giovedì 6 settembre 2007

Cos'è la politica?

Non depone certo a favore dell'università italiana il fatto che dopo 5 anni di scienze politiche non sapessi ancor definire "la politica". A chi me ne chiedeva il significato, abbozzavo risposte del tipo: "la gestione della cosa pubblica". Gestione, management, rimandavo ad un universo lessicale che era quello dell'azienda, della scienza, della tecnica, dell'esperto. Il sottotesto era l'idea che ad ogni problema della comunità politica ci fosse sempre una soluzione giusta, assolutamente vera, che solo un esperto, forte delle sue conoscenze tecniche, sarebbe stato in grado di individuare. La politica diveniva così non più il regno del politico, ma dell'economista, dello scienziato, del giurista, del sondaggista.

Mi è bastato un anno in un'università inglese a studiare altro per trovare una definizione che mi lasciasse, finalmente, soddisfatto: la politica come addomesticamento del conflitto. Il conflitto è un elemento ineluttabile di ogni comunità politica, perchè essa è caratterizzata dalla pluralità dei suoi membri e dei loro interessi (e mai mi rassegnerò veramente all'idea che l'etimologia di politica non abbia a che fare con il polis che significa molti come con quello che significa città). Anzi, un politilogo geniale come Carl Schmitt vedeva l'essenza del "politico" proprio nell'individuazione del nemico e con lo scontro, potenzialmente mortale, tra nemici. Compito della politica è proprio quello di prevenire che il "politico" prevalga in tutta la sua distruttiva potenza.

Il conflitto va addomesticato, non certo risolto, perchè risolverlo non è possibile se non attraverso il totalitarismo. Il totalitarismo non è tanto una dittatura molto cattiva, è, come diceva un mio vecchio professore, una centrifuga della società, distrugge ogni legame tra membri della comunità, crea una solitudine assoluta, e dove c'è una solitudine assoluta non può esserci conflitto, che invece si nutre di vicinanza, contatto, corpo a corpo.

Il conflitto non può essere nemmeno semplicemente gestito, perchè non esiste un manager che lo possa fare, non esiste un terzo sopra le parti che lo possa regolare così come si regola una partita di calcio. In un conflitto non esiste l'arbitro, e chi si prova a diventarlo diventa subito una parte in causa.

Il conflitto va addomesticato, ma è un'impresa dal risultato sempre incerto, poicheè l'istinto primordiale, il "politico", minaccia sempre di riemergere in tutta la sua brutalità e ferinità. E' un addomesticamento reciproco, tra i protagonisti, tra i rappresentanti degli interessi in gioco. Tutti sono allo stesso tempo addomesticatori e leoni, di se stessi (dei propri istinti, volontà e interessi) e degli altri (dei loro istinti, volontà e interessi).

Il contenuto della politica torna ad essere fatto di procedure, violenza, patti, prove di forza, concertazioni, tregue, cioè il regno del politico. Banalmente, se la politica non può essere la continuazione della guerra con altri mezzi (come piaceva a Foucault), perchè è nei mezzi la differenza, la discontinuità tra guerra e politica. E il contenuto della politica smette di essere soffocato dai contenuti delle politiche, dalla policy e dalla grande finzione che li vuole neutrali, giusti, super partes. La comunità politica non è, infatti, un'azienda con profitti da massimizzare e nemmeno un corpo da guarire, ma una grande arena di bestie selvatiche e gladiatori.

27 commenti:

stefano-san ha detto...

Convincente la riflessione (Hobbes lässt grüßen...?), riuscita la cornice autobiografica.
Secondo me, s'intende.
A domani.

Ja ha detto...

von clausewitz: "la guerra e' la continuazione della politica con altri mezzi". Concetto che si trova anche in Hobbes e Tucidide.
Vale anche il converso, come puoi immaginare: la politica e' la continuazione della guerra con altri mezzi.

Parte del problema che hai trovato e' che in italiano (ma anche spagnolo), francese, tedesco, Politica, Politique e Politik indicano entrambe le accezioni che in inglese renderemmo meglio con politics e policy. La prima, di cui ti han dato la definizione a soas, e'la gestione del conflitto, la lotta tra richieste, tattiche, fini e mezzi; la seconda, e' tutta di di strategia e mezzi per raggiungere un dato fine.

luca ha detto...

hobbes: ho fatto riferimenti espliciti a foucault e schmitt, impliciti alla arendt, clausewitz, marx e, soprattutto, hirschman. ma hobbes? pensandoci un attimo, anche hobbes rientra nel bestiario della politica come conflitto.

