Il tema della giustizia divina mi mette sempre e terribilmente a disagio. Da un lato credo nell'infinita bontà di Dio. Dall'altro, quando sento di certe ingiustizie e malvagità, non riesco proprio ad accettare che queste restino impunite. Dopo tante nefandezze e meschinità, mi chiedo, non può proprio finire in un volemose bene generalizzato. Eppure l'inferno non sarebbe forse proprio un'estrema crudeltà, all'ennesima potenza? Insomma, rimango incastrato in questa contraddizione.
E sicuramente non è una castroneria dire che questa contraddizione è presente anche e soprattutto nella Bibbia, e nello stesso Vangelo.
Un aiuto a risolvere il nodo può venire guardando una delle ottime inchieste di Al-Jazeera. Si tratta di un reportage sul nord dell'Uganda, tormentato da decenni da una guerra civile raccappricciante. E' una guerra che reclama giustizia a gran voce.
Una prima risposta a questo bisogno di giustizia viene dalla corte penale internazionale, che ha emesso un mandato di cattura nei confronti di Joseph Kony, leader della guerriglia. Pare che siamo proprio il mandato di cattura a rendere più difficile il raggiungimento di un accordo e della pace. La soluzione della corte penale è una giustizia retributiva: chi ha sbagliato paga in modo proporzionale ai propri errori e la pena farà da esempio ai posteri. Questa è la giustizia a cui siamo abituati, al punto da considerarla l'unica forma di giustizia possibile.
La popolazione del nord dell'Uganda chiede, invece, un'altro tipo di giustizia, che non abbia come fine la punizione del colpevole, ma la ricostituzione delle relazioni spezzate dalla violenza. Ad una ammissione di colpa, si è pronti ad offrire perdono e conquistare la pace. Questa proposta non viene, è bene ribadirlo, da un qualche pacifista idealista ed estraneo alle sofferenze di questo popolo, ma da gente che ha visto i propri figli ed amici morire, venire mutilati e stuprati, e subire ogni tipo di violenza.
Ecco, io non credo di capire davvero a fondo gli abitanti del nord dell'Uganda (come di quelli del Rwanda, che cercano di uscire dal trauma del genocidio proprio con questa giustizia ricostitutiva), però penso che Dio è giusto come sono giusti loro.
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venerdì 16 gennaio 2009
sabato 10 gennaio 2009
La legittimazione di Hamas
Hamas è universalmente considerata un'organizzazione terroristica. In questi giorni ci viene ricordato ad ogni tre per due.Il fatto che Hamas abbia vinto delle elezioni, sieda in parlamento e goda di un ampio sostegno popolare renda già problematica la sua categorizzazione come organizzazione terroristica. Ma a metterla ancora più in crisi è proprio la guerra che sta sconvolgendo Gaza. Chi, per sradicare un'organizzazione terroristica, attaccherebbe, indiscriminatamente o quasi, la popolazione civile? L'operazione Piombo fuso non è un'azione di antiterrorismo. E' un atto di guerra.
Uno stato non può dichiarare guerra ad un gruppo di terroristi, perchè la guerra si fa esclusivamente tra uguali. I terroristi si dovrebbero combattere con la polizia. Fargli la guerra significa elevare il loro status da criminali a nemici. I nemici uccidono, ma quando non ci si riesce, allora ci si parla.
In altre parole, è la stessa guerra israeliana a legittimare Hamas.
Il governo israeliano questo lo sa benissimo. E' quindi bene che teniamo in mente che la definizione di Hamas come organizzazione terroristica è una forma di propaganda, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi militari e politici di Israele. Ma che può essere sempre messa da parte nel momento in cui la necessità politica e diplomatica lo richiedano e alle cannonate seguiranno (se seguiranno) le trattative.
Scandalizzarsi perchè attori internazionali invitino a dialogare con Hamas è, purtroppo, segno di stupidità politica e un fastidioso retaggio dell'idealismo aggressivo di matrice neocon.
ps. per chi sa il tedesco, ecco un'ottima analisi di Gisela Dachs, da die Zeit.
martedì 16 dicembre 2008
L'interventismo democratico
Dobbiamo rimpiangere la dottrina dell'interventismo democratico? La comunità internazionale riconosce ancora "la responsabilità di proteggere" le popolazioni civili dalle aggressioni del proprio stato? Devono essere questi i principi cardine di una politica estera di sinistra?
