giovedì 10 gennaio 2008

Abolite il terzo settore:

è il braccio armato del neoliberismo.
Con la scusa dei buoni sentimenti il terzo settore serve a ridurre lo stato sociale. Cooperative, associazioni e dame della carità hanno creato un mercato per l'offerta di assistenza sociale.

Il mercato - meno costi, più efficienza - non ha, di per sè, nulla che non va. Ma il mercato del sociale è un mercato particolare. Funziona così:

1. Gli amministratori pubblici riducono la spesa sociale pubblicando bandi con criteri solo monetari.
2. Gli enti no profit offrono servizi al ribasso tagliando l'unica cosa che possono tagliare: il costo della manodopera.
3. Vengono assunti giovani sottoccupati, precari e al minimo salariale con un unico obiettivo: andarsene.
4. Con un personale non motivato ed in continuo turn-over, la qualità del servizio peggiora e chi ne porta il costo sono gli utenti, troppo vulnerabili per protestare.

Vale la pena notare che in questo modo l'amministrazione compra il servizio, ma è un altro (l'utente) ad usufruirne. All'amministrazione interessa la riduzione dei costi in bilancio, ma non il peggioramento del servizio, che viene sopportato non da essa (il cliente) ma dall'utenza. Comprando il servizio sociale, l'amministrazione pubblica può, per giunta, scaricare la responsabilità del peggioramento della qualità del servizio sull'ente no-profit (che non è mai abbastanza efficiente). A questo vantaggio se ne aggiunge un secondo. L'ente no-profit, sotto il costante ricatto degli appalti, deve rinunciare al suo ruolo di advocacy, di difesa degli interessi degli strati della popolazione più vulnerabili.

L'ente no-profit per cui lavoro e che era stato fondato per la difesa e il sostegno dei disabili e che, in passato, aveva promosso con successo i loro diritti, ora si vede costretto a promuovere, con il sorriso sulle labbra, un nettissimo taglio dei fondi a loro destinati, soprannominato ipocritamente "miglioramento della qualità". Naturalmente nessuna voce critica si alza contro il governo, anzi: applausi e via a firmare il prossimo appalto. In compenso non si risparmiano critiche al servizio sanitario nazionale: è un posto infernale dove avvengono i peggiori abusi, molto meglio chiudere baracca e subappaltare tutto... al terzo settore.

La difesa del terzo settore in nome del principio della sussidiarietà è neoliberalismo sotto mentite spoglie. La sussidiarietà vorrebbe che si rimettesse ogni compito al livello sociale più basso in cui esso può essere assolto. Il livello più basso, nel nostro caso, non è la "comunità", ma è il mercato. Gli enti no-profit non sono enti di volontariato e beneficenza, ma organizzazioni che sono no-profit solo perchè operano in un un mercato con un acquirente e tanti offerenti (il monopsonio), dove è impossibile fare profitti. Ad assolvere il compito di assistere i più deboli non ci sono volontari che agiscono per amore del prossimo, ma professionisti che lavorano per un salario. Anzi, l'amore per il prossimo è una pericolosa deviazione professionale (mai affezionarsi all'utenza! mantenere il distacco!), mentre i volontari sono, per definizione dei dilettanti.

Il processo di polverizzazione dello stato sociale è, così, in pieno corso e ci vede (quasi) tutti a battere le mani entusiasti e a fare il tifo per la Caritas. C'è un solo modo per fermarsi prima che sia troppo tardi: chiudere il terzo settore. E se qualcuno ci tiene proprio, la faccia al partito democratico.

12 commenti:

Titollo ha detto...

Io non vorrei fare quello che Noi lo avevamo detto. Però lo faccio.

Anonimo ha detto...

non so, non credo che il problema sia il terzo settore in sè. La polverizzazione dello stato sociale può anche essere una buona cosa se a sostituirla c'è un vero meccanismo di gestione privata che adotti delle regole che non vadano in direzione del mercato, ma che adottino altri criteri di efficienza. il problema è il neoliberismo, il modo in cui invade qualunque relazione sociale e lavorativa, in cui definisce gli standards di adeguamento strutturale, i meccanismi di finanziamento ( e di ricatto), la gestione delle risorse umane. che dici?

brigante

Skeight ha detto...

