata avviata una procedura per verificare se ci fosse stato un abuso (anche se non si è ancora capito bene chi sia l'abusato e chi l'abusante), sono stati avvertiti con urgenza i servizi sociali e sono state adottate procedure per controlla la sessualità deviante di F.

Io sono state bonariamente rimproverato per non aver scritto un rapporto dopo aver scoperto che F. e T. avevano dormito (vestite e ben separate) sullo stesso letto (matrimoniale). A nulla è valso far notare che i bambini spesso desiderano dormire vicini (e, si badi bene, F. è un adulto di 4 anni mentali) e che pure nel mio letto hanno dormito uomini, donne e bestie senza che succedesse alcunchè di piccante. Trattamento simile è capitato ad una mia ingenua collega che non ha visto nulla di male nel fatto che F. lavasse la schiena a T. nella vasca da bagno.

Alla fine i servizi sociali si sono visti costretti a inviare in missione speciale una giovane e intrepida psicologa. Questa dopo alcuni colloqui di qualche minuto e lunghe consultazioni di natura legale e scientifica con il proprio capo è giunta alle seguenti conclusioni:

1. A F. piace frequentare T.
2. Non ci sono prove per pensare che F. vada oltre a qualche carezza con T., ma anche se fosse...
3. non esiste legge che regolamenti i rapporti di tipo lesbico concernenti adulti vulnerabili.

In conclusione, abbiamo una persona a cui è stata attribuita, una volta per sempre, l'età di 4 anni, ma che viene ipocritamente chiamata adulta; abbiamo un approccio interno alla sessualità di tipo proibizionistico privo di ogni aspirazione a promuovere una sessualità consapevole (nonostante "choice" sia una delle parole d'ordine "aziendali"); abbiamo una legislazione in materia che ignora le problematiche connesse al rispetto del corpo, ma ossessionata dalla penetrazione (omo ed etero).

Che dietro il libertinismo di facciata della società inglese, non si nascondano sostanziosi residui di moralismo vittoriano?

domenica 4 novembre 2007

I malvagi

Non ho mai creduto all'esistenza dei malvagi. Del male sì, e pure del diavolo. Ciascuno di noi può commettere azioni orrende. Qualcuno di noi lo fa raramente, altri molto spesso. Dietro però ad ogni azione cattiva ci deve essere una ragione. Magari un dramma sepolto nella memoria, una passione travolgente, una situazione di disperato bisogno. Ma anche la voglia di vendetta per un'ingiustizia subita, l'inappagabile desiderio di denaro, potere o celebrità. Semplice egoismo o banali viziose abitudini. Ma l'esistenza di persone intrinsecamente malvagie mi è sempre sembrata una cosa impensabile. Chi puoi mai fare qualcosa di male solo per il gusto di farlo?

Il male non è (quasi) mai giustificabile, però nel momento in cui diventa comprensibile è anche possibile immaginare il suo superamento e aprire degli spiragli per una conversione. Il male fine a se stesso, invece, è assolutamente incomprensibile. Non ha spiegazioni e non comprende possibilità di conversione. Come può solo pensare di pentirsi una persona assolutamente malvagia? No, i malvagi non esistono.

Poi, giorno dopo giorno, un dubbio si è insinuato in quella che era una incrollabile certezza. Il dubbio ha la forma di una donna bella, sorridente, disponibile e molto professionale. Un giorno spariscono 20 sterline dalla cassa. Chi è stato? O io o lei. Lei impossibile, avrò sbagliato io a dare il resto della spesa. Eppure avevo controllato bene e il mio portafoglio alla fine della giornata era vuoto. Vabè, sarò stato io comunque. Due mesi dopo spariscono 60 sterline. Stavolta è chiaro: io non c'entro. C'è una inchiesta interna ed un mare di bugie: c'è chi si difende tentando di nascondere le piccole inadempienze commesse, c'è una che cerca di incolpare la collega. Non passa nemmeno una settimana e compare un messaggio sul libro delle comunicazioni: da oggi le chiavi della cassa e delle medicine devono essere portate dalla stessa persona che avrà piena responsabilità per ogni discrepanza. Lei scrive il messaggio, io il primo a prendere le chiavi e, guarda a caso, mancano già due medicine. L'obiettivo è chiaro: mettere nei casini i colleghi.