Sono queste le domande che sottendono a un interessante post di Andrea Romano (via Francesco Costa), rimasto meravigliato che ci sia "una convergenza bipartisan", da Dalema a Kouchner passando per Berlusconi, nel rinnegare l'interventismo democratico.
L'interventismo democratico è, però, una dottrina molto problematica. Ne cito alcuni, giusto per non spendere troppe lacrime sul suo rapido pensionamento.
1. Il criterio di genocidio per determinare la necessità di intervenire è labile, opinabile, flessibile, si allarga e si restringe a seconda delle esigenze. Si adatta facilmente - anzi, inevitabilmente - a mascherare interventi di vecchie e realiste politiche di potenza, che di umanitario hanno poco o nulla. Questo accade perchè a decidere cos'è genocidio e cosa non lo è sono le grandi potenze (USA, Russia, Cina...), e non organi imparziali e autorevoli (come se questi potessero esistere nella comunità internazionale).
2. Una politica di intervento democratico richiede giustizia nella sua applicazione per essere credibile. Perchè l'Iraq sì e la Birmania no? E la giustizia nella sua applicazione è impossibile, se non si vuole provocare una guerra mondiale di proporzioni e conseguenze mai viste.
3. Prima di lanciarsi in un'intervento umanitario bisogna essere sicuri che esso non sia una medicina peggiore del male che vuole curare. I teatri delle emergenze umanitarie sono complessi e delicati, spesso si assiste al fallimento di strutture statuali (come in DRC) o a risposte sproporzionate a conflitti pre-esistenti (come in Kosovo). Gli strumenti attualmente a disposizione delle grandi potenze si sono rivelati insufficienti per il "peace-keeping", completamente inadeguati allo "state building" che inevitabilmente segue un intervento umanitario. Nel peggiore dei casi si è finisce come in Somalia (con un umiliante ritiro dopo una vergognosa serie di stupri e violenze da parte dei caschi blu), nel migliore dei casi come in Kosovo (con l'epurazione dei serbi, invece degli albanesi).
4. Oltre agli strumenti militari mancano anche quelli concettuali. L'idea di "esportare la democrazia e i diritti umani" è deficitaria sotto molti punti di vista. Democrazia e diritti umani non scendono dal cielo, nè si impongono sulla punta delle carabine. Entrambi hanno bisogno di uno stato e di un certo equilibrio sociale per esistere, e non vicevera (democrazia e diritti non fanno uno stato). Purtroppo, l'unica risposta efficace nel costruire una struttura statale funzionale è quella islamista. Il regime talebano non ha dato molto all'Afghanistan, ma è stato l'unico a dargli la pace (a differenza di sovietici ed occidentali). Valutazioni simili si potrebbero fare sulla Somalia. Noi non abbiamo alternative credibili alla strategia islamista di costruzione dello stato. E senza statualità ogni intervento democratico è un futile esercizio.
Gli interventi con maggiore probabilità di successo sono quelli portati avanti dalle potenze regionali. L'unica seria risposta alle emergenze umanitarie è affidarsi (criticamente, per carità!) a queste ultime, sia nella valutazione della crisi che nell'eventuale intervento risolutivo, limitandosi a fornire risorse e supporto economico.
sabato 24 novembre 2007
Sviluppo economico e violenza di genere
C'è un collegamento? Nei paesi in via di sviluppo c'è più o meno violenza contro le donne rispetto ai paesi sviluppati? Prima di rispondere a questa domanda qualche avvertimento è obbligatorio.La violenza contro le donne è un concetto che andrebbe definito e operazionalizzato, reso, cioè, misurabile. Cos'è la violenza contro le donne? Ogni forma di violenza verso una donna? O forse la violenza contro le donne in quanto donne? Quali sono le forme di questa violenza? Stupri, pestaggi domestici, omicidi d'onore, ma anche forme più sottili come la discriminazione sociale? I dati sono pochi e non completamente affidabili. Vengono raccolte interviste e fatte statistiche, ma è difficile capire quanto le risposte siano influenzate da variabili culturali e le statistiche siano veramente rappresentative. Ciò nonostante qualcosa abbiamo.
