
12 tappe, 224 chilometri, 8 mesi tra la prima tappa e l'ultima. Questi sono i numeri del London Orbital Outer Path, il giro intorno a Londra. Non che mi abbia regalato chissà quali panorami, d'altronde è difficile stupire chi, quando esce di casa, vede cose
così. Però la lotta tra natura e civiltà che si svolge agli estremi lembi della città è appassionante, ricca di suggestioni e, in qualche modo, profetica.
Le prime tre tappe, oltre ad essere un viaggio nello spazio in direzione sud-ovest, sono state anche una esplorazione della stratificazione sociale della città:
il degrado della periferia,
il desiderio di pace e natura della borghesia,
la memoria e la leggenda dell'aristocrazia. Poi si raggiunge il punto più meridionale di Londra, si sale sulla collina di Addington e la città ci offre il suo
didietro, da sud verso nord.
Intanto imparo che ad ogni buon camminatore servono un buon paio di scarponi (in Inghilterra soprattutto per proteggersi dal fango), una buona giacca a vento (un cartellone pubblicitario, con un fondo di verità, ricordava che non esistono tempi atmosferici brutti, ma solo abbigliamento inadeguato), una bussola (chè non è come da noi che si va o in alto o in basso) e
una guida. Più avanti imparerò che anche Google Maps può essere utile.
La risalita verso settentrione è forse la parte più idilliaca del Loop, o forse è la stagione, incomincia a farsi primavera, che rende tutta la mia camminata più piacevole. Emerge, come un fiume carsico, pure la storia, da Enrico VIII alla battaglia d'Inghilterra.
La quinta tappa è decisamente la mia preferita.
Nello zaino ci vanno da bere (thè, un litro è sufficiente), da mangiare (uno o due panini, frutta secca, frutta fresca - le barre cereali no, perchè mi fanno sete), un ricambio (calzini - molto ma molto importanti, maglietta, maglia pesante). Questo basta e avanza.
Dopo di chè si raggiunge
il Tamigi, e saranno fiumi e canali ad accompagnarmi per un bel po'.
Ho potuto apprezzarne il contributo all'economia, anche da un punto di vista prettamente sonoro. L'odore dolciastro d'acqua dolce m'è entrato nelle ossa e,
ad un certo punto, non ne potevo proprio più. Intanto si fa estate, e con più luce a disposizione, cammino anche di più.
Mi metto a fantasticare della guerra.
Mangio i primi frutti.
Mi bevo un radler per celebrare la fine del giro, dalla sponda opposta di dove ero partito 8 mesi prima, che faceva freddo e piovigginava.
Alla fine del giro posso indicare con certezza quali sono i nemici del viandante:
- gli autisti e, si badi bene, non le macchine, chè se non ci fosse nessuno a guidarle se ne starebbero nei garage e non a sgommare su tutte le strisce d'asfalto che attraversano l'isola, ricordandoti che non sei mai, ma proprio mai veramente solo; e che l'aria non è mai, ma proprio mai, veramente pulita. Mortali.
- i giocatori di golf e, si badi bene, non i campi da golf, che senza cinquantenni panzuti e sfaccendati che tirano in giro, praticamente a caso, palline bianche bastanti a stendere ogni avventato passante, sarebbero adattissimi a fare picnic. Pericolosi.
- i cavalli e, si badi bene, non i fantini, che se andassero a piedi non rovinerebbero i sentieri rendendoli delle paludi attraversabili solo con estremo sprezzo del pericolo e dello sporco (qualità che, tra l'altro, ho). Maleducati.
- i ciclisti, che ti sfrecciano a lato e facendoti il pelo alle spalle, sempre e comunque in discesa. In tutte le mie camminate non ne ho mai visto uno farsi un po' di seria pendenza. Rimane un mistero come riescano a raggiungere la cima da cui si gettano a tutto pedale. Probabilmente in macchina. Ridicoli.
Per chi mi ritenesse il mio racconto del giro inaffidabile., ecco
il resoconto di un altro - un mito - che si è sciroppato il Loop e ne ha scritto su internet. L'ho letto tappa per tappa, dopo che l'avevo fatta io. E posso confermare che abbiamo davvero fatto lo stesso giro (e letto la stessa guida).