sabato 24 novembre 2007

Sviluppo economico e violenza di genere

C'è un collegamento? Nei paesi in via di sviluppo c'è più o meno violenza contro le donne rispetto ai paesi sviluppati? Prima di rispondere a questa domanda qualche avvertimento è obbligatorio.

La violenza contro le donne è un concetto che andrebbe definito e operazionalizzato, reso, cioè, misurabile. Cos'è la violenza contro le donne? Ogni forma di violenza verso una donna? O forse la violenza contro le donne in quanto donne? Quali sono le forme di questa violenza? Stupri, pestaggi domestici, omicidi d'onore, ma anche forme più sottili come la discriminazione sociale? I dati sono pochi e non completamente affidabili. Vengono raccolte interviste e fatte statistiche, ma è difficile capire quanto le risposte siano influenzate da variabili culturali e le statistiche siano veramente rappresentative. Ciò nonostante qualcosa abbiamo.

Nel 2005 l'organizzazione mondiale della sanità ha condotto uno studio comparato sulla violenza di genere, attraverso interviste e focalizzando la propria attenzione su forme di violenza sessuale e domestica. Nello studio sono raccolti dati per nove paesi, qui in ordine crescente in termini di sviluppo umano: Etiopia, Tanzania, Bangladesh, Namibia, Perù, Samoa, Thailandia, Brasile, Giappone. L'indice di violenza di genere rispetta l'ordine di sviluppo umano (i paesi meno sviluppati sono i più violenti), con le significative eccezioni di Tanzania e Namibia (paese violento verso le donne solo più di Brasile e Giappone). Non si possono trarre chissà quali conclusioni da un campione così ristretto, se non che il i paesi più poveri non sono necessariamente più pericolosi per le donne. Politiche di promozione di genere sono state perseguite sia in Tanzania che in Namibia (paesi entrambi guidati da governi di ispirazione socialista), che si riflettono anche, per fare un esempio, nella rappresentanza politica femminile. Evidentemente hanno avuto successo, rivelandosi uno strumento prezioso. In Africa, che riserva molte sorprese positive se si guardano alle statistiche sulla parità di genere, non sono casi isolati.

La ricerca del WHO dà, però, un'immagine "statica" della relazione tra sviluppo e violenza di genere. Lo sviluppo economico è un processo e i suoi meccanismi possono avere ripercussioni differenti, positive e negative, sulle donne. In Asia, ad esempio diversi studi sociologici hanno mostrato come la crescita economica abbia messo in discussione posizioni di potere ed autorità tradizionali in mano maschile. E gli uomini reagiscono, spesso e volentieri, violentemente. In questi casi la violenza è un male necessario? O la violenza cambia semplicemente di forma, trasformandosi da strutturale a fisica?

Paradossalmente la violenza fisica potrebbe non essere altro che il colpo di coda di una battaglia già persa dai maschi. Sono state fatte, ad esempio, ricerche, sempre di natura antropologica, sull'impatto dei programmi di microcredito sulla violenza di genere. I risultati non sono univoci, ma sembrano mostrare una crescita della violenza fino al punto in cui la bilancia del potere all'interno dei rapporti familiari incomincia a pendere dalla parte delle donne, grazie al loro accesso a risorse economiche che gli uomini non hanno.

Un'ultima nota la faccio riguardo al tema della guerra. La guerra è divenuta, con la modernità, un problema femminile. Le donne ne sono diventate le vittime, simbolicamente e realmente. La guerra però ha avuto un portato di emancipazione su cui bisognerebbe riflettere. Le donne, partecipando allo sforzo bellico, si conquistano un posto nella società, nella politica e nell'economia, che le era prima negato. Le operaie americane, le guerrigliere della Namibia e dell'Uganda, le superstiti del Rwanda e, forse, pure le nostre partigiane hanno conquistato la loro dignità sociale proprio grazie alla guerra.

Conclusioni? Di ottimismo: non c'è nulla di inevitabile nella violenza contro le donne.

10 commenti:

Antonio Candeliere ha detto...

ottima analisi

nullo ha detto...