Nel 2005 l'organizzazione mondiale della sanità ha condotto uno studio comparato sulla violenza di genere, attraverso interviste e focalizzando la propria attenzione su forme di violenza sessuale e domestica. Nello studio sono raccolti dati per nove paesi, qui in ordine crescente in termini di sviluppo umano: Etiopia, Tanzania, Bangladesh, Namibia, Perù, Samoa, Thailandia, Brasile, Giappone. L'indice di violenza di genere rispetta l'ordine di sviluppo umano (i paesi meno sviluppati sono i più violenti), con le significative eccezioni di Tanzania e Namibia (paese violento verso le donne solo più di Brasile e Giappone). Non si possono trarre chissà quali conclusioni da un campione così ristretto, se non che il i paesi più poveri non sono necessariamente più pericolosi per le donne. Politiche di promozione di genere sono state perseguite sia in Tanzania che in Namibia (paesi entrambi guidati da governi di ispirazione socialista), che si riflettono anche, per fare un esempio, nella rappresentanza politica femminile. Evidentemente hanno avuto successo, rivelandosi uno strumento prezioso. In Africa, che riserva molte sorprese positive se si guardano alle statistiche sulla parità di genere, non sono casi isolati.
La ricerca del WHO dà, però, un'immagine "statica" della relazione tra sviluppo e violenza di genere. Lo sviluppo economico è un processo e i suoi meccanismi possono avere ripercussioni differenti, positive e negative, sulle donne. In Asia, ad esempio diversi studi sociologici hanno mostrato come la crescita economica abbia messo in discussione posizioni di potere ed autorità tradizionali in mano maschile. E gli uomini reagiscono, spesso e volentieri, violentemente. In questi casi la violenza è un male necessario? O la violenza cambia semplicemente di forma, trasformandosi da strutturale a fisica?
Paradossalmente la violenza fisica potrebbe non essere altro che il colpo di coda di una battaglia già persa dai maschi. Sono state fatte, ad esempio, ricerche, sempre di natura antropologica, sull'impatto dei programmi di microcredito sulla violenza di genere. I risultati non sono univoci, ma sembrano mostrare una crescita della violenza fino al punto in cui la bilancia del potere all'interno dei rapporti familiari incomincia a pendere dalla parte delle donne, grazie al loro accesso a risorse economiche che gli uomini non hanno.
Un'ultima nota la faccio riguardo al tema della guerra. La guerra è divenuta, con la modernità, un problema femminile. Le donne ne sono diventate le vittime, simbolicamente e realmente. La guerra però ha avuto un portato di emancipazione su cui bisognerebbe riflettere. Le donne, partecipando allo sforzo bellico, si conquistano un posto nella società, nella politica e nell'economia, che le era prima negato. Le operaie americane, le guerrigliere della Namibia e dell'Uganda, le superstiti del Rwanda e, forse, pure le nostre partigiane hanno conquistato la loro dignità sociale proprio grazie alla guerra.
Conclusioni? Di ottimismo: non c'è nulla di inevitabile nella violenza contro le donne.
sabato 17 novembre 2007
Trasformare la guerra? Cambiare il mondo?
Ogni società è attraversata da innumerevoli conflitti, che vengono risolti in modo pacifico. Solo in alcuni rari casi questi conflitti portano alla guerra. L'obiettivo di mediatori e operatori di pace non deve essere, pertanto, la risoluzione del conflitto, ma la sua trasformazione in senso nonviolento. Questo è il fulcro della critica di Galtung e Lederach alle teorie tradizionali di promozione della pace. Se i teorici della risoluzione dei conflitti partono implicitamente dal presupposto che una guerra (o per lo meno le nuove guerre) sia sempre e comunque un gioco a somma negativa e, quindi, irrazionale: tutti perdono, quelli della trasformazione dei conflitti concedono che una guerra possa avere anche una somma zero: alcuni perdono, altri vincono. Ciò significa che alcuni attori della guerra hanno un interesse a perseguire i propri obiettivi con l'uso della violenza. La sfida degli operatori di pace non è, quindi, cercare di trasformare i leoni in agnelli, ma di cambiare i pay-off del gioco, in modo che l'uso della violenza sia meno remunerativo di strumenti non violenti. In altri termini, la trasformazione di un conflitto significa sostituire la politica alla guerra.