Ma in un contesto economico neoliberista è normale che la gestione privata porti a questi effetti.
La parola d'ordine del liberismo, e cioè che perseguendo il proprio interesse individuale si aumenta il benessere di tutti, non può funzionare in un settore in cui la logica di base dovrebbe essere un'altra.
Se poi questa situazione possa essere risolta con una riforma o davvero l'unica strada è quella dell'abolizione, non saprei dire...

luca ha detto...

x titollo: avevate detto di fare donazioni al pd? ;p

x brigante: no, io penso che il problema sia proprio il terzo settore, o per lo meno, la sua pretesa di sostituire il servizio pubblico. la logica sottostante è la stessa del neoliberismo: lo stato è cattivo, il privato è buono.

ogni alternativa deve prima risolvere il problema del finanziamento. le alternative, mi pare, siano due: donazioni private (e si finisce nel conservatorismo compassionevole) e finanziamento pubblico. finanziamento pubblico più mercato è la situazione attuale.

anche lo stato sociale classico è problematico, visto che incentiva dinamiche di disgregazione sociale, ma mi sembra che sia più facile mettere una pezza a quelle che non avere alcuno stato sociale e basta.

e si badi che tutto quello che ho scritto qua vale esattamente anche per la cooperazione internazionale.

tu che dici?

luca ha detto...

x skeight: io sono convinto che in moltissimi settori il mercato sia il miglior strumento di organizzazione sociale.

come ho cercato di mostrare nel post, il mercato del terzo settore è anomalo, perchè non massimizza il benessere di chi dovrebbe (cioè degli utenti). la logica, come dici tu, è quindi un'altra.

un primo passo sarebbe che chi opera nel terzo settore ne fosse cosciente e non si prestasse a complice del taglio di risorse destinate a chi si vorrebbe servire.

una soluzione meno drastica è il trust: invece di dividersi ci si unisce: un compratore vs un venditore. purtroppo dubito che si riesca, visto l'egomania che domina nel sociale.

Anonimo ha detto...

Penso che anche la logica dell' assistenzialismo di stato sia problematica e non penso che sia lo stato a dovere gestire la questione sociale.
Lo stato deve costruire il panorama istituzionale e economico, perchè attività nate dal basso possano fare il loro lavoro in maniera autonoma. non credo ci si possa più permettere un meccanismo sociale di tipo francese.

Attualmente, in italia, lo stato e il mercato controllano i meccanismi di accesso ai fondi sulla base di criteri neoliberisti misti a connessioni di tipo cattolico. Credo che bisogna modificare quei criteri di efficienza, le forme di accesso alle risorse. il come non lo so e aspetto suggerimenti...
Per usare la metafora della cooperazione internazionale, bisognerebbe potenziare le esperienze che emergono nella società, con i loro precisi criteri di razionalità, piuttosto che finanziare lo stato centrale o le ong che fingono di essere società civile, ma sono professionisti dell'aiuto.
una quarta via, insomma: nè con lo stato, nè con il denaro, nè con il cielo.
brigante

meinong ha detto...

Sono dieci e più anni che lo dico
Criticai il vecchio Revelli per questo quando uscì "Le due destre"

Pensatoio

luca ha detto...

x pensatoio: vedo che sono in tanti quelli che lo dicevano. io mi metto buon ultimo, più per esperienza personale che per acume teorico. però vorrei sapere dove sono i luoghi della critica a questo sistema (possibilmente online e gratis). ho provato a fare ricerche su internet ma non ho mai trovato nulla di interessante

(una città a parte, ovviamente...)

x brigante: ricordiamoci come molto del terzo settore è nato dal basso, come esperienze encomiabili ed originali di risposta a nuovi bisogni (come il mio stesso datore di lavoro). eppure si è finiti dove si è finiti. io penso che sia lo stato (in realtà poi è il comune)a doversi fare carico direttamente dell'assistenza mantenendo rapporti permeabili con il volontariato di collaborazione, confronto e critica. il volontariato si dovrebbe specializzare nella sperimentazione, nella ricerca e nella critica e nel fare "campagna".

l'importante è spezzare il legame finanziario che lega volontariato e pubblico.

poi i problemi rimangono se la priorità è tagliare le tasse...

Anonimo ha detto...

arrivo ultimo ed in ritardo e mi trovo d'accordo con questa analisi. alla fine stiamo sempre parlando di welfare state.

supramonte

luca ha detto...

se pensatoio e supra sono daccordo, allora siamo proprio in periodo elettorale. ;p

Ariafritta ha detto...

Sulla crisi del terzo settore non mi dici nulla che non abbia già visto... gli operatori devono offrire una alta professionalità ed accettare bassi salari, scarse tutele e orari squinternati.

Anonimo ha detto...

attenzione, aria fritta. il terzo settore non e' in crisi, anzi e' piu' che mai florido. il terzo settore e' una delle cause (a essere cattivi) o una espressione (a essere buoni) della crisi dello stato sociale.

poi non illudiamoci che questa situazione non si ripercuota sulla qualita' del servizio (e in uk e' cmq molto ma molto meglio che in italia).

luca