martedì 16 dicembre 2008

L'interventismo democratico


Dobbiamo rimpiangere la dottrina dell'interventismo democratico? La comunità internazionale riconosce ancora "la responsabilità di proteggere" le popolazioni civili dalle aggressioni del proprio stato? Devono essere questi i principi cardine di una politica estera di sinistra?

Sono queste le domande che sottendono a un interessante post di Andrea Romano (via Francesco Costa), rimasto meravigliato che ci sia "una convergenza bipartisan", da Dalema a Kouchner passando per Berlusconi, nel rinnegare l'interventismo democratico.

L'interventismo democratico è, però, una dottrina molto problematica. Ne cito alcuni, giusto per non spendere troppe lacrime sul suo rapido pensionamento.

1. Il criterio di genocidio per determinare la necessità di intervenire è labile, opinabile, flessibile, si allarga e si restringe a seconda delle esigenze. Si adatta facilmente - anzi, inevitabilmente - a mascherare interventi di vecchie e realiste politiche di potenza, che di umanitario hanno poco o nulla. Questo accade perchè a decidere cos'è genocidio e cosa non lo è sono le grandi potenze (USA, Russia, Cina...), e non organi imparziali e autorevoli (come se questi potessero esistere nella comunità internazionale).

2. Una politica di intervento democratico richiede giustizia nella sua applicazione per essere credibile. Perchè l'Iraq sì e la Birmania no? E la giustizia nella sua applicazione è impossibile, se non si vuole provocare una guerra mondiale di proporzioni e conseguenze mai viste.

3. Prima di lanciarsi in un'intervento umanitario bisogna essere sicuri che esso non sia una medicina peggiore del male che vuole curare. I teatri delle emergenze umanitarie sono complessi e delicati, spesso si assiste al fallimento di strutture statuali (come in DRC) o a risposte sproporzionate a conflitti pre-esistenti (come in Kosovo). Gli strumenti attualmente a disposizione delle grandi potenze si sono rivelati insufficienti per il "peace-keeping", completamente inadeguati allo "state building" che inevitabilmente segue un intervento umanitario. Nel peggiore dei casi si è finisce come in Somalia (con un umiliante ritiro dopo una vergognosa serie di stupri e violenze da parte dei caschi blu), nel migliore dei casi come in Kosovo (con l'epurazione dei serbi, invece degli albanesi).

4. Oltre agli strumenti militari mancano anche quelli concettuali. L'idea di "esportare la democrazia e i diritti umani" è deficitaria sotto molti punti di vista. Democrazia e diritti umani non scendono dal cielo, nè si impongono sulla punta delle carabine. Entrambi hanno bisogno di uno stato e di un certo equilibrio sociale per esistere, e non vicevera (democrazia e diritti non fanno uno stato). Purtroppo, l'unica risposta efficace nel costruire una struttura statale funzionale è quella islamista. Il regime talebano non ha dato molto all'Afghanistan, ma è stato l'unico a dargli la pace (a differenza di sovietici ed occidentali). Valutazioni simili si potrebbero fare sulla Somalia. Noi non abbiamo alternative credibili alla strategia islamista di costruzione dello stato. E senza statualità ogni intervento democratico è un futile esercizio.

Gli interventi con maggiore probabilità di successo sono quelli portati avanti dalle potenze regionali. L'unica seria risposta alle emergenze umanitarie è affidarsi (criticamente, per carità!) a queste ultime, sia nella valutazione della crisi che nell'eventuale intervento risolutivo, limitandosi a fornire risorse e supporto economico.

1 commento:

SpaghettiMitKnoedel ha detto...

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derFrankie