Più facile dirsi che a farsi. Ecco perchè.
1. Nella cartina politica del mondo, coperta interamente dai colori della sovranità statuale, si sono aperti dei buchi neri. Lo spazio politico non è più riempito completamente dagli stati. Negli interstizi dell'ordine dei monopoli della violenza, si è fatto largo il disordine della giungla, dell'anarchia, la guerra. Il disordine si trova geograficamente sia oltre i confini degli stati (negli stati falliti, dal Congo, alla Somalia, all'Afghanistan e all'Iraq), sia all'interno dei confini (nelle favela di Rio, nei vicoli di Napoli, etc.).
2. Alcuni di questi spazi di disordine hanno una acquisito una funzione economica. Essi servono all'economia globale. Servono per sfuggire ai costi imposti dallo stato (tasse, contratti di lavoro) e ai suoi divieti (al commercio di droghe ed altri merci illegali, al riciclaggio del denaro sporco). Si instaura così una relazione a doppio filo tra economica legale e illegale, ordine e disordine, benessere e miseria, che hanno la forma di catene internazionali di produzione: i paesi della coca esportano la pasta di coca in Brasile. Lì la pasta viene raffinata grazie ad agenti chimici prodotti in Brasile e Germania. La coca viene poi esportata nei mercati occidentali grazie alle armi prodotte negli Stati Uniti. Nella bilancia dei pagamenti di Gomorra, all'esportazione di droga fanno fronte le importazioni di armi e prodotti chimici.
In questo quadro la guerra non è il frutto di una umanità irrazionale o di un dilemma della sicurezza irrisolto, nè un metodo cruento per ottenere dei benefici economici o politici. La guerra è uno stato da mantenere e sfruttare: il passaggio dalla guerra alla politica significherebbe troncare queste catene internazionali di produzione, perdere delle rendite e delle fonti di profitto.
3. Altri spazi di disordine non hanno una utilità economica: in questi casi la guerra non è una condizione necessaria alla produzione, ma un costo. Ciò nonostante stati e imprese, grandi e piccole, si adattano al conflitto e finiscono per finanziarlo e perpetuarlo. Così è per i "blood diamonds". I diamanti vengono raccolti e venduti da bande armate a mediatori che li rivendono agli uffici delle imprese occidentali. De Beers non guadagna un penny dalla guerra in Congo, ciò nonostante compra i diamanti congolesi, e se non lo fa De Beers lo fa qualcun altro. Gli stati confinanti al Congo, Uganda e Zambia su tutti, si premurano di falsificare la provenienza delle pietre preziose, ottenendo pure loro una lucrosa fetta di profitti. Il mercato di diamanti c'è ed è competitivo e continua a pagare i costi della guerra per accaparrarsi posizioni di rendita sul territorio.
Se queste guerre non sono economicamente razionali, hanno pur sempre generato un insieme di interessi, rendite e relazioni che le perpetua e che bisogna sconfiggere per riportare alla politica queste zone di conflitto.
4. La guerra non sono un fenomeno locale, scollegato dal resto del mondo pacifico. La guerra ha radici profonde che arrivano fino al cuore del mondo ordinato e pacificato. La guerra è integrata in un sistema di relazioni transnazionali, che trascendono le capacità di controllo dei governi. I confini sono diventati porosi, incontrollabili. Li attraversano di contrabbando, uomini, merci e capitali. Non è possibile isolare le zone di conflitto da quelle di pace: le armi volano ovunque ci sia un acquirente. Stabilire un monopolio della violenza, riportare l'ordine e la politica è diventata un'impresa titanica.
In questo contesto le strategie di trasformazione di conflitto, che si limitano ad attori locali, programmi radio e workshops, sono velleitarie. Qui per trasformare una guerra è necessario trasformare il mondo.
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