Poi uno ci pensa e mette insieme piccole cose a cui prima non aveva fatto caso: i soldi per pagare il taxi non restituiti; la promessa fatta al manager di scusarsi per una risposta maleducata verso di me mai mantenuta; i guanti di lattice di scorta nascosti; il parlare alle spalle; lo scaricare la colpa sempre verso i colleghi. Sono tutte piccole cose, banali, stupide, grette, non necessarie, ma tanto più superflue sono, tanto più incomprensibili e malvagie.

Perchè fare del male quando non se ne trae beneficio alcuno, se non la soddisfazione di avere fatto del male? Non hai dimostrato di essere più forte, nè più intelligente. Non ti sei arricchita e hai rubato a dei disabili. Nessuno ti stimerà di più. Tutte le tue azioni rimangono nascoste, oscure, non te ne puoi nemmeno vantare con le amiche.

No, i malvagi non esistono. Però qualcuno mi deve spiegare il perchè.

sabato 27 ottobre 2007

Get a Life!

18 ottobre, giovedì. Spariscono 60 sterline dalla cassa della struttura residenziale per disabili dove lavoro. Non è la prima volta. Due mesi fa ne sparirono 20. Sicuro è che è stato una mia collega, non si sa bene quale, tre le sospettate (e il quarto sono io).

Prima mi viene la rabbia, perchè penso che bisogna essere proprio perversi per rubacchiare a cinque disabili, creando bordello nel team di educatori. E' una cosa che proprio non riesco a comprendere. Mi viene più facile capire un crimine clamoroso, un assassinio, uno stupro, una rapina in banca, per passioni e disperazione violente, che un petty crime, un furtarello inutile e malvagio.

Poi mi viene la compassione, perchè penso che bisogna aver una vita proprio misera per passarla a pianificare un simile crimine. La ladra, infatti, ha pianificato tutto con cura. Ha aspetto che si susseguissero in turno le stesse persone di due mesi fa e che qualcuno (io), stanco e fiducioso nei confronti dei colleghi, ma soprattutto fesso, non firmasse la scheda di controllo dei soldi. Bisogna averne di tempo e di voglia e di costanza per aspettare che una simile costellazione si verifichi. Bisogna averne di passione.

E allora mi viene voglia di guardare negli occhi la manolesta e dirle in faccia: C'è un mondo meraviglioso là fuori, Go and Get a Life!

venerdì 12 ottobre 2007

Si mangia: il Loop da Chingford ad Harold Wood

Il caricabatterie nuovo per il cellulare non l'ho ancora comprato. Quindi anche oggi niente foto mie. Purtroppo perfino google è molto parco di foto. Ce ne sono due per tutta la tappa, e pure bruttine: eccole: la casa di caccia della regina Elisabetta e il lago artificiale della valle del Roding (da una buca creata scavando la terra necessaria alla costruzione dell'autostrada). Poco male, perchè la tappa che va da Chingford ad Harold Wood è tutta da gustare con le papille. Andiamo con ordine.

Primo: Pasta, naturalmente. Il grano è maturo ed è una gioia da accarezzare, con una mano passeggiando lungo i campi, che vanno da Chighwell fino alla foresta di Hinault, ma anche dopo Havering-atte-Bower. Da condire con l'ortica che è giovane e morbida, possibilmente soffritta con un po' di aglio selvatico, chè si trovano ai margini dei boschi.

Secondo: Coniglio! nel mio anno africano ho imparato pure ad ucciderlo e scuoiarlo, peccato che mi sia perso l'importante, cioè come catturarlo. I conigli e le lepri londinesi se la scampano, per ora. Le foreste e i prati ne sono però invasi: Epping, Hinault, Havering: un saettare di pellame saltellante. Fosse per me almeno un paio finirebbero al forno, con carote e patate.

Dessert: Se le portate principali sono rimaste nella mia fantasia (sebbene fossero lì, a portata di mano: ma io non sono nè cacciatore nè cuoco), la frutta basta veramente solo raccoglierla. E ad agosto (eh sì, il loop lo racconto in differita) ci si potrebbe fare una macedonia di more, che si arrampicano sui recinti di filo spinato, e di mele. Discendendo la collina della foresta di Hinault si incappa in un vero e proprio meleto. I frutti erano ancora un po' acerbi, ma una l'ho addentata comunque, troppo ghiotta l'occasione.
Bere: Visto che si parla di mele, perchè non accompagnare il tutto con una bella pinta di sidro? la birra inglese non si beve quasi, il sidro invece... on the rocks, please!

domenica 7 ottobre 2007

Rugby, curry e fosters: 18-20

Al lavoro Lesley aveva deciso che si guardava il campionato di snooker. E io avevo ben altro da fare che implorare un veloce cambio di canale. L'appuntamento è, però, fissato alle otto a casa: Shalini prepara il curry e si guarda la partita. Di rugby.

