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sabato 21 febbraio 2009

Sardegna, Terzo Mondo

Sostiene Repubblica, ma conferma pure mia madre attualmente a svernare nei dintorni di Alghero, che molti sardi abbiano venduto il loro voto per qualcosa come 20 euro di spesa. Io non so se sia vero, ma se lo fosse, questa notizia ci costringerebbe a ricollocare geopoliticamente al Sardegna dall'Europa occidentale al Terzo Mondo.

Il Terzo Mondo non è tanto un luogo geografico, nè una categoria esclusivamente economica. E', soprattutto, una mentalità, anzi, più precisamente, un orizzonte temporale. Terzo Mondo è pensare a breve termine nelle scelte riguardanti il benessere proprio e pubblico. Più a breve termine si pensa, più si è Terzo Mondo. Un voto per 20 euro è Terzo Mondo profondo.

Non che pensare a breve termine sia una cosa stupida, da persone sciocche o culturalmente inferiori. Anzi, è probabilmente l'unico modo razionale di comportarsi in un determinato contesto socio-economico. Non si investe da qui a cinque anni, se il rischio è finire digiuni per cena. Che questa fosse la situazione sarda non me l'aspettavo. Qui, o è Repubblica che fa propaganda, oppure è Berlusconi che è riuscito a convincerci che stiamo molto meglio di come effettivamente stiamo.

sabato 24 novembre 2007

Sviluppo economico e violenza di genere

C'è un collegamento? Nei paesi in via di sviluppo c'è più o meno violenza contro le donne rispetto ai paesi sviluppati? Prima di rispondere a questa domanda qualche avvertimento è obbligatorio.

La violenza contro le donne è un concetto che andrebbe definito e operazionalizzato, reso, cioè, misurabile. Cos'è la violenza contro le donne? Ogni forma di violenza verso una donna? O forse la violenza contro le donne in quanto donne? Quali sono le forme di questa violenza? Stupri, pestaggi domestici, omicidi d'onore, ma anche forme più sottili come la discriminazione sociale? I dati sono pochi e non completamente affidabili. Vengono raccolte interviste e fatte statistiche, ma è difficile capire quanto le risposte siano influenzate da variabili culturali e le statistiche siano veramente rappresentative. Ciò nonostante qualcosa abbiamo.

Nel 2005 l'organizzazione mondiale della sanità ha condotto uno studio comparato sulla violenza di genere, attraverso interviste e focalizzando la propria attenzione su forme di violenza sessuale e domestica. Nello studio sono raccolti dati per nove paesi, qui in ordine crescente in termini di sviluppo umano: Etiopia, Tanzania, Bangladesh, Namibia, Perù, Samoa, Thailandia, Brasile, Giappone. L'indice di violenza di genere rispetta l'ordine di sviluppo umano (i paesi meno sviluppati sono i più violenti), con le significative eccezioni di Tanzania e Namibia (paese violento verso le donne solo più di Brasile e Giappone). Non si possono trarre chissà quali conclusioni da un campione così ristretto, se non che il i paesi più poveri non sono necessariamente più pericolosi per le donne. Politiche di promozione di genere sono state perseguite sia in Tanzania che in Namibia (paesi entrambi guidati da governi di ispirazione socialista), che si riflettono anche, per fare un esempio, nella rappresentanza politica femminile. Evidentemente hanno avuto successo, rivelandosi uno strumento prezioso. In Africa, che riserva molte sorprese positive se si guardano alle statistiche sulla parità di genere, non sono casi isolati.

La ricerca del WHO dà, però, un'immagine "statica" della relazione tra sviluppo e violenza di genere. Lo sviluppo economico è un processo e i suoi meccanismi possono avere ripercussioni differenti, positive e negative, sulle donne. In Asia, ad esempio diversi studi sociologici hanno mostrato come la crescita economica abbia messo in discussione posizioni di potere ed autorità tradizionali in mano maschile. E gli uomini reagiscono, spesso e volentieri, violentemente. In questi casi la violenza è un male necessario? O la violenza cambia semplicemente di forma, trasformandosi da strutturale a fisica?

Paradossalmente la violenza fisica potrebbe non essere altro che il colpo di coda di una battaglia già persa dai maschi. Sono state fatte, ad esempio, ricerche, sempre di natura antropologica, sull'impatto dei programmi di microcredito sulla violenza di genere. I risultati non sono univoci, ma sembrano mostrare una crescita della violenza fino al punto in cui la bilancia del potere all'interno dei rapporti familiari incomincia a pendere dalla parte delle donne, grazie al loro accesso a risorse economiche che gli uomini non hanno.

Un'ultima nota la faccio riguardo al tema della guerra. La guerra è divenuta, con la modernità, un problema femminile. Le donne ne sono diventate le vittime, simbolicamente e realmente. La guerra però ha avuto un portato di emancipazione su cui bisognerebbe riflettere. Le donne, partecipando allo sforzo bellico, si conquistano un posto nella società, nella politica e nell'economia, che le era prima negato. Le operaie americane, le guerrigliere della Namibia e dell'Uganda, le superstiti del Rwanda e, forse, pure le nostre partigiane hanno conquistato la loro dignità sociale proprio grazie alla guerra.

Conclusioni? Di ottimismo: non c'è nulla di inevitabile nella violenza contro le donne.

lunedì 22 ottobre 2007

La Sentinelli e il terzomondismo neoliberista

Patrizia Sentinelli, eletta in parlamento con i voti di Rifondazione Comunista, è il viceministro agli esteri con delega alla cooperazione internazionale. In un articolo pubblicato da project 2.1 spiega le linee guida per la politiche di cooperazione e sviluppo internazionale del governo italiano.

