lunedì 22 ottobre 2007

La Sentinelli e il terzomondismo neoliberista

Patrizia Sentinelli, eletta in parlamento con i voti di Rifondazione Comunista, è il viceministro agli esteri con delega alla cooperazione internazionale. In un articolo pubblicato da project 2.1 spiega le linee guida per la politiche di cooperazione e sviluppo internazionale del governo italiano.

Questi mi paiono i punti fondamentali:
1. Il rigetto delle politiche economiche neoliberiste,
2. la promozione della microimprenditoria agricola,
3. la promozione del microcredito,
4. la promozione di obiettivi sociali diversi dalla crescita del prodotto, quali: educazione, sanità. promozione dell'ambiente e democrazia partecipata.

Alcune considerazioni sono d'obbligo.
1. Non so bene cosa l'onorevole Sentinelli intenda con il termine "economia neoliberista", però mi pare che questa abbia in comune con le politiche proposte dal governo italiano il considerare lo stato come un ente inutile, persino dannoso. Se la triade di Washington preme perchè gli stati africani privatizzino e lascino mano libera al "mercato", la cooperazione internazionale interviene volenterosa ad fornire quei servizi che dovrebbero essere pubblici. Ecco allora che vengono finanziate scuole e ospedali di donatori privati dal cuore d'oro. In questo modo si spezza il legame responsabilità e legittimazione che lega il cittadino con l'autorità pubblica. Si delegittima lo stato.

2. Tra le funzioni scippate agli stati in via di sviluppo non ci sono solo scuole e ospedali, ma soprattutto le politiche industriali. Il ministro Sentinelli detta le linee di sviluppo e priorità per i paesi del terzo mondo: ecosistemi, partecipazione, ogm-free, agricoltura. Chissà se si è consultata prima con i legittimi rappresentanti dei paesi che riceveranno i nostri aiuti o se ha deciso di testa sua.

3. Le nostre politiche di cooperazione sembrano frutto di una ossessione per le cose piccole: piccoli agricoltori, piccoli imprenditori, piccole banche. Io non augurerei a nessuno di diventare un paese di piccole e medie imprese. Basta già l'Italia. E' un mistero anche come ci si possa sviluppare dando supporto all'agricoltura di sussistenza. Per poter finanziare un sistema di supporto sociale efficace c'è bisogno di soldi, quindi di entrate fiscali e di crescita economica. Le entrate fiscali si ottengono solo con imprese regolarizzate (non in nero, cioè), possibilmente poche e grandi. Industrie grandi, oltre a ridurre i costi della raccolta delle entrate fiscali, godono vantaggi notevoli in termine di economie di scala: investono di più, ricercano di più, creano più (plus)valore. Non è forse un caso che la povertà si riduce più in fretta dove aumenta il lavoro dipendente (e non autonomo).

Dove vogliamo andare, invece, con una miriade di piccoli agricoltori che a fatica risparmiano i soldi per mandare figli a scuola?

16 commenti:

Supramonte ha detto...

e li chiamano aiuti per lo sviluppo...

luca ha detto...

ti ho già convinto? così facile?

Supramonte ha detto...

secondo me c'è bisogno di entrambi, non per niente esiste il microcredito e le development banks. nel caso dei governi però sarebbe preferibile concentrarsi sulle riforme e sul dare legittimità agli stati falliti, come dicevi nello scorso post. perchè puoi fare tutti gli investimenti che vuoi, ma se il diritto di proprietà non viene garantito nessuno investirà in quel paese. un APS focalizzato sulla mera sussistenza dell'economia locale, oltre che essere forse addirittura controproducente per lo sviluppo, è anche ridondante: si stima che le rimesse degli immigrati siano tre volte tanto gli APS. inoltre non si può ignorare il fatto che molti stati utilizzano gli APS come strumento di politica estera (con l'eccezione dell'italia)...

Anonimo ha detto...

Lucido, preciso, utopista.
Mi piaci sempre.
Sul cialtronismo miope della "sinistra radicale" è inutile soffermarsi.
Sul ruolo dello Stato, sul concetto di Stato-Nazione in Africa, sull'oggettivo (storicamente dato) fallimento del modello/dei modelli e delle forme di Stato di matrice occidentale trasportati in Africa forse varrebbe la pena riflettere.
Lo stato, da Hobbes in poi, è in primo luogo un concetto "etico". In occidente è culturalmente al collasso. Nel blocco ex-sovietico è morto e sepolto. In Africa non è mai nato.
E allora come puntare sullo Stato se lo Stato non esiste?
Non ho risposte, ma per fortuna nella enclave in cui vivo e lavoro non mi devo porre questo problema. Qui gli aiuti allo sviluppo servono per mandare Durni un mese in Sudamerica.
ciao

luca ha detto...

x supra: il primo paese ricevente aps dagli usa è israele, il secondo l'egitto.

le politiche per lo sviluppo direi che sono inutili. quello che ci vorrebbe sono delle politiche per portare ordine nella globalizzazione.

x gp: il fatto che la statualità non si mai nata in africa è un errore di prospettiva: c'era ed è stata spazzata via.

la forma stato è in difficoltà, sicuramente, ma esiste ancora e al momento è l'unico strumento che conosciamo per evitare la giungla.

però la contraddizione che vedi esiste eccome. siamo tutti bravi a vedere il problema, ma nessuno ha la soluzione. rimaniamo in attesa di un nuovo hobbes che ce la mostri.

ely ha detto...

Mannaggia a te, perchè devi sempre scrivere questi post interessanti quando ho il tempo contato? Meriti una risposta ponderata che adesso non ho tempo di darti, lo farò appena possibile. Bel post però, affronta una problematica seria e troppo spesso trascurata

Supramonte ha detto...

io distinguerei tra i vari colonialismi. il colonialismo angosassone ha portato in alcuni paesi un certo concetto di pubblica amministrazione, che spesso funziona. il colonialismo, quantomeno quell oanglosassone, non ha prodotto solo failed states.

Supramonte ha detto...

alcuni economisti, mi viene in mente acemoglu, distinguono tra colonie "estrattive" e colonie "insediative": le prime sono diventate dei failed states, le seconde no.

Supramonte ha detto...

se hai tempo e voglia, consiglio, di Acemoglu:

"The Colonial Origins of Comparative Development: An Empirical Investigation"

"Reversal of Fortune: Geography and Institutions in the Making of the Modern World Income Distribution"

Anonimo ha detto...

x ely: attendo impaziente
x supra: per acemoglu ci sono passato qualche volta, ma vedro' di seguire i tuoi consigli per la lettura. intanto il mitico dani rodrik ha pubblicato il suo ultimo libro.

luca

Supramonte ha detto...

interessante...

Ja ha detto...

colonie estrattive...

Sta' definizione lascia fuori tutto il meso e sudamerica con la scusa che era colonia estrattiva solo fino all'ottocento.
Poi, se dobbiamo usare dummy, allora mi domando se la tecnica sia robusta, visto che per esempio il sudafrica e' stato sia estrattivo sia insediativo, cosi' come Algeria e Libia, ma sara' meglio leggersi cosa ha esattamente scritto, prima, visto che essendo ferrato ste' cose le avra' sicuramente colte.

luca ha detto...

ja, sei un figo.

Ja ha detto...

Questo lo so. A proposito, la fagiana figiana me la da'?

luca ha detto...

se vuoi chiedo.

Ja ha detto...

Va bene. Vado via per una settimana, se ne parla quando torno.