"
L'indice di violenza di genere rispetta l'ordine di sviluppo umano (i paesi meno sviluppati sono i più violenti), con le significative eccezioni di Tanzania e Namibia (paese violento verso le donne solo più di Brasile e Giappone). Non si possono trarre chissà quali conclusioni da un campione così ristretto, se non che il i paesi più poveri non sono necessariamente più pericolosi per le donne.
"

scusa, mi spieghi con una coincidenza 7/9 come fai a concludere che "i paesi più poveri non sono necessariamente più pericolosi per le donne."

son d'accordo che i dati non giustificano nessuna conclusione, pero' non giustificano nemmeno la tua

ciao,
nullo

luca ha detto...

x antonio: grazie.
x nullo: non è che la mia sia una gran conclusione. il fatto che la coincidenza sia 7/9 significa che non è una coincidenza non necessaria: ci possono essere, infatti, delle eccezioni. quanto siano grandi e rilevanti non lo so, ma che ci siano è un dato di fatto. con quel poco di evidenza che ho mi pare impossibile dedurre che i paesi poveri siano sempre e comunque più pericolosi o violenti.

a me pare che ci sia lo spazio per ipotizzare che le politiche di genere funzionano indipendentemente dal livello di sviluppo economico e che ci sono paesi poveri che le attuano.

Sogni ha detto...

Per quel che riguarda la tua analisi puo' essere vero che politiche di integrazione possono migliorare la condizione femminile nei paesi poveri, ma soprattutto mi sento molto d'accordo con l'idea che stiamo assistendo a un processo molto dinamico e complesso. Anche in Italia c'e' una recrudescenza della violenza contro le donne (i dati sono controversi), ma ci sono anche segnali completamente opposti.

luca ha detto...

paradossalmente non ho la più pallida idea di quello che succede in italia.
ma non mi aspetterei molto di buono, a prescindere. ;p

g.p. ha detto...

Ho parlato con un po di femministe arrabbiate, come sai ne ho a disposizione 3 piani. La mia domanda è stata: "Se è vero, come è vero, che le dinamiche del rapporto uomo/donna combinate con il rapporto con la società (mercato del lavoro, congedi parentali, educazione familiare, etc.) condizionano le donne over 35 e rendono la violenza domestica, il mobbing psicologico e legato alla detenzione delle risorse finanziarie domestiche una specie di cancro-epidemia nel rapporto uomo donna a favore dell'uomo e del modello tradizionale-patriarcale cosa succede nella mia generazione e in quella successiva, qual è la dinamica del rapporto familiare uomo-donna per gli under 35?"
Risposte diverse, giustificate con vari e ragionevoli argomenti, ma sintetizzabili in: "Abbiamo fallito, non abbiamo prodotto un modello sociale alternativo, la maternità è all'origine della diseguaglianza".
Rassicurante, non trovi?

Non dovevi essere a Bolzano da ieri? ho un mucchio di gnius

luca ha detto...

sono a bz il 3 di gennaio. anzi, mi potresti pure venire a prendere in aereporto.

oggi è uscito un comunicato di john holmes (il responsabile onu per le missioni umanitarie) che diceva che la guerra contro la violenza di genere si può vincere.

ho l'impressione, in realtà, che i rapporti uomo-donna siano cambiati e molto. le donne under 35 (ma anche quelle over) sono più autonome e indipendenti etc etc, con tutte le conseguenze positive e negative che ne conseguono.

di solito sono i maschi ad essere in difficoltà (invece di approfittare delle golose opportunità che conseguono dalla loro deresponsabilizzazione).

Anonimo ha detto...

commento superficiale il tuo...
...dovresti conoscere qualche nuotatrice e cambieresti idea...
... il 3 gennaio sarò in settimana bianca e mi fermo fino al 7. Ma pur di farci una (o 2 o 3 o...) guinnes insieme sono disposto a tornare a Bz...
Non sa come ti cambia la vita essere 73 kg (e vincere le primarie)

luca ha detto...

io sono 75. però sono più alto di te.

Anonimo ha detto...

W la conoscenza (in senso biblico) delle nuotatrici!

Mi pare degno commento per questo post.