
La violenza contro le donne è un concetto che andrebbe definito e operazionalizzato, reso, cioè, misurabile. Cos'è la violenza contro le donne? Ogni forma di violenza verso una donna? O forse la violenza contro le donne in quanto donne? Quali sono le forme di questa violenza? Stupri, pestaggi domestici, omicidi d'onore, ma anche forme più sottili come la discriminazione sociale? I dati sono pochi e non completamente affidabili. Vengono raccolte interviste e fatte statistiche, ma è difficile capire quanto le risposte siano influenzate da variabili culturali e le statistiche siano veramente rappresentative. Ciò nonostante qualcosa abbiamo.
Nel 2005 l'organizzazione mondiale della sanità ha condotto uno studio comparato sulla violenza di genere, attraverso interviste e focalizzando la propria attenzione su forme di violenza sessuale e domestica. Nello studio sono raccolti dati per nove paesi, qui in ordine crescente in termini di sviluppo umano: Etiopia, Tanzania, Bangladesh, Namibia, Perù, Samoa, Thailandia, Brasile, Giappone. L'indice di violenza di genere rispetta l'ordine di sviluppo umano (i paesi meno sviluppati sono i più violenti), con le significative eccezioni di Tanzania e Namibia (paese violento verso le donne solo più di Brasile e Giappone). Non si possono trarre chissà quali conclusioni da un campione così ristretto, se non che il i paesi più poveri non sono necessariamente più pericolosi per le donne. Politiche di promozione di genere sono state perseguite sia in Tanzania che in Namibia (paesi entrambi guidati da governi di ispirazione socialista), che si riflettono anche, per fare un esempio, nella rappresentanza politica femminile. Evidentemente hanno avuto successo, rivelandosi uno strumento prezioso. In Africa, che riserva molte sorprese positive se si guardano alle statistiche sulla parità di genere, non sono casi isolati.
La ricerca del WHO dà, però, un'immagine "statica" della relazione tra sviluppo e violenza di genere. Lo sviluppo economico è un processo e i suoi meccanismi possono avere ripercussioni differenti, positive e negative, sulle donne. In Asia, ad esempio diversi studi sociologici hanno mostrato come la crescita economica abbia messo in discussione posizioni di potere ed autorità tradizionali in mano maschile. E gli uomini reagiscono, spesso e volentieri, violentemente. In questi casi la violenza è un male necessario? O la violenza cambia semplicemente di forma, trasformandosi da strutturale a fisica?
Paradossalmente la violenza fisica potrebbe non essere altro che il colpo di coda di una battaglia già persa dai maschi. Sono state fatte, ad esempio, ricerche, sempre di natura antropologica, sull'impatto dei programmi di microcredito sulla violenza di genere. I risultati non sono univoci, ma sembrano mostrare una crescita della violenza fino al punto in cui la bilancia del potere all'interno dei rapporti familiari incomincia a pendere dalla parte delle donne, grazie al loro accesso a risorse economiche che gli uomini non hanno.
Un'ultima nota la faccio riguardo al tema della guerra. La guerra è divenuta, con la modernità, un problema femminile. Le donne ne sono diventate le vittime, simbolicamente e realmente. La guerra però ha avuto un portato di emancipazione su cui bisognerebbe riflettere. Le donne, partecipando allo sforzo bellico, si conquistano un posto nella società, nella politica e nell'economia, che le era prima negato. Le operaie americane, le guerrigliere della Namibia e dell'Uganda, le superstiti del Rwanda e, forse, pure le nostre partigiane hanno conquistato la loro dignità sociale proprio grazie alla guerra.
Conclusioni? Di ottimismo: non c'è nulla di inevitabile nella violenza contro le donne.