per hobbes il conflitto pre-politico va superato (anche se foucault interpreta lo stato di natura come "non-letale", perchè tutti sono messi in scacco dalla paura). fin qui sono perfettamente d'accordo con lui. poi, hobbes propone una geniale soluzione al conflitto: il contratto dove ognuno rinuncia alla libertà naturale (cioè quella di uccidere). sarà poi il leviatano a garantire che cioè succeda veramente.

quindi hobbes sì (ricordandosi che nel leviatano non si parla di autoritarismo o totalitarismo come qualche ingenuo interprete vorrebbe). non penso però che si possa attribuirgli lo stesso concetto di clausewitz (ho almeno molti dubbi al proposito), vista la netta distinzione che hobbes fa tra politica interna (dove la libertà naturale è domata) ed estera (dove la libertà naturale dello stato - di fare la guerra cioè - è illimitata).

ho citato il converso della citazione di clausewitz, così come ha fatto foucault in un testo che mi ha molto ispirato (la società va difesa). non sono però convinto che sia corretto, appunto perchè sono i mezzi a fare la differenza.

luca ha detto...

il problema linguistico esiste (ci si può aggiungere anche la non chiarezza del termine il politico, mentre in tedesco è chiarissimo, das Politische). così chiarisco che mi son sempre riferito a politics e per policy ho usato il termine inglese. policy, quindi, inteso come risultato della politics.

ps. alla soas non mi han dato nessuna definizione... diciamo che mi hanno ispirato!

Ja ha detto...

Che i mezzi facciano la differenza e' vero, ma solo se ci sono fini chiari, no? Definire questi fini e' appunto il compito della politica

"la lotta (pragmatica) tra richieste, tattiche, fini e mezzi (rispetto a un obiettivo ideale)" ;)

Appunto.

Detto questo, su Foucault c'aveva ragione Baudrillard. Difendere la societa'? Puo' essere. Ma senza capire come funziona la societa' e come questa interagisca col potere non serve a nulla.

luca ha detto...

i fini, gli obiettivi, le policies sono l'oggetto della lotta politica, e il suo risultato.

io non so chi sia baudrillard, però quel libro di foucault lo avrebbe dovuto leggere.

Ja ha detto...

nel 1977 scrisse "oublier foucault" proprio in risposta al corso di MF su cui si basa il libro che hai letto.

3nom1s ha detto...

Ciao Luca, volevo solo ringraziarti per avere inserito travel politics nel blogroll...E' un piacere!!!

luca ha detto...

x ja: allora non ho capito il senso della critica di baudrillard,visto che il titolo del corso era tutt'altro che un esortativo e il senso del corso era quello di spiegare il rapporto tra storiografia, potere e leggi.

ps. foucault fa, al momento, eccezione alla mia avversione per il postmoderno. vediamo se resiste alla lettura de gli anormali.

x tp: è un piacere. è un blog che leggo spesso e volentieri!

fran-tes-to ha detto...

@luca, sono abbastanza d'accordo con quanto scrivi nel post, però non mi piace tantissimo, son fatto così, il termine "addomesticare" che tu adoperi, termine che di per sè vuol dire qualcosa del tipo rendere familiare od adattare all'umano, forse quindi io riformuleri in modo diverso, ma forse sono quisquillie

più che addomesticare io credo infatti che la politica debba innanzi tutto tematizzare i conflitti, riconoscerli come tali e vederli (e quindi analizzarli) sotto qualche aspetto e descrizione, quindi sotto una parzialità -comprendendone e le cause e così come l'ineliminabilità, data proprio da questa parzialità che altro non è una che una forma, forse la forma, dell'umano (ad esempio Veltroni non mi piace
Veltroni non mi piace proprio perchè non fa nulla di ciò) .

A dirla tutta credo che questo sia il criterio dirimente fra un giudizio politico e gli altri giudizi (da quello morale a quello estetico) ma anche cioè che li accomuna fra loro; inoltre la politica deve fare emergere, affrontare consapevolmente e portare alla luce i conflitti e gli scontri che la sua stessa analisi produce ed in cui è inserita, insomma deve autotematizzarsi come fattore di scontro (nessuna mediazione, che non comprenda quanta frizione e sconvolgimenti porta rispetto al più rassicurante distruttivo rumore delle armi o delle pulsioni, avrà mai successo).