A casa ci sono Darko, un serbo che ha studiato in Australia, e Shalini, una ragazza delle Fiji di passaporto australiano, con mamma e papà al seguito. E non l'hanno presa bene: l'Australia è stata clamorosamente sbattuta fuori da un'Inghilterra testarda e combattiva. Io sghignazzo di sorpresa che una cosa così non me l'aspettavo e che manco a farlo apposta ho una maglietta di San Giorgio addosso.

Tra curry, chapati e bombay-mix ci accomodiamo in salotto. Io faccio il tifo per gli All Blacks, perchè sono quelli che giocano il rugby più bello e non sia mai che i francesi passino dove noi ci siamo frantumati. Ma in casa sono il solo, tutti gli altri tifano les bleues. Nessuna solidarietà continentale. Anzi, urla di gioia e grida di entusiasmo ad ogni meta francese. All'ultima poi viene quasi giù il pavimento.

Non sia mai che loro vadano avanti quando noi dobbiamo tornare a casa. Allez les bleues. Sono troppo tesa, meglio che vado in cucina (siamo all'ultimo attacco neozelandese). Sms di scherno agli amici della comunità kiwi londinese (dolce è la vendetta dopo i messaggini crudeli ricevuti nel pomeriggio). Oggi ero triste, ma ora che i kiwi hanno perso mi sento molto meglio. Ahh che giornata! Il peggiore risultato mondiale degli all blacks... ever!
Mentre in salotto si fa festa, in televisione il commentatore (inglese) ha un sorriso che va da orecchio ad orecchio, il pelato opinionista francese se la tira, quello neozelandese è palesemente in lacrime, non riesce a parlare e si vede lontano un miglio che vorrebbe andare a rinchiudersi in bagno.

Io, invece, mi consolo all'idea del calcetto di Jonny Wilkinson che condannerà i bleues in semifinale.

venerdì 5 ottobre 2007

PD: si vota in rete!

Ormai mi ero rassegnato a seguire la nascita del Partito Democratico da spettatore. Vivo all'estero, e se qui, a differenza di Muenchen, c'è una qualche sezione di partito (democratico) è introvabile (almeno in rete). E invece oggi mi arriva una mail dal Compagno Golaprofonda, che mi scrive, papale papale:
puoi votare online
vai sul sito dell'ulivo e registrati
fallo
ciao
Allora io vado sul sito ulivo.it e con un po' di fatica trovo la pagina con le istruzioni. Le seguo passo passo e dopo pochi istanti voilà: mi arriva un sms da PD con il mio codice personale, che mi sarà indispensabile per votare il 14 ottobre. Insomma, non solo partecipe, ma pure protagonista di un futuristico esperimento di democrazia online. Mica male.

Naturalmente per tutto questo luccichio tecnologico c'è un terribile contrappasso. Nella circoscrizione Estero-Europa ci stanno solo tre liste, tra cui clamorosamente manca quella della Bindi, che però trovate, se volete, in Africa. E ora mi tocca pure votare Veltroni (democratici nel mondo o l'altra italia? e quante preferenze ho? ma soprattutto chi sono i candidati? insomma mi fate un corso veloce, tipo primarie per dummies, visto che devo recuperare mesi di disinteresse procedurale?)

venerdì 14 settembre 2007

Cartografi democratici: il Loop da Cockfoster a Cingford

Dopo il mio personale Vietnam mi sono ritrovato senza fotoreporters. Ad essere precisi mi si è rotto il caricabatterie del cellulare e sono troppo pigro per procurarmene uno nuovo. La tappa che va da Cockfoster a Chingford è pure abbastanza noiosetta e rilassata (e dopo lo schioppettio di quella precedente forse ci voleva proprio), così me la sono pure un po' dimenticata.