Questi mi paiono i punti fondamentali:
1. Il rigetto delle politiche economiche neoliberiste,
2. la promozione della microimprenditoria agricola,
3. la promozione del microcredito,
4. la promozione di obiettivi sociali diversi dalla crescita del prodotto, quali: educazione, sanità. promozione dell'ambiente e democrazia partecipata.

Alcune considerazioni sono d'obbligo.
1. Non so bene cosa l'onorevole Sentinelli intenda con il termine "economia neoliberista", però mi pare che questa abbia in comune con le politiche proposte dal governo italiano il considerare lo stato come un ente inutile, persino dannoso. Se la triade di Washington preme perchè gli stati africani privatizzino e lascino mano libera al "mercato", la cooperazione internazionale interviene volenterosa ad fornire quei servizi che dovrebbero essere pubblici. Ecco allora che vengono finanziate scuole e ospedali di donatori privati dal cuore d'oro. In questo modo si spezza il legame responsabilità e legittimazione che lega il cittadino con l'autorità pubblica. Si delegittima lo stato.

2. Tra le funzioni scippate agli stati in via di sviluppo non ci sono solo scuole e ospedali, ma soprattutto le politiche industriali. Il ministro Sentinelli detta le linee di sviluppo e priorità per i paesi del terzo mondo: ecosistemi, partecipazione, ogm-free, agricoltura. Chissà se si è consultata prima con i legittimi rappresentanti dei paesi che riceveranno i nostri aiuti o se ha deciso di testa sua.

3. Le nostre politiche di cooperazione sembrano frutto di una ossessione per le cose piccole: piccoli agricoltori, piccoli imprenditori, piccole banche. Io non augurerei a nessuno di diventare un paese di piccole e medie imprese. Basta già l'Italia. E' un mistero anche come ci si possa sviluppare dando supporto all'agricoltura di sussistenza. Per poter finanziare un sistema di supporto sociale efficace c'è bisogno di soldi, quindi di entrate fiscali e di crescita economica. Le entrate fiscali si ottengono solo con imprese regolarizzate (non in nero, cioè), possibilmente poche e grandi. Industrie grandi, oltre a ridurre i costi della raccolta delle entrate fiscali, godono vantaggi notevoli in termine di economie di scala: investono di più, ricercano di più, creano più (plus)valore. Non è forse un caso che la povertà si riduce più in fretta dove aumenta il lavoro dipendente (e non autonomo).

Dove vogliamo andare, invece, con una miriade di piccoli agricoltori che a fatica risparmiano i soldi per mandare figli a scuola?

giovedì 18 ottobre 2007

Di come l'Europa ha sottosviluppato l'Africa

C'è chi crede che la causa della fame e dell'indigenza capillarmente diffuse in questo continente è da indicare solamente nel colonialismo occidentale. Beh, ha ragione. Il resto sono chiacchiere e razzismo.

Nel 1972 Walter Rodney, uno storico della Guyana, pubblicò un libro intitolato "Come l'Europa ha sottosviluppato l'Africa". L'obiettivo era di demolire il mito che l'Africa fosse un continente di bingobongo fino all'arrivo dell'uomo bianco. L'argomento di Rodney è sviluppato, a grandi linee, come segue: nell'Africa precoloniale esistevano culture con un notevole (anche se non a livelli occidentali) sviluppo culturale, tecnologico e politico. Esistevano, infatti, comunità politiche estese, stati ed imperi. L'arrivo degli Europei, attraverso il traffico degli schiavi, demolì queste unità politiche e azzerò lo sviluppo culturale e sociale africano.

35 anni dopo un economista americano, Nathan Nunn, dimostra la tesi di Rodney (probabilmente inconsapevolmente) a forza di regressioni. La sua ricerca ha evidenziato una robusta correlazione negativa tra il numero di schiavi esportati e l'attuale performance economica. Il bello del paper di Nunn è che si sforza di spiegare questa correlazione. La tratta degli schiavi non è stata semplicemente un furto di capitale umano. Attraverso lo scambio armi per schiavi è stato sbriciolato il monopolio della forza che detenevano gli stati africani precoloniali. Improvvisamente tutti quelli che erano disponibili a rapire e vendere uomini si trovavano a disposizione un potenziale di fuoco senza precedenti nel continente. Gli stati africani vennero polverizzati, incapaci di fornire quei beni pubblici necessari allo sviluppo economico.

Poi venne la conquista coloniale, e l'asservimento dell'economia africana alle esigenze delle potenze occidentali. Ma questa è un'altra storia, chiamata, con una certa ironia, teoria dei vantaggi comparati. Questa storia ha una morale importante anche per le politiche dello sviluppo contemporanee. Il problema del monopolio della violenza si è aggravato negli ultimi decenni.

Ora non si vendono più schiavi (?), ma diamanti e il kalashnikov costa quanto una gallina. Per organizzare una ribellione bastano un telefono satellitare ed un pugno di dollari. E, infatti, metà del continente è fatta di stati falliti, sistemi anarchici e violenza a gogò. Il rischio è alto, i rendimenti bassi, gli investimenti a breve termine.

Come sia possibile pensare di rilanciare lo sviluppo economico e sociale di un continente se non si riesce a creare prima ordine politico, per me rimane un mistero.