Oltre al tematizzare i conflittti ed al tematizzarsi, più che rendere i conflitti "civili" o familiari o spostarli dalla spada alle parole , credo che la politica debba rinegoziarli sempre,
ovvero nè eliminarli nè semplicemente riportarli pari pari su altri piani, piuttosto ridefinirne i confini ed attuare cambiamenti di forze proprio attraverso un gioco di traslazioni e sublimazioni -l'eliminazione sappiamo infatti che è impossibile.

l' "estremo" -dal mito fondativo alla paura della violenza fino allo sciopero generale, se mi passi gli accostamenti- come il domestico -la ragionevolezza, l'utilità ponderata, la parola parlata e non urlata che propone se stessa come criterio- sono dunque sue modalità, ma mai uniche ed univoche.

ah, e comunque, personalmente quando penso alla società come conflitto, più che ai filosofi citati -la harendt e foucault sono gli unici con cui ho una reale familiarità- personalmente penso all'ancor più basico Freud ed il suo Disagio della civiltà

p.s. l'inversione di von Klausevitz da parte di Foucault non la conoscevo, veramente notevole

luca ha detto...

caro fran-tes-to, accetto molte delle tue precisazioni. il termine addomesticare mi piace perchè rimanda all'animalesco dello stato di natura.
veltroni, invece, è un gran risolutore di conflitti, un politico ideale. la questione è se sia il migliore a risolvere i conflitti a "nostro vantaggio".

foucault per spiegare quello che voleva dire aveva utilizzato un'altro espressione che mi piacque molto: dai nostri codici gronda il sangue della guerra civile... e, specificava poi, questa guerra civile continua, come un movimento tettonico a modificare le nostre leggi.

purtroppo frued non è un autore che mi è troppo famigliare (mai andato oltre l'interpretazione).

Ja ha detto...

Ma probabilmente il libro che stai leggendo e' il corso successivo a quello a cui si riferisce baudrillard, che e' incentrato su potere e sessualita' e societa'.

Devo dire pero' che dopo un po' i due annoiano - A differenza di uno Husserl, un Sartre, uno Heidegger o un Habermas o un Feyerabend.

Offtopic: sto cercando casa per la fine del mese e oggi ho visto 4 appartamenti, con i bus impazziti a causa dei lavori... che vitaccia.

Anonimo ha detto...

Quando sono più lucido torno a leggere con calma. Mi chiedo solo una cosa: ma proprio su Blogspot dovevi andare? Per qualche strana ragione Google continua a pensare che io scriva dalla Cina (va bene che mi scambiano per un comunista, però stanno esagerando!). Così, tutti i servizi me li dà in mandarino. Adesso provo a commentare, ma non so se cliccherò il tasto giusto...

Ah, sono Meslier.

Anonimo ha detto...

x ja: boh, ma in la società va difesa non c'è riferimento alla sessualità...
ot dura la vita a chelsea, eh?

x meslier: tra l'altro il cannocchiale a ripreso a funzionare perfettamente. hai trovato il tasto giusto?

luca

Skeight ha detto...

Beh, se ti può interessare, dopo tre anni di Scienza politica l'unica definizione che ho trovata è "Assegnazione imperativa di valori per una società". Praticamente sono nella tua stessa situazione ;)

Ja ha detto...

eh, dura. Infatti mi sa che mi trasferisco in un altro quartiere... Per ora vedo a battersea/wandsworth/hammersmith

luca ha detto...

x skeight: definizione proprio brutta. pare weber.

x ja: dai vieni giù dalle mie parti!

Ja ha detto...

Mi pare tooting/balham sia un po' lontano per chi vorrebbe andare in bicicletta nella central london...

Pero' e' vero che costa la meta'.

luca ha detto...

clapham va benissimo

Ja ha detto...

Non ho ancora fatto visite a clapham (il piu' a sud che mi sono spinto per le visite so far e' nei paraggi di Clapham Junction). Sai di gente che cerca coinquilini?

luca ha detto...

i miei coinquilini australiani si muovono forse a clapham junction e forse cercano coinquilino. ti faccio sapere

Ja ha detto...

Ok! la zona e' buona per me, e ci ho gia' visto due camere, anche se non sono ideali (una troppo piccola e l'altra contratto troppo lungo) Se vogliono cercare qualcosa per questa settimana (che dalla fine del mese sono senza un tetto, anche se una settimana o due in piu' da queste parti forse ci posso stare), sono disponibile, ma dovro' prendere una decisione presto.

luca ha detto...

x ja: hanno detto che mi faranno sapere, perchè aspettano ancora una conferma. parlavano però di fine mese.

Ja ha detto...

beh tanto io il trasloco lo devo fare a fine mese e sto tenendo opzioni aperte a pieno ritmo...

pinta?

beffatotale ha detto...

Qui la mia definizione, o meglio quella di Calvino:

http://beffatotale.blogspot.com/2007/06/cose-fare-politica.html

beffatotale ha detto...

Vedo che mi taglia il link, riprovo cosi'... e' il finale delle Citta' Invisibili:

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World. Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

luca ha detto...

citazione molto bella, anche se ho sempre qualche problema con le metafore poetiche quando si parla di filosofia politica: rivelano cose che il ragionamento non è capace di cogliere, ma al tempo stesso confondono le acque.

un altro esempio sempre sul cosa sia la politica
qui