A fagiolo viene così lo spettacolare google maps. La funzione my maps, in particolare, mi manda in brodo di giuggiole. Mi posso studiare il percorso guardandolo dall'alto, mi posso disegnare il tracciato e calcolare le distanze, me lo posso stampare e portare con me (in questo caso ricordarsi sempre di infilare il foglio in un trasparente di plastica, chè se piove la mappa autarchica diventa rapidamente inservibile). La rete si appresta a mandare in soffitta le costosissime mappe della ordinance survey: è la democratizzazione della cartografia: quando si dice progresso.

Ma tutto questo non può bastare, google fa filotto e si prepara a pre-pensionare pure le guide (che pure sono abbordabili): su my maps trovi le foto sparse per la rete, le informazioni storiche e di colore disperse per wikipedia e puoi ripercorrere la tua camminata con altri occhi.

Quindi si parte da Trent Park. Ora, Trent non dev'essere un nome a caso (ma questo non lo trovate ancora sulla wiki, vi dovete leggere la guida o la lavagna informativa alle porte del parco). Molto probabilmente è il nome inglese (oltre che essere sicuramente il nome trentino - in questo caso con e aperta "è") della città di Trento, che come la mia guida correttamente riporta sta(va) in Tirolo, o per essere certosini nel Tirolo italiano o Walsch Tirol (dove Walsch sta per terrone). A Trento, nel 1777, il dottor Jebb salvò la vita al duca di Gloucester, fratello del re Giorgio III, il quale in segno di gratitudine gli regalò gli 81 ettari del parco. Quando ci sono andato io il parco era verde. In questa foto diventa però magicamente rosa. Comunque tutto bello, con un sapore di selvaggio addomesticato, come i secchioni che vanno in giro vestiti da punk.

Si procede per campi lungo il rio Salmon e di cui purtroppo non ci sono ancora foto (forse è una congiura internazionale). Verso la fine del torrente si arriva ad Enfield, nei pressi di Forty Hall, che di notte dovrebbe apparire così. Dopo un aver superato case e strade, chè a Londra non si è mai lontani dalla civiltà, si attraversa il fiume Lea o Lee, la cui valle pare sia stata colonizzata da calabresi che la utilizzano per farci passare le loro processioni con santo in testa. Le Sewardstone Marshes sono belle e selvagge, poi si passa per Gilwell Park, il campo base degli scout inglesi e si scende rigorosamente fischiettando questa canzone di Baccini, per altro l'unica sua a non essere su youtube (a dimostrazione dell'influenza della lobby scoutistica nel mondo - roba che altro che l'opus dei) fino alla stazione di Chingford.

domenica 26 agosto 2007

La caccia al burino

Avete presente Revolution, quel film con Al Pacino che è costretto a fare la volpe in una caccia organizzata da annoiati e incipriati nobili inglesi in trasferta nel nuovo mondo? Ecco, un gruppo di giovani-futuraclassedirigente ha organizzato un bel remake e lo ha postato, come i tempi moderni esigono, su youtube.



La differenza è una e bella grossa. A fare la volpe non ci sta Al Pacino, ma i "chavs". I chavs sono giovani, bianchi, poveri, ma, soprattutto, burini. Hanno il cappello da baseball in testa, le nike ai piedi, rigorosamente in tuta e con qualche pendaglio al collo à la 50cents. Le ragazze invece, biondine e palliduccie, emulano J.Lo, strillano per le strade e spingono passeggini fumando sigarette. Sono il bersaglio di una nazione. I comici trascurano i politici per dedicarsi ai chavs; e qualche primo ministro, riconoscente, dà una mano.

Quello che la ferrea legge del politicamente corretto proibisce nei riguardi delle minoranze etniche e religiose è concesso, anzi è proprio uno sport nazionale, verso l'ultima delle classi sociali. Il titolo del video è, quindi, azzeccatissimo: class wars, guerre di classe. Perchè non ci si limita allo sfottò (tanto più odioso perchè è lo sfottò del potente), si usa la repressione per chi "si comporta in modo antisociale", si produce emarginazione economica tagliando sui servizi sociali. Tanto quegli altri, i chavs, non si rendono conto di essere lo zimbello di una nazione, si gloriano del loro accento da gangster e non passa loro nemmeno per l'anticamera del cervello di essere delle vittime.

E non inganni il tono severo e moralista del giornalista della bbc. Un tocco di ipocrisia non guasta.